Città di Ebla, dieci anni di Metamorfosi

Di trasfigurazione si tratta, e che trasfigurazione sia. Sono quasi dieci anni che il collettivo teatrale forlivese Città di Ebla porta in giro per festival “La metamorfosi”, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Frank Kafka, ogni volta aggiungendo elementi immaginifici, sempre lasciando carta bianca ad Alessandro Bedosti, performer tentacolare e poliedrico.

Nel raffinamento degli elementi scenici in cui è imprigionato e agisce, perfezionando i dettagli e lo studio sulla figura, Bedosti trasmette la sensazione di creare uno spettacolo vivido, ogni volta nuovo. Per questo, a distanza di sette anni, torniamo a parlare di questo curioso esperimento che ha raggiunto per la prima volta Milano, all’interno di Danae Festival 2017.

Trasparenza della privacy. La scena del Teatro Out Off è bipartita. Da un lato una poltrona e un telefono, una segreteria telefonica che scandisce le mille magmatiche incombenze di una vita grigia; dall’altra una teca di vetro chiusa, contenente una sala da bagno di design, luogo in cui avviene la trasformazione. In mezzo un uomo avvilito, passivo, isolato, divorato dall’incomunicabilità, affetto da un tormento psichico e fisico che qui diventa abulia esistenziale. Assurdità e normalità s’inseguono. Ma è più normale l’assurdità o è più insensata la normalità?

In questo lavoro ideato e diretto da Claudio Angelini il bagno diventa rifugio, non-luogo in cui – nella solitudine – svelare la propria identità prosaica. La grazia della danza, la levigatezza del gesto, non mascherano la brutalità del cambiamento. Il protagonista ricalca solo in parte il kafkiano Gregor Samsa. Il suo declino avviene in vasca da bagno. L’acqua, flusso primordiale, è allegoria per eccellenza del ciclo vitale, ma anche dell’affondamento e del caos.

Una creatura polimorfa sprofonda in un magma che non suscita vergogna e genera inquietudine. Il divenire è fuga, regresso, ma verso una dimensione forse più congeniale. La scena di sbieco in un luogo che dovrebbe custodire la massima intimità, qui è finestra sulle nostre neghittosità e inerzie, rivela l’unica ribellione possibile contro passività e abbandono.
I paesaggi sonori di Davide Fabbri riproducono le nostre distorsioni interiori, le mille sfumature di un gorgo che tutto risucchia e assorbe. Bedosti fuoriesce a fatica dalla vasca, accompagnato da un’agonia di mugolii. Gocce come lacrime su un vetro che è quarta parete, filtro, specchio, ci restituiscono l’immagine deformata della nostra identità di soggetti in cerca di qualcosa. Gregor-Bedosti riemerge: è una mosca sottovetro, un cigno agonizzante, un geco in cerca di un disperato attrito con la vita.
Bagliori psichedelici emanano da un bozzolo. Ciò che chiamiamo morte non è che una dolorosa metamorfosi. La nostra incarnazione presente è solo uno stadio temporaneo dell’essere.

Pieno di simbolismi e ambiguità, questo lavoro fisico interseca umanità e animalità spiritualità e brutalità. La metamorfosi, che è tensione verso il cambiamento, è sforzo irrisolto. Se in Kafka il racconto sembra un preludio alla morte, il Città di Ebla prevale lo slancio vitale. La tensione alla pienezza di un essere amorfo, degenere, sembrerebbe salvifica. Ma alla fine di tutto, anche questa salvezza pare effimera, e i gangli di una vita insoddisfacente e monotona sono pronti a riassorbire il protagonista.
Comunque lo si veda, questo lavoro polisemico, in qualche modo mistico, è un monito alla nostra civiltà sghemba che cerca tutti i modi per esorcizzare le angosce legate alla morte. All’epoca dei lifting, dei trapianti di capelli e della chirurgia di ringiovanimento, preferiamo, con Città di Ebla, abbandonare la paura che ci spinge alla conservazione ossessiva della forma, per adattarci al cambiamento e prepararci a una nuova trasformazione.

LA METAMORFOSI
liberamente ispirato a “Metamorfosi” di Franz Kafka
ideazione, luci e regia: Claudio Angelini
aiuto regia: Valentina Bravetti
interpretazione e studio sulla figura: Alessandro Bedosti
paesaggi sonori: Davide Fabbri
direzione tecnica: Luca Giovagnoli
Tecnico di palcoscenico: Stefan Schweitzer
cura degli allestimenti: Elisa Gandini
Realizzazione scene e costumi: Plastikart
produzione: Città di Ebla, Festival L’occidente nel labirinto, Teatro Diego Fabbri, con il sostegno di Regione Emilia Romagna, MIBACT

durata spettacolo: 1h
applausi del pubblico: 3′ 40”

Visto a Milano, Teatro Out Off, il 3 novembre 2017

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