La Cenerentola di Pommerat con stile, tecnica e talento di Arcuri

Photo: Giovanni Chiarot
Photo: Giovanni Chiarot

Assistere a uno spettacolo di Fabrizio Arcuri è una garanzia. Questo devono aver pensato le coraggiose professoresse che hanno condotto una scolaresca delle medie alla prima romana della “Cenerentola”, al teatro India. Lo spettacolo, che è una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e ha esordito a Udine, ora è in tournée a Roma insieme a “Pinocchio”, in scena due soli giorni.

Quella garanzia, insieme di intelligenza e di efficacia di scelte teatrali, si riscontra in effetti anche in questa Cendrillon, riscrittura di Joël Pommerat di una delle più famose fiabe di tutti i tempi, che ha antecedenti nelle letterature antiche e che ha ricevuto molteplici riscritture a partire dai Grimm e Perrault, fino al nostro Basile, con quella Gatta Cenerentola che tanto ha significato per la gloriosa stagione di De Simone e della sua scuola – per tacere di Rossini.

L’approccio di Pommerat ricorderebbe, a prima vista, quello di Ravenhill con “Candide”, memorabile tappa di Arcuri all’Argentina due anni fa. Stessa spigliatezza in scena, stessa sicura leggerezza del testo, stessa lontananza da stilemi poeticisti o bamboleggianti, o seriosi.
Ma ricordando con quali mezzi lo stesso drammaturgo francese portò in scena il suo lavoro in Italia (“Cendrillon” arrivò al Piccolo nel 2015), la conclusione da trarre è un’altra. Non sono i testi a essere figli di mani simili, ma è la forza del linguaggio teatrale di Arcuri, che è ormai così maturo e consapevole da riuscire ad addomesticare testi tra loro probabilmente lontani, per ricondurli con sapienza e vera ‘sprezzatura’ a parlarci diretti.


I mezzi sono quelli accennati prima: scelta magistrale degli attori (oltre all’immancabile Matteo Angius, su tutti esplode e trascina la matrigna di Rita Maffei, e a ruota la seguono le sorellastre orrendamente adolescenti di Elena Callegari e Aida Talliente); un agio che sa di tecnica superiore nella loro direzione; disinteresse completo per il lato della riflessione detta, citata apertamente, e preferenza per una quasi nuda esposizione del testo, in un ritmo fiducioso e regolare, senza interpolazioni registiche; un indirizzo decisamente epico della recitazione, in cui tutti gli attori, continuamente, si rivolgono o tengono ben presente la platea, in un paio di situazioni addirittura scavalcandola rivolgendosi al tecnico in regia. E in cui lo spazio sul palco non è altro, semplicemente, che un’implacabile emittente di segni in direzione della platea.
Il tutto lavorato su un testo che ha qualche lungaggine di troppo (e non lo aiutano i tentativi un po’ scombinati di un paio di gag trasformistiche, che ne impacciano l’andamento) e che è volutamente sbilanciato su quello che di solito è l’antefatto al dramma vero e proprio, la morte della vera madre di Sandra (così si chiama Cenerentola, un nome che vale già da solo una risata), alla ricerca di una morale diversa.

Ma anche tale morale è trattata da Arcuri con una rapidità di gesto che ci scampa dall’assistere a un apologo sulla rinascita e sull’elaborazione del lutto.
Egli infatti, nella gestione della messinscena, non sente il richiamo della giustificazione finale: ci regala una commedia rapida, estroversa e sbarazzina, con un materiale scenico minimo ma non minimalista (niente tristezze), kitsch e funzionale, e su trovate forse gratuite ma che quasi regolarmente danno la prova della loro efficacia sulla scena (come la scelta del cambio di genere della Fata, a cui Gabriele Benedetti dà le sembianze di un Drugo quasi tenero, dalle velleità post-rehab).

Non è la morale che conta, questa Cenerentola trova la sua forza nella continua e divertita fruizione di un presente che ha valore in sé, colorato e vivo, negli scambi di battute fulminanti, nel dubbio se non si insinui, qua e là, lo spiritello dell’improvvisazione.

Ride il pubblico dei grandi alle battute, apprezza la macchina registica, fa confronti, e ridono pure gli scolari, cooptati forse con l’illusione di un’ennesima riscrittura, chissà, magari musical. Ma cantano anche ad alta voce “Someday my prince will” e le più recenti canzoni pop scelte a commento, impazziscono per le gag fisiche, rispondono ai pungoli della Fata, escono per fare una pipì che è troppo urgente, come fossero al cinema, e poi per un sangue dal naso, dimostrando però, fuori d’ogni metafora, che per attivare la citatissima “molteplicità di livelli” nella fruizione di un testo, non si può fare a meno di uno smagliante talento scenico, e di una tecnica impeccabile.

Cenerentola
di Joël Pommerat
regia Fabrizio Arcuri
con Luca Altavilla, Valerio Amoruso, Matteo Angius, Gabriele Benedetti, Elena Callegari, Irene Canali, Rita Maffei, Aida Talliente
spazio scenico Luigina Tusini
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia

durata: 2h
applausi del pubblico: 2’

Visto a Roma, Teatro India, il 26 aprile 2018

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