Cervus di Lumik Teatro. Sangue per un dramma da camera

Cervus
Cervus

È vero che tra fratelli non bisognerebbe far confronti, sottolineare difformità, cavare calibri e trarre oroscopi, ma la tentazione è forte, specialmente se dal primogenito si è rimasti folgorati. Ancor di più se i due rampolli si trovano a frequentare la stessa scuola, che nella fattispecie è quella impegnativa dei festival indipendenti romani: per “Cervus” (Deer, 2013) di Aaron Mark, opera seconda di Lumik Teatro, c’è il passaggio per Pillole #tuttoin12minuti 2019 del piccolo, unico Teatro Studio Uno a Torpignattara, che gli ha fruttato il sostegno alla produzione 2019-20 e il debutto al Teatro Biblioteca Quarticciolo, mentre il “fratello maggiore”, il primogenito “Ciccioni con la gonna” di Nicky Silver, aveva invece esordito a Inventaria 2019, vincendo a mani basse il festival.

Tre cose almeno accompagnano lo sviluppo della giovane compagnia Lumik sulle scene: la presenza di Ludovica Apollonj Ghetti – che va costruendo lavoro dopo lavoro una sorta di maschera tesa e febbrile, dallo sguardo tagliente e dalla voce che poggia su un piano posto già in partenza oltre la saturazione –, la sicura mano registica dell’altro fondatore, Michele Demaria e, infine, il sangue. Sangue finto, com’è ovvio, ma senza risparmio quanto a dosi.
In “Ciccioni con la gonna”, vera e propria tragedia comica, era sangue umano, sprizzante prima dai corpi dei sopravvissuti a un disastro aereo, poi sempre più copioso grondante da gambe disarticolate e organi divelti degli stessi personaggi antropofagi. In “Cervus” è, per l’appunto, sangue di cervo.

Si tratta dell’animale investito da Cynthia e Ken, coppia borghese di qualche ambizione intellettuale, mentre stanno dirigendosi in macchina verso l’altipiano di Pocono per trascorrervi il primo weekend “da soli” dopo anni. La figlia bambocciona ha finalmente lasciato la casa paterna, la suocera è morta dopo la classica discesa nella demenza, e persino il gatto pare essersi eclissato, così i due si ritrovano finalmente padroni di sé. Ma l’imprevisto del cervo ucciso, come nella migliore tradizione dell’evento squilibrante, è lo scossone che sbalestra la quotidianità e apre il vaso di Pandora del non detto e del rimosso. E così, passo dopo passo, strato dopo strato e scena dopo scena, il testo rivela sempre una verità nuova: sui personaggi, sui rapporti tra di essi, sulle azioni compiute all’insaputa dell’altro, sulle prospettive acquisite, destinate a mutare di continuo.


“Cervus” è dunque una commedia sulla verità e sull’interpretazione delle azioni nella vita di coppia, che richiede, esattamente come “Ciccioni con la gonna”, la disponibilità dello spettatore a rimettere in discussione le verità appena acquisite.

Ma se nel primo lavoro di Lumik la scena era continuamente mossa da un gruppo di attori che una favolosa congiunzione trovava tutti funzionali in ogni sfumatura al meccanismo di un motore drammaturgico inarrestabile, in cui il sanguinolento senechiano, giraldiano, era un canale di comunicazione eminentemente simbolico, al servizio di una riscrittura sconvolgente del mito edipico, in “Cervus” le sfumature grottesche e pulp della vicenda sembrano solo gustose decorazioni di un’analisi brillante – ma non particolarmente innovativa – della solitudine di una coppia contemporanea.
Chi tra Ken e Cynthia è il più infelice? Chi legge in modo più disfunzionale la realtà? Chi infligge con maggiore cecità il proprio potere all’altro? Chi ha imparato meglio a convivere con l’abitudine di usare l’altro a proprio comodo?

Gli interpreti, specialmente lo stesso Demaria, contengono poi la loro carica, e soffrono talvolta un’impostazione normalizzatrice, simpatica ma “facile”, che se da un lato punta a dosare l’elemento grottesco per evidenziare il versante di analisi psicologica del lavoro, finisce dall’altra per intonare il testo a una dimensione più cameristica. Con un simile diapason, il testo sa di commedia dai toni aciduli ma in fondo quasi garbata, dalla carica pungente eppur limitata nel raggio d’azione, priva di quegli appigli all’assurdamente ‘altro’ che una regia più feroce avrebbe gettato come teste di ponte verso le regioni dell’inaudito.

Anche la scenografia, che in “Ciccioni con la gonna” era di una semplicità persino rischiosa ma risolta con lungimirante maestria (i classici moduli ricomponibili e reinterpretabili), qui si appesantisce alquanto nel tentativo di un dispositivo scenografico centrale “trasformabile”, la plancia di un’automobile che si fa salottino, a costo di un lungo e un po’ sproporzionato cambio scena a vista.

Il lavoro di Lumik, illuminato anche stavolta con intelligenza e mano ferma da Michelangelo Vitullo, fatta la tara con sconvenienti paragoni e innamoramenti del critico, rimane comunque godibilissimo e di valore, così come notevole è, insieme all’interpretazione attoriale di Apollonj Ghetti, l’acribia di Demaria nella ricerca di testi della drammaturgia americana ancora inediti e non rappresentati in Italia, a cui unisce lo sforzo linguistico nella traduzione dei testi.
In attesa delle nuove repliche romane, in primavera, degli amati “Ciccioni”, e di uno spazio più disteso per lo sviluppo sulle scene di questo nuovo “Cervus”, ci si augura intanto un terzo folle esperimento.

Cervus
di Aaron Mark
con Ludovica Apollonj Ghetti e Michele Demaria
musiche originali Giorgio Mirto
luci Michelangelo Vitullo
assistente alla regia Bruno Prestigio
traduzione, scenografia, e regia di Michele Demaria
costruzione scene Ditta Lustrini
Foto Luisa Fabriziani
Produzione Teatro Studio Uno / Lumik Teatro

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 2′

Visto a Roma, Teatro Quarticciolo, il 6 ottobre 2019

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