Il Cielo sotto Milano. Metti che in metro t’imbatti in un teatro…

Il Cielo sotto Milano
Il Cielo sotto Milano

C’è un cuore che batte nel cuore di Milano. A guardarla così, nella parte orientale della città sulla circonvallazione, nel punto esatto dove il centro si dilata verso la periferia, la stazione ferroviaria del Passante di Porta Vittoria sembra un omone dalla pancia gonfia. Di sopra, le auto e i passanti sono formiche brulicanti.
Anche le viscere della città pulsano sangue vitale. Arrivando in viale Molise da viale Campania trovi parcheggio a destra, alla fine della discesa. Risali il dosso a piedi da sinistra. Scendi nel passante, e ti ritrovi in un dedalo di atelier e altre svariate attività culturali e artistiche.

Eccolo, Il Cielo sotto Milano, un teatro sotterraneo da 120 posti. Chi l’avrebbe detto, proprio giù nella metropolitana. Un respiro nascosto, uno scrigno trasparente grazie alle sue pareti di vetro, mentre i passanti frettolosi corrono verso i treni. Qualcuno si ferma stupito, perché un cielo sotto una città non si era mai visto.
È il rovesciamento del “Cielo sopra Berlino”: una riflessione sull’esistere che si fa teatro, musica e azione; un luogo di fantasia nascosta; uno spazio festoso, dove s’incontrano la solarità malinconica, l’anima sorniona e scanzonata del capoluogo meneghino. A Milano il lavoro è sacro (e chi gestisce questo teatro ha lavorato con Chailly, Muti, Albertazzi, Zeffirelli, Ronconi…), ma è ancor più sacra la capacità di sdrammatizzare, di trovare una nota sardonica che aiuti a passare a guado i momenti difficili di una giornata, e forse di una vita.

Anna Zapparoli, gestisci per il terzo anno questo spazio con tuo marito Mario Borciani. Chi siete, come nascete, che cosa fate?
Siamo la Dual Band. Siamo nati vent’anni fa. Siamo “Dual” perché siamo una coppia, anche nella vita. E poi perché uniamo recitazione e musica: due arti che quando dialogano esaltano la sapidità del teatro. Io sono un’attrice, vengo dalla scuola del Piccolo, dove mi sono appassionata al canto. Mario è un musicista. Ha studiato pianoforte e composizione al Conservatorio di Milano.

Vi inserite in una tradizione lombarda stimolante: Gaber, Jannacci, i Gufi, Cochi e Renato.
È la tradizione del teatro-canzone cui appartengono anche Dario Fo e Franca Rame. Sono i nostri padri spirituali, nel senso che ci ispiriamo tantissimo a loro. Ma loro sono geni irraggiungibili.

Come numero di figli li avete superati.
Sì, Beniamino e Benedetta recitano e suonano con noi. E poi abbiamo dei figli “adottivi”. Ad esempio Lucrezia Piazzolla, che abbiamo conosciuto nel 2005 quando era una bambina, voce bianca della Scala con Beniamino. È rimasta con noi perché apprezzava il nostro stile istrionico, meno serioso e impostato di quello del tempio della lirica italiana. Cantante e attore è anche Lorenzo Bonomi, mentre Federica Zoppis è la pianista che accompagna Mario.

Anche Strehler figura tra i vostri riferimenti. Moriva nel ’97, quando voi siete nati. Sarà stato mica un passaggio di testimone?
Magari. La vera cosa che abbiamo in comune è che lui ha creato il Piccolo Teatro, mentre noi abbiamo creato un teatro piccolo.

Avete in comune anche l’amore per Brecht.
Siamo sempre stati affascinati dalla cultura tedesca. Brecht è un autore che apprezziamo, ci consente di esprimere la nostra duplice anima musicale e teatrale. Ma in Brecht c’è anche il mimo, il movimento, la capacità di riempire lo spazio solo con il corpo, senza bisogno di particolari oggetti scenici.

Il testo, la musica, gli attori e il buio.
Brecht è uno che dice cose belle e giuste con una semplicità capace di raggiungere i bambini. Coniugando l’aspetto prosaico con quello poetico dell’esistenza.

È arte povera.
È arte autentica. Brecht si fa da solo. Ecco perché non ci ha convinto [e non aveva convinto neanche Klp, ndr] la sfarzosa “Opera da tre soldi” di Michieletto. Ci piace citare Picasso, che diceva di aver studiato tutta la vita per disegnare con la semplicità di un bambino.

La vostra arte in realtà è raffinata. È il vostro modo di proporvi che è senza orpelli.
Per questo dopo lo spettacolo condividiamo con spettatori e artisti il momento della cena, la zuppa fatta in casa e il bicchiere di vino o di birra che accompagnano i nostri eventi. Anche il viandante frettoloso che ci scorge attraverso le vetrate che separano la sua vita dal nostro lavoro, e non pensa di essere attratto dal teatro, resta affascinato dal clima d’intimità che possiamo creare insieme.

A parte Brecht e il cibo, attraverso quali altri autori raggiungete il pubblico?
Abbiamo una stagione shakespeariana. La rassegna Pocket Theatre in lingua inglese con sovratitoli in italiano sfrutta il bilinguismo della compagnia. Io sono di madre inglese e Beniamino e Benedetta sono a loro volta bilingui. Abbiamo titoli come “Sogno di una notte di mezza estate”, “La Tempesta” o “Romeo e Giulietta”. Proponiamo anche Wilde, Carroll o Pinter. Molte scuole e spazi teatrali hanno bisogno di questo tipo di spettacoli.

Alice - Who dreamed it?

Alice – Who dreamed it?

E a parte le opere in inglese?
Ci sono le nostre drammaturgie originali, che uniscono teatro, musica e canto per creare pièce frizzanti che spaziano da Monteverdi a Mozart, a Lady Gaga. Sempre con un’attenzione ai linguaggi artistici contemporanei.

Per la stagione 17/18 fate riferimento a tre virtù: ironia, logica e chiarezza. Qual è la più importante?
L’ironia. È uno strumento meraviglioso per indagare la realtà con un occhio dentro e uno fuori. È l’arte del paradosso, una dote che sta scomparendo.

Su Whatsapp abbiamo bisogno delle emoticon per chiarire che vogliamo essere ironici.
Una delle caratteristiche dell’ironia è che è difficile scriverla. Il suo essere tale passa attraverso il linguaggio non verbale.

La vostra stagione, in cui compaiono artisti e compagnie come Corrado Accordino, Banda Osiris, Alma Rosé, Maria Carpaneto, Gigi Gherzi e Paola Manfredi, s’intitola “Cavalcando l’ippogrifo”. Come mai questo riferimento ad Ariosto?
Ci piace l’Orlando Furioso. Sono davvero pochi quelli che l’hanno letto per intero. Noi siamo stregati dall’ottava rima, meravigliosamente ironica. C’è tutta una gioia geografica, una passione enciclopedica nella produzione di Ariosto. La capacità di innamorarsi delle piccole cose quotidiane. Proprio l’Ippogrifo ha uno sguardo sornione sul mondo. E va sulla luna a recuperare il senno degli uomini. Non è forse una metafora della nostra esistenza e dell’identità dell’artista questo mix schizofrenico ed errabondo di razionalità, misura e follia?

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