Ciò che ci colpisce è quello a cui siamo pronti? Una serata a Short Theatre

Eco di Opera

Eco di Opera (photo: Ilaria Scarpa)

Sarà poi vero che ciascuno vede solo ciò che lo riguarda? Che si va sempre e soprattutto a cercare conferma delle proprie ipotesi sul mondo, che si può sempre e soltanto stare nel cerchio delle proprie precomprensioni?

Quello che a istinto ci avvicina è quello che già ci era vicino. Quello che ci colpisce è ciò a cui eravamo già pronti. Non si vuole con questo intendere che sia per forza autoreferenzialità, o consapevole ricerca di conferme, tutt’altro: è proprio ciò che ci sconvolge, ci sorprende, ci sommuove quello che già siamo in grado di accogliere e da cui siamo in grado di farci sconvolgere, sorprendere, sommuovere (senza saperlo). Al totalmente altro siamo invece sordi. Siamo preparati all’arte che già ci coinvolge, mentre la vera e assoluta alterità spesso non è che un muro al fascino del quale siamo muti, ciechi, sardonici o disattenti. Tutto questo non è che un’ipotesi.

Di certo non è facile nemmeno incontrare opere che davvero ci tocchino o spostino nel profondo – e questo non penso sia successo, quantomeno a chi scrive, l’11 settembre scorso nell’unica giornata (si dichiara qui la parzialità del presente intervento) in visita a Short Theatre.

Ciò che colpisce e, parlando di gusti personali, anche non affatto dispiace di questa manifestazione è l’atmosfera. Un senso di allentamento, che quasi addolcisce l’aria, in un contesto (che sia il Teatro India, che sia la Pelanda) carico di segni, denso, un meraviglioso sfondo dove la cultura passa attraverso la rilassata e placida luce delle serate e delle notti capitoline.

Di questa giornata di festival (in cui si sono susseguiti gli spettacoli di Teatro Sotterraneo, Fanny & Alexander, Stefano Cipiciani di Déjà Donné, Opera) restano nella retina e nell’impasto della mia – preformata, precompresa, predefinita, parziale – sensibilità soprattutto due cose.

La prima sono le parole di Walter Siti chiamato dai Quaderni del Teatro di Roma e interrogato da Graziano Graziani e Attilio Scarpellini sul tema “Cosa possono non fare le parole. Un futuro senza intellettuali?”.
Siti ha ragionato sul possibile ruolo dell’intellettuale in un futuro sempre più comunicativo e sempre meno riflessivo, sempre più orizzontale e sempre meno verticale. Una apprezzabile profondità di pensiero, espressa in un linguaggio lineare e lucente, un bellissimo dialogo che sarebbe stato bello ascoltare per ore, e con cui interloquire a fondo.

L'incontro con Walter Siti

L’incontro con Walter Siti (photo: Ilaria Scarpa)

La seconda è l’incantamento per le immagini di “Eco”, una sorta di ‘installazione animata’ creata da Opera, di Vincenzo Schino, in cui a un tratto si poteva essere davanti alle streghe del Macbeth, tutti protesi nell’ascolto di una profezia che, quantomeno verbalmente, non si è rivelata.

Un lampo interessante poi, seppur non continuativo negli esiti, è stato il voluto e ribadito spreco di energie di Stefano Cipiciani, uno spreco evocante quello lungo una vita, quello che è richiesto all’attore e, più in generale, all’artista.

Forse in tempi come questi è importante anche registrare quegli spazi in cui il teatro non sempre accade (si veda quanto detto a proposito di Santarcangelo qualche tempo fa) ma si sforza di creare occasioni, aprendo luoghi appunto di spreco, che è, mi pare, comunque una possibilità di risorsa per l’arte.
È difficile fare questo all’interno di un calendario, dentro una rete di appuntamenti fitti che si susseguono, senza lasciare troppo spazio alla riflessione. Di certo è tempo, questo, in cui l’importanza del contenitore non è certo inferiore a quella del contenuto.

Short Theatre – per la sua centralità in Italia e all’interno della città stessa, per la sua durata, per la sua capacità attrattiva – ha fatto in parte largo a questo aspetto, qualcosa che è condiviso da altri festival (tra cui Santarcangelo stesso) e che è anche un punto critico se si cerca nei festival esclusivamente il ruolo di reale proposta artistico-politica. Eppure ci si può intravedere comunque qualcosa (quantomeno, un dato di fatto): lo leggo tra le righe del titolo ‘Democrazia della felicità’, qualcosa che straborda dalle sale e si riversa nei foyer e nei caffè. Una felicità come parola insensata (è questo l’incipit notissimo della Karenina), tanto quanto lo è, così dissipata, la parola democrazia.

Forse negli anni d’oro i rimpianti café letterari non erano meno importanti delle riviste che facevano nascere; alle Giubbe Rosse di Firenze accadevano i moti sotterranei che permettevano l’incontro tra scrittori e critici e editori, che era poi lo scambio e talvolta lo scontro di idee, opinioni, bisogni.
Oggi che gli spazi dedicati a queste alchimie sono sempre meno (o sempre più solo virtuali), ecco che i festival possono talvolta essere considerati, più che reale luogo di mostra dei lavori migliori, spazio di incontro tra persone che si occupano di cultura, artisti, divulgatori, giornalisti. Un momento di magma che può non solo sintetizzare ma a volte anche fare la realtà culturale del proprio tempo – sia essa fertile, decadente, velleitaria, servile, rivoluzionaria. A che punto siamo in questa scala di aggettivi, sia giudizio di ciascuno.

Il pubblico? Il lavoro sul pubblico sta altrove, in un tempo precedente e in un modo precedente. Non si può chiedere a un festival ciò che è l’esito di una politica culturale che deve essere pluriennale, polivalente e, possibilmente, pubblica. Ma non sempre c’è la volontà politica di attuare percorsi del genere, e non sempre sono il vero punto di interesse per chi fa ricerca.
 

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