Cirano deve morire. Il debutto rap di Leonardo Manzan alla Biennale Teatro

Cirano deve morire (photo: labiennale.org)
Cirano deve morire (photo: labiennale.org)

Come consuetudine di queste ultime edizioni, Biennale Teatro 2019 ha ospitato anche il progetto vincitore dell’edizione under 30 precedente, ampliato e lavorato col tutoraggio di Antonio Latella, direttore artistico della sezione. Ad andare in scena è “Cirano deve morire”, di Leonardo Manzan, che riscrive in chiave contemporanea la celebre opera di Rostand.

In una scenografia spoglissima, che allude allo scheletro di un edificio dal sapore industriale, veniamo accolti da due galantuomini, Cirano e Cristiano, che giocano ad una sorta di volano, mentre Rossana svetta dalla posizione cruciale del suo balcone.
La rottura di questa atmosfera rarefatta, che dà avvio allo spettacolo, già rivela la chiave di lettura di Manzan. Il regista cerca infatti di dare risalto al personaggio femminile della storia, storicamente secondario rispetto all’amicizia tra i due personaggi maschili. Rossana (Paola Giannini) scende, brandisce un bastone e colpisce con vigore prima Cirano e poi Cristiano, salvo poi conquistare il boccascena e prendere parola per prima… rappando!

L’intuizione di tradurre il parlare in rima del Cirano di Rostand in un contemporaneo rap, tra Eminem e Myss Keta, è buona e funziona. Ma come ogni arte richiede talento e tecnica, anche questo genere musicale necessita di precisione e preparazione per poter essere sostenuto: non bastano frasi che rimano e piglio da ghetto. La Giannini convince poco, è chiaro che la sua tecnica sia un’altra – e infatti sarà molto più efficace nella fine, in un monologo assai toccante.


Cirano (Alessandro Bay Rossi) entra presentato da Rossana, come fosse il concerto di una grande pop star. Felpa, cappuccio in testa e stivaloni ottocenteschi, guadagna la ribalta con una grande rabbia, sciorinando insulti al pubblico, ai critici, al mondo del teatro.
Le accuse al mondo dello spettacolo, gli improperi verso attori e registi, i riferimenti alla stessa Biennale costellano da qui in poi tutto il testo. A livello filologico lo spunto di denuncia – che compare infatti nel testo di Rostand – è appropriato e contestualizzato. Manzan si scaglia contro un teatro in decomposizione, chiuso nell’istituzione e ormai privo di esperienze generative. Un teatro che è anche riflesso di un pubblico senza pensiero critico, borghese, per cui l’andare a teatro è solo affermazione di uno status. Le intenzioni dell’autore sono chiare, ma vengono lavorate in maniera forse troppo ruvida.

Se chiedi al pubblico di andarsene perché ti disgusta – come afferma Cirano – devi dare alla platea il tempo di poterlo fare davvero. Se offri il microfono agli spettatori perché possano controbattere al tuo discorso, devi sostenere veramente la possibilità che qualcuno si alzi. Invece questa consapevolezza manca e il rischio viene stornato frettolosamente senza essere affrontato. Le intenzioni di polemica, seppur giuste, crollano, si sbriciolano, diventando capricci che ammiccano ad un pubblico colto, interessato ad un teatro nuovo, piuttosto che tuonare come rivendicazioni urgenti di un giovane artista. Senza contare che Manzan ha costruito lo spettacolo proprio all’interno di quel mondo istituzionale che critica.

La vicenda continua con l’arrivo di Cristiano (Giusto Cucchiarini), che dopo un assolo sempre in rap, inizia a dialogare con gli altri, stemperando un po’ il clima polemico.
Ma poi il testo inizia a confondersi. I tempi incessanti e i ritmi continuamente battuti sfiorano a tratti l’atmosfera caricata da villaggio turistico, inquinando la logicità della comprensione, e la dinamica delle vicende diviene una corsa precipitosa verso il momento finale.
Gli episodi attinti dalla versione originale si perdono, e anche la riscrittura si intorbidisce, infittita di citazioni contemporanee, da Renato Zero a Caparezza, da Whatsapp a Tinder, finendo per risultare una caricatura bozzettistica della quotidianità e distogliendo il focus dalla narrazione. Ogni spunto è originale, ma lavorando con l’entusiasmo del fare Manzan finisce con lo sporcare i suoi preziosi intenti con l’eccesso.

Lo spettacolo recupera nel finale, dove finalmente lo spettatore ritrova un respiro più calmo, che gli permette di elaborare la scena – e di comprendere a pieno il testo, prima pronunciato con troppo fervore.
Rossana sale su un’alta scala, residuo di quel balcone rostandiano, e racconta nel monologo – in cui eccelle – il sotterfugio orchestrato dai due pretendenti. Dopo aver suggerito a Cristiano le giuste parole da dire a Rossana per farla innamorare, protetto dall’oscurità della notte, Cirano continua a scrivere lettere alla cugina sotto il falso nome dell’amico, confinato al fronte.

Dopo la morte di Cristiano, Rossana scoprirà l’inganno, poco prima della dipartita dello stesso Cirano. Il fatto è riscritto in maniera poco chiara, ma comunque poetica e toccante, tanto da arrivare come una sferzata, sostenuto dalle scelte intelligenti di Simone De Angelis, che studia le luci, immerse in un fumo denso che invade la platea. Si viene trasportati in un’atmosfera magica, sentendosi parte di un sogno lontano, di un sentimento di malinconia che pervade il corpo attraverso l’odore dolceamaro del fumo di scena.

Lo spettacolo lascia un sentimento contrastante. Tante le trovate interessanti, ma inserite in un impasto lasciato lievitare troppo. Il debutto potrebbe essere il momento buono per rivedere gli ingredienti e mettere a punto una ricetta più accurata. Perché le potenzialità ci sarebbero.

Cirano deve morire
liberamente ispirato a Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand
regia Leonardo Manzan
con Alessandro Bay Rossi, Giusto Cucchiarini, Paola Giannini
drammaturgia Leonardo Manzan, Rocco Placidi
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
luci Simone De Angelis
progetto sonoro Franco Visioli
musiche Alessandro Levrero, Franco Visioli
produzione La Biennale di Venezia

applausi del pubblico: 2’ 50’’

Visto a Venezia, Teatro Piccolo Arsenale, il 25 luglio 2019

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