Il teatro in carcere secondo i fratelli Taviani

Cesare deve morire

Una scena di ‘Cesare deve morire’ (photo: Umberto Montiroli)

Il grande cinema italiano si sta – finalmente! – interessando al teatro in carcere. Mentre cresce l’attesa per “Big House” (il titolo è provvisorio) di Matteo Garrone, in uscita a maggio che vedrà protagonista Aniello Arena, attore sconosciuto al cinema ma star della Compagnia della Fortezza volterrana diretta da Armando Punzo, Paolo e Vittorio Taviani conquistano il loro primo Orso d’oro (venti anni dopo l’ultimo trionfo italiano che fu di Marco Ferreri) col film “Cesare deve morire”, pellicola che esplora le dinamiche artistiche e produttive del “Giulio Cesare” di Shakespeare messo in scena da Fabio Cavalli con i detenuti attori del carcere di Rebibbia.

Un esempio precedente era stato quello di Davide Ferrario con “Tutta colpa di Giuda”, pellicola del 2008 girata nel carcere torinese delle Vallette, che partiva proprio da una giovane regista teatrale alle prese con la messinscena di uno spettacolo con i detenuti.

Il film dei fratelli Taviani, che da questo fine settimana è nelle sale distribuito in una quarantina di copie grazie alla Sacher Distribuzione di Nanni Moretti, è prodotto da Kaos Cinematografica con la collaborazione di Rai Cinema e il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

I fratelli Taviani, che sono rimasti “folgorati” dopo aver assistito a uno spettacolo tratto da Dante sempre della stessa compagnia di attori, hanno proposto di lavorare sul “Giulio Cesare” perché, come hanno affermato durante la conferenza stampa di presentazione al cinema Nuovo Sacher di Roma, “è innanzitutto una storia italiana ed è colma di congiure, tradimenti, sangue e rivolte: molto spesso temi familiari agli attori che volevamo coinvolgere”. “Nei loro occhi emergono difficili passati – aggiungono – composti, nella maggior parte dei casi, da violenze e omicidi: abbiamo visto come quegli occhi possano ritornano umani grazie al teatro purificatore”.

Nanni Moretti, fondatore di Sacher Distribuzione, introduce gli ospiti intervenuti alla conferenza stampa moderando le domande e interagendo con i due registi. Grazia Volpi, la produttrice, denuncia come sia complicato fare un film del genere nell’Italia di oggi e ricorda le difficoltà per avere una distribuzione, finché non ha trovato Moretti, che ha creduto nel progetto.

Vittorio Taviani ci tiene a ricordare la toccante frase di un detenuto alla propria compagna: “Amore, vieni a vedermi a teatro perché solo in scena sento di potermi far perdonare”.
Per questo film i due registi si sono avvalsi per la prima volta della tecnologia digitale che definiscono “una pacchia che ci ha fatto girare in libertà assoluta, senza dover risparmiare sulla pellicola, come ci è sempre capitato nei film precedenti” ma poi aggiungono che “alla fine avevamo una quantità enorme di materiale e la condanna è arrivata in fase di montaggio”.

Il risultato è un’operazione originale e coraggiosa (qualcuno in sala lo definisce “l’inizio di un nuovo neo-realismo”), dove la messa in scena teatrale e le prove si mescolano al film vero e proprio, che vede i detenuti interpretare sia se stessi che i personaggi shakespeariani. Lo stesso Cavalli interpreta sé.

In un bianco e nero emozionante e “da tragedia”, con l’ausilio di musiche originali e toccanti composte da Giuliano Taviani e Carmelo Travia, la storia di Giulio Cesare sembra essere la storia del carcere, dove Rebibbia diventa Roma Imperiale: la tragedia è la pena che non finisce, e il teatro la vera vita dei protagonisti.

Salvatore Striano e Giovanni Arcuri

Salvatore Striano e Giovanni Arcuri (photo: Umberto Montiroli)

I Taviani hanno invaso il carcere filmando ovunque e tutto, dai provini di selezione per lo spettacolo alla standing ovation in sala.
In questa opera complessa i punti di vista si accavallano pur mostrando sempre una fluidità narrativa che solo due grandi maestri del cinema potevano restituire sullo schermo. Protagonista è il teatro ma anche i personaggi di Shakespeare, i detenuti come Giulio Cesare (un ottimo Giovanni Arcuri, credibile nel suo accento romano) ma anche gli ex detenuti, ora attori di professione come Sasà Striano (“uno dei migliori attori con cui abbiamo mai lavorato” commenta Paolo Taviani) che interpreta Bruto, e che nel monologo che anticipa la battaglia finale nel cortile dell’ora d’aria si rivolgerà direttamente al popolo di Roma in gabbia per cercare consenso.

“Da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione” conclude così nel film il detenuto che interpreta Cassio, tornato nella sua stanza dopo il diluvio di applausi della rappresentazione della battaglia finale. Un finale amaro per un film che, in questo momento difficile per il sistema carcerario italiano, appare come l’illusione che l’arte possa davvero cambiare il mondo.

 

 

 

Krapp is a poor man


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