Dal ballo tondo a Stravinskij, la Neanderthal di Claudia Castellucci

La seconda Neanderthal
La seconda Neanderthal

La seconda Neanderthal (photo: Mario Rosas)

E’ in una palestra circolare nella periferia di Cagliari che la nuova Neanderthal di Claudia Castellucci prende vita.
Una superficie rettangolare illuminata da quattro fari/fanali altezza gambe e con una scenografia che reca, al fondo del rettangolo, uno sferoide schiacciato di legno che vagamente allude al pianeta Terra.

Un primo ballerino entra in scena in un universo deserto, di quelli al limitare fra scienza e fantascienza tanto cari a Moebius, popolato da creature immaginarie, un terreno viscoso, che lascia solo parzialmente liberi i movimenti dei ballerini.
Ad inizio spettacolo un esploratore si aggira in un mondo alieno, cercando di capire quali creature lo abitano.
Vestito in tuta elastica scura, da ballerino, con mantello e cappello a larghe falde, si confronta presto con tre creature, vestite con lo stesso cappello e un peplo a coprire la tuta, come un abitante del Rinascimento.

Ecco dunque la prima domanda che il lavoro pone: chi, fra gli abitanti della scena, è il “barbaro”, l’alieno rispetto alla cività evoluta? Chi sta scoprendo chi? Le civiltà pre-colombiane, giusto per fare un esempio, erano arretrate o avevano da insegnare al mondo occidentale che le colonizzò?

Sono interrogativi che il lavoro in nessun modo ovviamente esplicita, ma che rientrano in quel complesso di semi che la Castellucci ha visto germinare in questa esperienza in terra sarda, che mescola “su ballu tundu” con le riflessioni sulla Sagra di Primavera e con le letture di Nietzsche, che per diversi mesi hanno coinvolto non solo la regista ma anche il gruppo di lavoro creatosi intorno all’associazione teatrale cagliaritana Riverrun e ovviamente i ballerini.
Forse è proprio questa ancestralità pre-socratica, nuragica, ad aver favorito la ricerca di un mondo che precede la decadenza di cui parla Nietzsche, e questo riporta all’interrogativo iniziale: quale è la cultura decaduta, quella che investiga o quella investigata?

Nei tentativi di commistione e dialogo fra questi elementi, impersonificati in scena dai quattro ballerini, il suono sa prendere il sopravvento, coinvolgendo tutti dapprima in movimenti circolari, poi in altre pulsioni diagonali nella parte centrale dello spettacolo, per poi concludersi con una metafisica tensione ad un assoluto, che resta però immanente e affidato alle atmosfere di luce e musica.
E qui siamo di fronte all’altro elemento chiave della rappresentazione, ovvero alla colossale suite che Scott Gibbons ha elaborato per Neanderthal, a nostro parere l’esito più alto della produzione del musicista per la Socìetas Raffaello Sanzio.

La seconda Neanderthal

La seconda Neanderthal (photo: Mario Rosas)

Gibbons lavora ad una riscrittura completa de La Sagra di Primavera, base sonora iniziale della ricerca di Claudia Castellucci, che rivela in filigrana l’ascolto ossessivo di Stravinskij ma anche dello Schönberg di “Notte trasfigurata”.
In un universo di fumosi orizzonti è proprio questo suono primordiale a dettare i tempi emotivi, fino agli ultimi straordinari dieci minuti, con un assolo ritmico di percussioni elettroniche che atterra su un tappeto finale di suoni allungati, un “Largo” contemporaneo ma senza tempo.

Per quanto visto al debutto, sulle note di questa incredibile creazione, il lavoro dei danzatori deve ancora trovare piena compenetrazione. All’istintività quasi bestiale delle musiche di Gibbons, ancora non corrisponde, nella parte iniziale del passo danzato, un’essenzialità dei movimenti, che ruotano, invece, ancora intorno a trame più costruite, intellettuali.
E’ pur vero che l’inquinamento luminoso esterno (le finestre alte della palestra non oscurate) ha favorito una sorta di centrifuga emotiva, in modo che la performance debba essere rivista in un luogo chiuso, o debitamente oscurato.

Resta comunque che ancora si deve lavorare verso l’essenziale, per riuscire a dare corpo, a incorporare per transustanziare, fino a rendere ultraumano l’incontro spirituale che ha luogo fra le forze impegnate nella danza sul palcoscenico.
Lo merita più di tutto lo sforzo creativo di Gibbons, un esito talmente alto che necessita di ogni sforzo e tensione per arrivare al connubio e alla compenetrazione perfetta.
Vi lasciamo a due contributi video.

Claudia Castellucci
Lorenzo Mori (Riverrun Performing Arts)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *