Chovanščina: Mario Martone e l’eccellenza della lirica russa alla Scala

Ph. Marco Brescia & Rudy Amisano
Ph. Marco Brescia & Rudy Amisano

E’ assai raro, per diverse ragioni legate soprattutto alla distanza culturale e alla lingua, poter assistere in Italia al repertorio lirico russo, anche se abbiamo potuto gustare con soddisfazione capolavori come “Eugenio Onegin” e “La dama di Picche” di Tchaikovsky, per non parlare del “Boris Godunov” di Musorgskij.
Non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di assistere al Teatro alla Scala di Milano alla “Chovanščina”, anch’essa composta da Modest Petrovič Musorgskij tra il 1872 ed il 1880. Musorgskij si occupò della scrittura dell’opera fino ai suoi ultimi giorni di vita, ma non riuscì a completarla: il secondo e il quinto atto rimasero incompiuti e la maggior parte della musica non ancora orchestrata.

La prima dell’opera, ridefinita dal suo autore come “dramma nazionale in musica”, e il cui titolo a volte è reso anche come “La congiura dei principi Chovanskij”, avvenne nel febbraio 1886, nella versione orchestrata per la prima volta da Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov.
Tra le varie riprese e rielaborazioni è rimasta famosa la versione del 1913 messa in scena a Parigi da Djagilev con l’orchestrazione fatta in collaborazione nientemeno che da Igor Stravinskij e Maurice Ravel. La medesima cosa avvenne con Šostakovič, la cui versione fu utilizzata per “Chovanščina”, un film della regista Vera Stroeva. E’ questa la versione nella quale l’opera fu rappresentata per la prima volta al teatro Kirov di Leningrado nel 1960, ed è ora quella che viene eseguita normalmente.

Difficile raccontare la complessa trama dell’opera; come il “Boris Godunov”, essa entra di petto in un complesso episodio della storia della Russia: la ribellione del Principe Chovanskij, dei Vecchi credenti e del corpo militare degli Strel’cy contro Pietro il Grande.
L’opera è ambientata durante la rivolta di Mosca del 1682, estraendone i motivi più importanti e teatralmente plausibili, come la lotta tra le fazioni politiche dei progressisti e dei reazionari nel periodo della giovinezza di Pietro il Grande, e la vita di Mosca prima delle riforme occidentalizzanti dello zar.
Il futuro Pietro è ben presente, seppure come apparizione improvvisa; nella versione scaligera è bambino, accompagnato dalla regale madre, la reggente Sof’ja, e dal fratellino.


I personaggi più importanti dell’opera, di cui seguiamo le intenzioni e le vicissitudini, sono però il principe Chovanskij, capo della guardia militare degli Strel’cy e dei Vecchi Credenti (chiamati anche Raskol’niki), presentato come dissoluto erotomane, che verrà ucciso brutalmente da un sicario; Andrej, figlio del principe, insidia con violenza Emma, una ragazza tedesca, ma viene amato da Marfa, dei Vecchi Credenti, è lei la figura femminile più rilevante dell’opera, con la quale il giovane deciderà di immolarsi. Vi è poi il principe Golicyn, un nobile progressista amante della zarevna Sof’ja destinato all’esilio, e il boiardo Šaklovityj. Infine Dosifej, leader dei Vecchi Credenti, che include in sé l’antica Russia e la sua fede. Ma il vero protagonista è il coro, che attraversa tutta l’opera impegnato a rappresentare di volta in volta gli abitanti di Mosca, le contadine, gli Strel’cy, i monaci neri e i Raskol’niki.

Siamo di fronte ad un capolavoro che intreccia dentro di sé politica, fanatismo religioso e amore in quasi quattro ore di musica che rappresentano uno dei vertici della produzione russa.

Il regista Mario Martone, messo davanti ad una caratterizzazione assai difficile degli avvenimenti, sceglie di ricostruire una Russia distopica, apocalittica, aiutato nell’impresa dalla grande scenografa Margherita Palli (mentre i costumi in tono sono di Ursula Patzak) che, rifacendosi in qualche modo al film “Blade Runner”, ci presenta una città distrutta, dominata in lontananza da grattaceli spettrali in cui predomina il grigio, mentre nell’ultimo atto, quando Dosifej si immola con la sua gente, il cielo azzurro, su cui si staglia un’enorme luna, prende fuoco.
Viene tratteggiato un futuro prossimo di distruzione e violenza, di lotte fratricide con sgozzamenti in scena, di sovvertimenti sociali, forse non poi così dissimile dal nostro. La contemporaneità viene infatti messa in scena anche con l’uso di cellulari, di avvenimenti rivisti in streaming e attraverso danze persiane rivisitate in stile hard.

Dal punto di vista dell’esecuzione è un piacere assoluto rivedere e riascoltare sul podio il maestro Valery Gergiev, che in questo repertorio insuperabile viene assecondato dall’orchestra scaligera e dal Coro, protagonista assoluto dell’opera, diretto come al solito in modo impeccabile da Bruno Casoni.
Come detto all’inizio, è sempre difficile trovare in Italia interpreti che possano ricordarci Ghiaurov o Christoff, e infatti il cast è composto totalmente da cantanti russi, tra cui ci piace ricordare Ekaterina Semenchuk nei panni di Marfa, Mikhail Petrenko come Principe Ivan e Stanislav Trofimov come Dosifej. Di grande rilevanza scenica e vocale Evgeny Akimov, nei panni dell’ambiguo principe Golycin, per un’opera magnifica offerta in una versione di eccellenza da ogni punto di vista.

In scena fino al 29 marzo.

Ph. Marco Brescia & Rudy Amisano

Ph. Marco Brescia & Rudy Amisano

Chovanščina
Modest Petrovič Musorgskij
Direttore Valery Gergiev
Regia Mario Martone
Scene Margherita Palli
Costumi Ursula Patzak
Luci Pasquale Mari
Video designer Umberto Saraceni per Italvideo Service
Coreografia Daniela Schiavone

cast
Ivan Chovanskij Mikhail Petrenko, Vladimir Vaneev (24 mar.)
Andrej Chovanskij Sergey Skorokhodov
Vasilij Golicyn Evgeny Akimov
Šaklovityj Alexey Markov
Dosifej Stanislav Trofimov
Marfa Ekaterina Semenchuk
Susanna Irina Vashchenko
Scrivano Maxim Paster
Emma Evgenia Muraveva
Pastore luterano Maharram Huseynov*
Varsonof’ev Lasha Sesitashvili*
Kuz’ka Sergej Ababkin*
Strešnev Sergej Ababkin
Primo strelec Eugenio Di Lieto*
Secondo strelec Giorgi Lomiseli*
Uomo di fiducia del Principe Golicyn Chuan Wang*

*Allievo dell’Accademia Teatro alla Scala

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala

Durata spettacolo: 4 ore e 11 minuti inclusi intervalli

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