Da Cechov a Watkins: interni domestici allo Stabile di Torino. 1^ puntata

Photo: Andrea Macchia
Photo: Andrea Macchia

“Per piccina ch’essa sia, nessun posto è bello come casa mia”: così chiosava, nel lontano 1900, L. Frank Baum. E il riferimento è quanto mai calzante, considerando sia la recente uscita nelle sale di “Judy” (interpretata dal premio Oscar come miglior attrice, Renée Zellweger), sia l’inizio delle repliche del “Mago di Oz”, trasportate da un tornado sul palco del Teatro Carignano di Torino.
Ma – ahimé – questa è un’altra storia…

Le storie infatti che ci preme raccontare sono due, fra loro estremamente distanti (temporalmente, poeticamente, stilisticamente), eppure legate da un comune insistere entro le mura domestiche: da una parte lo spazio afoso, soffocante, trincerato dello “Zio Vanja” di Kriszta Székely; dall’altra lo spazio tumultuoso, elegante, mortifero delle “Scene di violenza coniugale” dirette (o meglio, innescate) dall’“oste in machinamElena Serra.

Gli spettacoli, programmati a gennaio all’interno del cartellone del Teatro Stabile di Torino, e dislocati nel golfo mistico di piazza Carignano, sviluppano i rispettivi percorsi drammaturgici tenendo virtuosamente in conto la direttrice spaziale dell’accadimento scenico: in altri termini, il corpo dell’attrice e dell’attore in relazione a ciò che è a loro esterno. La scenografia, dunque, va intesa e vissuta non come apparato, né come banale dècor, ma come luogo di verità, campo di “gioco reale” (e si badi: reale, non realistico). Si tratta in effetti, come scriveva Honzl nella sua “Mobilité du signe teatral” del 1940, di «situare il dramma nello spazio» a trecentosessanta gradi.
Le due registe rifuggono la tentazione vacua tanto del neo-realismo post-borghese (giusto per sovrabbondare con le etichette), quanto del site specific (talmente inflazionato da rendere ormai il teatro stesso un luogo alternativo o anti-convenzionale), preferendo comporre, forse in via del tutto preterintenzionale, opere la cui vita scenica è diretta emanazione dell’ingombrante spazio familiare posto al centro dei due copioni.

Ma procediamo con ordine, partendo oggi da Checov, per la nuova produzione dello Stabile torinese affidata al Teatro Katona di Budapest.
«I personaggi – scrivono Kriszta Székely e Ármin Szabó-Székely, adattatori del capolavoro russo – come gli abitanti di un microcosmo chiuso in una serra, illudono se stessi e gli altri con mutue bugie, mentre i loro nervi pian piano si consumano nel soffocante calore estivo».
Lo spettacolo mira a indagare il modo in cui l’uomo contemporaneo fugge «dai grandi sentimenti e dai grandi compiti, pur desiderandoli, e come sia poi incapace di agire, pur cosciente che il mondo che lo circonda sta cadendo a pezzi».

Questo coacervo di frustrazione e di incertezza si dipana lungo l’intero corso della rappresentazione, gravata invero da alcuni evitabili inserti, come la eco-arringa di Astrov. La tensione recitativa resta comunque assai alta, specie nel secondo tempo, per via della qualità artistica e del raffinato lavoro di cesello di tutti e otto gli attori coinvolti. A proposito di spazi, in maniera assai simile a quanto accadde sul medesimo palco due anni or sono con le “Tre sorelle” d’Oltralpe di Simon Stone, sulle assi di legno del Carignano si erge una struttura vetrata, una simil-serra, partorita dall’ingegno di Renátó Cseh. Un reticolo, o meglio un “quadro sotto tensione” di impianto rettangolare, percorso da fredde luci al neon e segmentato in più facce, che riflettono (e rifrangono) le tranche de vie dei protagonisti, degradando quel mito del «deliberato intimismo da tinello di provincia» spesso connaturato alle riletture in chiave postmoderna della drammaturgia nordica di fine Ottocento.

All’interno di questo enorme container traslucido, otto sedie tra il lillà e il grigio dallo schienale concavo, un tavolo in tinta, un frigorifero, un condizionatore pensile, svariate bottiglie di vodka con annessi bicchieri, porte scorrevoli e un tavolino porta-medicine provvisto di manopole e piccola lampada color arancio. I pochi essenziali arredi si fanno notare più per l’usura desolata che per il loro deliberato anacronismo: tutti oggetti su cui si riversa la straripante e smaniosa vitalità dei protagonisti.
Questo salotto-cucinino in sé concluso è precipitato a terra, al pari della casa di Dorothy, senza alcun apparente collegamento con gli altri spazi domestici. In qualche modo, la regista ungherese sembra suggerirci l’idea che non esista storia, vita o materia al di fuori di questo inconsueto campo di battaglia e di vettovaglie: tutto il resto è appunto silenzio. Sulla destra, inoltre, notiamo una scala di ferro, valvola di sfogo (e forse uscita di sicurezza) dal mondo familiare.

Le vite dei personaggi, e ancor prima degli attori, sembrano idealmente collegate al generatore di corrente posto in proscenio: quasi che si trattasse di una dinamo che trasforma il loro lavoro scenico in energia poetica. Senza di esso non avrebbero seguito la vacillante arroganza di Serebrjakov/Ivano Marescotti, il pigro ardore dello zio Vanja in vestaglia di Paolo Pierobon, il sinuoso schermirsi di Jelena/Lucrezia Guidone, le ingenue speranze di Sonia/Beatrice Vecchione, le rabbiose irrequietezza di Astrov/Ivan Alovisio e il dimenarsi degli altri personaggi: la Maria di Ariella Areggio, la vecchia balia Marina interpretata da Federica Fabiani e Teleghin/Franco Ravera, proprietario terriero impoverito.

Come scrive Emanuele Trevi nella conversazione “Provare Zio Vanja”, la sensazione fondamentale dello spettacolo è, per la regista, un senso di “soffocamento” esaltato da quell’acquario trasparente in cui si muovono i suoi pesci: «Durante le prove immaginavo me stessa là dentro – confida la Székely –. L’idea fondamentale è quella di una situazione senza vie di scampo. Cerco un modo di rappresentare la resistenza degli individui in uno spazio chiuso, affollato di altri individui con desideri diversi oppure opposti».

Sarebbe a questo punto il turno di Gérard Watkins… Ma come nella migliore tradizione delle serie tv, e per accrescere un poco l’auspicata suspance del lettore, rimandiamo il tutto alla prossima puntata.

ZIO VANJA
di Anton Čechov
adattamento Ármin Szabó-Székely e Kriszta Székely
traduzione Tamara Török
curata da Emanuele Aldrovandi
con Paolo Pierobon, Lucrezia Guidone, Beatrice Vecchione, Ivan Alovisio, Ivano Marescotti, Ariella Reggio, Franco Ravera, Federica Fabiani
regia Kriszta Székely
scene Renátó Cseh
costumi Dóra Pattantyus
luci Pasquale Mari
suono Claudio Tortorici
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

durata: 2h 10′ (con intervallo)
applausi del pubblico: 3′ 12”

Visto a Torino, Teatro Carignano, il 25 gennaio 2020
Prima nazionale

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