Cinema, mon amour: una retrospettiva sul Delbono cineasta

Bobò in una scena di 'Grido' (photo: pippodelbono.it)
Bobò in una scena di 'Grido' (photo: pippodelbono.it)

Bobò in una scena di ‘Grido’ (photo: pippodelbono.it)

L’Atelier Meta-Teatro è uno di quei luoghi di spettacolo romani sempre coraggiosamente attivi nonostante la difficoltà di tutti gli operatori a resistere in questa fase oscura. Luogo dell’avanguardia teatrale romana, è un vero e proprio “formicaio” che ospita una rassegna di teatro contemporaneo (Cantieri Opera Prima) insieme all’infaticabile Pippo Di Marca che anima l’ennesimo esperimento teatrale lungo tutta la stagione: “Impression D’afreak 7/7/7”.
È in questa bottega delle arti che ha preso vita anche la rassegna cinematografica “Cinema, mon amour” con proiezioni dei film di Carmelo Bene, Jean-Luc Godard e Stanley Kubrick.

Al cinema di Pippo Delbono sono state dedicate due serate di fine febbraio, con la proiezione dei film “Guerra”, “Grido” e “La paura”, girati dal regista con premesse, finalità e risultati diversissimi tra di loro.

Guerra” è un film documentario (David di Donatello 2004 come miglior documentario in lungometraggio) girato in Israele e in Palestina durante la tournée dell’omonimo spettacolo della compagnia.
Lento e carico di profonde riflessioni sul concetto di conflitto, il film racconta l’orrore silenzioso di paesi in guerra trascinandoci in territori aridi di umanità, paesaggi dove camminano distrattamente uomini e donne senza speranza, rapinati di una felicità che non conosceranno mai. È questo il teatro dentro al quale Delbono mette in scena il suo spettacolo. Guerra fuori, guerra dentro. Sulle vuote strade di Ramallah e di Gerusalemme saltellano solo topi. Le immagini scorrono sulle macerie prodotte dai bombardamenti, su bambini che giocano per le strade facendo attenzione a scavalcare il muro di filo spinato per recuperare il pallone tirato troppo in là. Non c’è trama né storia da raccontare; soltanto il bisogno di mostrare quanto accade lontano dalle nostre case sicure. Documentare diventa il pretesto per un’esplorazione chtonia: Delbono scende negli inferi di quelle popolazioni, guarda tutt’intorno, cerca gli sguardi e i sorrisi, ma non giudica.


Due stagioni dopo arriva un lungometraggio più importante, una vera opera prima cinematografica. “Grido” è un autobiografia sincera e dolorosa del regista ligure. Egli descrive gli eventi importanti della sua vita: la decisione di lasciare la scuola di aeronautica per diventare attore e poi regista teatrale, la partenza per l’estero e i tanti viaggi, poi la perdizione, l’alcool, la droga, ma anche il suo amico-maestro, l’attore Pepe Robledo con cui ha iniziato a fare spettacoli, e infine “la malattia incurabile” da cui è affetto. Ma soprattutto descrive l’incontro con Bobo, un “piccolo uomo” sordomuto reduce da quarant’anni di internamento nel manicomio di Aversa. Bobò, sembra dirci Delbono, è stato la sua salvezza. In lui ha ritrovato la forza di dedicarsi e di appassionarsi, ha trovato l’istinto paterno e filiale che non aveva mai conosciuto, ha trovato un rapporto muto, fatto di sguardi e di sorrisi, di lunghi silenzi, attese e contemplazioni come due bambini che non abbiano altro che se stessi.
Scenicamente Bobò ha una presenza e un successo notevoli: il corpo, i suoi movimenti, i suoi versi infantili, gli occhi iniettati di inconsapevole vitalità fanno di lui il vero corpo glorioso di cui ci parla tanto Artaud. Fa da sfondo a tutto il film una Napoli incantata, nella quale i due stralunati vagano come turisti. E sembrano davvero due ritagli di un fumetto (enorme Delbono, esile Bobò), quando girano per le vie della città in Vespa o quando passeggiano davanti ai negozi tenendosi fiduciosamente per la mano.

Di tutt’altro genere è “La paura“, lungometraggio girato interamente con un cellulare. Stavolta le libere carrellate dei film precedenti si perdono in flussi di immagini e colori, creando iperboli allucinate e sconnesse. Tuttavia Delbono non si abbandona completamente al flusso, ma cerca di indagare una realtà sociale in corto circuito come quella italiana, e si trasforma in puro occhio, anonimo. Piazza del Duomo, a Milano, all’incontro nazionale dei giovani catechisti; il funerale di un ragazzo magrebino ucciso a sprangate da un padre e da un figlio italiani, nel Parco Sempione, perché sorpreso a rubare un pacco di biscotti; un campo rom nella periferia torinese. I deliri della comunità in cui tutti viviamo sono mostrati nella loro cruda realtà, in vitro. Aleggia nel regista una volontà di non agire, lasciando scorrere gli eventi come se li stesse spiando da un altro luogo.

A legare fra di loro i tre film c’è un filo rosso: la voce salmodiante di Delbono che commenta, recita e grida, accompagnando lo spettatore allucinato, rapito. Impotente di fronte alle gigantesche ipocrisie contemporanee a cui si trova ad assistere.

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