Cernobyl’ Tour. La spaventosa attualità d’una catastrofe replicata

Teatro degli Erranti

Sara Allevi e Dominic De Cia in ‘Cernobyl Tour’

L’importante è non uscire, far giocare i bambini in casa, proteggersi dalla pioggia e soprattutto non mangiare l’insalata dell’orto. Così veniva riportato da tutti e così i genitori fecero.
Peccato che, dopo un anno, un ragazzino morì di cancro. Dissero: è tutta colpa di Cernobyl. Ma come? Se nemmeno gli piaceva l’insalata!

In alto, alzando lo sguardo, il cielo restituisce ancora lo stesso colore scuro, opprimente, di quel giorno, quando la nube raggiunse l’Europa, poi l’oceano e quasi gli Stati Uniti.
Sono passati 25 anni da Cernobyl. Le conseguenze ci sono ancora. Ma c’è già chi stima che in 20 anni il rischio radioattivo di Fukushima sarà esaurito.
Parallelamente c’è anche chi avverte che la situazione radioattiva dell’attuale sarcofago sopra il reattore esploso nell’86 in Ucraina è critica, criticissima. E chi cerca, ancora, di tirare un bilancio definitivo della catastrofe, forse con la speranza che la cifra esatta (4-5-9 milioni?) porti il segno distintivo della fine: il dissolversi di una paura per i più fortunati, una aspettativa di vita per russi, bielorussi, ucraini.

Chi si arrende all’infinità dei numeri primi. Chi cerca ancora la verità. Chi denuncia i tagli dei benefici ai lavoratori malati e promesse rimaste promesse. Chi ci tiene a sottolineare che Cernobyl e Fukushima sono disastri nucleari di diversa natura: forse per giustificare che la storia alla fine non (ci) insegna?

All’una, ventitre minuti e cinquantotto secondi del 26 aprile del 1986 il reattore numero quattro della centrale nucleare di Cernobyl esplode. I vigili del fuoco della vicina città di Pripjat’ sono i primi ad intervenire. Nessuno ha idea di cosa stia accadendo e della pericolosità. Anche Vasjaj Ignatenko è vigile del fuoco ed è tra i primi ad arrivare alla centrale. Lui e tutti i suoi compagni moriranno nell’arco di quattordici giorni. Ljusja Ignatenko, moglie di Vasjaj, pur standogli accanto in ospedale si salverà grazie ad una dolorosa coincidenza: il feto che aveva in grembo assorbirà tutte le radiazioni.

E’ il 2009 quando Sara Allevi e Dominic De Cia (Teatro degli Erranti) iniziano a lavorare al progetto “Cernobyl’ Tour”. Il primo studio riceve una menzione speciale al premio Dante Cappelletti, e il gruppo – entra a farne parte anche il regista Marco Adda – continua a lavorarci, fino a presentarlo qualche settimana fa – con tragica e impensata attualità – in Veneto.
“Nella nostra rielaborazione del racconto – spiegano i protagonisti dello spettacolo – i due sono insieme, uno accanto all’altra, a sopportare il peso schiacciante di questa storia come se nulla, neanche Černobyl’ stessa, li potesse mai separare. La storia di Ljusja e Vasjaj si mescola con quella di un’altra coppia, italiana stavolta, alle prese con il problema della nube tossica, delle radiazioni, dei cibi, dell’adozione dei bambini di Cernobyl”.

Un lavoro forte e utile, una testimonianza onesta e lucida. Restituita da una scena nuda, che tra informazione e narrazione incastrate senza che il ritmo ceda, si riempie di ombre, non solo quelle di corpi veri e imperfetti, ma quelle di villaggi fantasma, di silenzi e segreti di stato, di rischi minimizzati, di garanzie inesistenti, che dilatandosi  turbano lo spazio e il tempo.

Con delicatezza e commozione i due attori, bravi entrambi, portano in scena una delle storie raccolte dalla giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic nell’importante testimonianza che è “Preghiera per Cernobyl”. C’è la tragedia, tutta, ma anche l’amore, forte, resistente, coraggioso. C’è il tempo rubato e avvelenato, la consapevolezza di un bene perduto, la distanza che genera dolore, qualche sorriso conquistato, un incontro condiviso, un destino ineluttabile. Tutto è vicino, tangibile, improrogabile. Difficile lasciarsi alle spalle l’assenza di un tempo portatore di speranza che arriva dagli sguardi e dai disegni dolceamari dei bambini di Cernobyl’. 

E difficile è pure applaudire, alzarsi dalla poltrona, iniziare a parlarne senza pensare all’inquietante slogan governativo che recita “il nucleare è il futuro (il referendum l’avrebbe bloccato per troppi anni)”. Il silenzio in sala non è ipnotico o contemplativo, è semmai un’urgenza: quella di riflettere, scegliere una strada diversa. Se questo Paese non imporrà a tutti il silenzio.

Cernobyl’ tour
ispirato a ‘Una voce solitaria in Preghiera per Cernobyl’ di Svetlana Aleksievic
regia: Marco Adda
aiuto regia: Anna De Franceschi
con: Sara Allevi e Dominic De Cia
durata: 45′
applausi del pubblico: 1′ 15”

Visto a Marghera (VE), Teatro Aurora, il 16 aprile 2011

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