Cendrillon. Se a sconvolgere Cenerentola è Joël Pommerat

La Cendrillon di Pommerat

La Cendrillon di Pommerat

“Per le storie, gli errori sono privi di interesse”. Accade allora che un malinteso generi una serie rovinosa di eventi, impossibile da arrestare, perché “le parole possono avere conseguenze catastrofiche”, anche in una fiaba, come Cenerentola.

Dal 22 al 26 aprile, ospite d’onore del palcoscenico milanese del Piccolo Teatro Strehler con la sua “Cendrillon” è stato Joël Pommerat, autore e drammaturgo francese, classe 1963, uomo di teatro a 360°, scrittore di scena, per usare una delle sue definizioni preferite, o “petit soleil”, come ama chiamarlo Ariane Mnouchkine, estro che incarna con genio e originalità i dettami e la filosofia del celebre Théâtre du Soleil di Parigi.

“Non scrivo testi, ma scrivo spettacoli”: ormai è quasi un mantra che ripete per ogni regia, Pommerat, e tutte le volte, le sue reinterpretazioni confermano il peculiare lavoro di scrittura, l’esigenza di fare teatro con tutto ciò che la scena mette a disposizione: spazio, eco, suono, tridimensionalità, corpo e voce. L’idea di avere un libro, un testo, che sia solo una traccia, e poi costruire lo spettacolo direttamente sul palcoscenico, insieme alle intuizioni degli attori, il movimento delle luci, il gioco dei suoni e dei chiaroscuri.


Dopo aver portato in scena Cappuccetto Rosso e Pinocchio, Pommerat è tornato alla riscrittura delle fiabe con Cenerentola, creato nell’ottobre del 2011 sul palco belga del Théâtre National de la Communauté Française, confezionando un caleidoscopico poema visivo, dove i personaggi sono gente normale, calata in contesti fuori dalla routine e dal tradizionale intreccio fantastico.
Pur conoscendo la storia a memoria, di fronte allo spettacolo di Pommerat si resta sospesi, chiedendosi se ci sarà il momento della scarpetta di cristallo, se Cenerentola avrà un vestito per andare al ballo, se il principe troverà moglie. E non c’è da sorprendersi che tutto cambi pur restando lo stesso, come voleva Ionesco.

Cenerentola è qui una bambina assediata dal senso di colpa, dall’imperativo categorico di non dimenticare la madre, lieta di farsi detestare perché un trattamento migliore non se lo merita, anzi “se le persone potessero vedere come sono veramente, non direbbero che sono gentile”.
La fata ha ormai più di otto secoli sulle spalle e, se decide di dare una mano a Cenerentola, è soprattutto per aiutare qualcuno “che può ancora fare qualcosa per la prima volta”. La mamma del principe è morta da dieci anni, ma lui continua a crederla intrappolata in uno sciopero dei mezzi pubblici e ad aspettare una telefonata ogni sera. Cenerentola non vuole andare al ballo, il principe non vuole trovare moglie e, alla fine, ci sarà una scarpetta data in dono, ma sarà il principe a porgerla a Cenerentola.

Non solo i personaggi ma anche l’intreccio vengono quindi completamente stravolti e, se nelle versioni dei fratelli Grimm e di Perrault, la morte della mamma di Cenerentola è subito dimenticata, qui diventa il cuore della storia, tornando ossessivamente, e facendo di questo racconto sulla ricerca del principe azzurro, una favola sul tempo, la morte, il dolore, il senso di colpa, ma soprattutto una fiaba iniziatica su come la strada per la maturità passi inevitabilmente dal lasciar andare il passato, dal “ricordare sorridendo”, come dice appunto la mamma di Cenerentola, pretendendo un po’ meno da se stessi.

Pommerat si conferma capace di un’inedita autonomia narrativa: una fantasmagoria di trasparenze e ombre ipnotizza e affascina; lo spazio scenico ha tre pareti e le classiche quinte, ma si allontana in profondità, trasformandosi, grazie alle installazioni video e alle illusioni ottiche, tra abitazioni di vetro, sbuffate di cenere, spazi semoventi, frammenti sonori, contrasti, traiettorie di luci impreviste.

Il passato ritorna sottoforma di ‘frame’ quasi cinematografici, dove la memoria è inscatolata in un flashback immobile, atemporale. Cenerentola diventa così una fiaba chiaroscurale, non solo negli spazi, ma anche negli stati d’animo, alternando momenti di claustrofobica solitudine a siparietti di inattesa comicità, anche grazie alla straordinaria verve della troupe belga.

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