La musica dei clown di Ciulli al Napoli Teatro Festival

I clown di Ciulli (photo: napoliteatrofestival.it)
I clown di Ciulli (photo: napoliteatrofestival.it)

Due vecchi clown, lei una Marlene invecchiata, lui un calvo barone tedesco dal monocolo e dall’impermeabile sulle spalle, nella notte in cui tutti dormono, si spogliano lentamente dei loro malanni e si allacciano in un valzer che, vorticando su sé stesso, aumenta di temperatura, sino all’esplosione finale, come un catastrofico superamento del muro del suono.

Il clown senza-voce Angelo Moreschi (ispirato all’“ultimo dei castrati”, di cui sfoggia, sotto l’abito marrone, il pizzo da cantore papale e la morbida figura), impettito come un divo ottocentesco, mantiene la posa di tre quarti, lo sguardo languido e stremato dalla palpebra semichiusa, la boccuccia muliebre, il gesto ampio, e sguaina un microscopico violino pochette, duetta col pianoforte su un tempo in tre, graffiato (o scandito) come nella migliore tradizione delle gag musicali dai rumori prodotti dalla compagnia – palloncini, cadute, sciabordio d’acqua versata, sbadigli.

È l’ora della distribuzione dei medicinali: noiose pillole e polverine che, scosse e lasciate tintinnare nei bicchieri, compongono un ritmo, e al pianoforte non resta che distendervisi, per un brano brillante. Se un fastello di assi compare in scena, vorticosamente dal nulla si compongono in un armadio, nel quale trova rifugio l’intera compagnia, pronta a scomparirvi, come ampiamente atteso.

In una Napoli improvvisamente torrida e appiccicosa, per la sezione internazionale del Napoli Teatro Festival 2018 (che prosegue, sotto la direzione di Ruggero Cappuccio, fino al 10 luglio) è sbarcata la compagnia del Theater an der Ruhr, guidata dal clown-regista Roberto Ciulli, milanese di nascita ma in Germania dal 1965, “uno dei pochi produttori teatrali europei che può essere considerato esperto nella moderna anche se dimenticata arte clownesca”, ci rammenta il festival.
Tanta è la contentezza di portare qui il suo teatro, fondato nell’80 a Mülheim con il drammaturgo Helmut Schäfer e lo scenografo Gralf-Edzard Habben, che non resiste a uscire alla ribalta per presentare lo spettacolo, in uno strampalato discorso bilingue.

“Clown 2 ½” è un testo per otto clown più due – e questi due sono gli “Augusti”, il compositore delle musiche Matthias Flake, al mezzacoda in scena, e un Gigante Buono, Rupert J. Seidl, il tipo di infermiere severo ma di buon cuore.
Terzo capitolo costruito con gli stessi personaggi, dopo “Clowns unter Tage” e “Clowns im Sturm”, tutto si svolge questa volta in una casa di riposo per anziani. L’ispirazione felliniana è evidente già nel titolo, e poi nell’uso sul finale del brano di Nino Rota dalla suite per “I Clowns”, ma soprattutto nella declinazione più magica che acrobatica della figura del clown. Magica e patetica.

Si tratta di esseri poco meno che umani, ognuno con la sua esplicita limitazione buttata in bella mostra (la stupidità, la debolezza, l’autoindulgenza, la paranoia, la deformità) e insieme assai più che semplici uomini, capaci con un niente di elevarsi ad altezze di impraticabili e fragili sogni. Come legati dal filo di un destino disgraziato, hanno scavalcato il confine che separa il circo dal teatro, e si sono fatti più silenziosi, hanno rallentato i loro movimenti, hanno consegnato al volto, sporcato di un trucco appena essenziale, un’espressività più vivida di quella che tengono nel corpo. I sentimenti si imprimono sui tratti più che nei gesti. Sono clown che giocano pericolosamente con l’empatia.

Lo spettacolo è diviso in scene non comunicanti tra loro, vere e proprie orchestrazioni a organico misto: duetti, terzetti, concerti per strumento solista e orchestra e sinfonie concertanti. Le otto figure in scena, pur intervenendo ognuna con brevi o brevissimi assoli, sono divise in primo e secondo piano, e ad alcune sono riservati rinforzi, raddoppi, pochi o pochissimi momenti solistici.
Non cambierei con altre la metafora dell’orchestra, perché è la musica il nucleo dello spettacolo, tanto che a volte la sua assenza è percepita come angoscia.
Musica: grande ordinatrice del cosmo (l’accompagnamento al piano di un film muto che nessuno vede, coinvolge i clown nelle passioni invisibili della pellicola, e noi con loro); balsamo sulle disgrazie della vita (la ripetitività dei gesti può diventare ritmo); accogliente rifugio, dove c’è un posticino per tutti, come in un’orchestra, sia pure per un tintinnio di triangolo, lungamente atteso. Desacralizzazione, felice superamento dell’assurdo del vivere, questo è la musica dei clown.
Ed è giovinezza in uno spettacolo sulla vecchiaia: quando il piano suona, i vecchietti si rianimano, praticano sport, anche estremi, amano e vivono senza età. E se lo starter, dopo averli allineati tutti sul filo di una partenza dei cento metri, per errore fa fuoco sul pianista, una violenta recrudescenza di realtà aggredisce i clown: tutto improvvisamente ripiomba nell’incapacità di agire. A ciascuno è riassegnato, senza sconti di pena, il peso faticoso del proprio corpo e della propria trascurabile individualità.

CLOWN 2 ½
regia Roberto Ciulli
produzione Theater an der Ruhr

durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 2’30’’

Visto a Napoli, Teatro Trianon Viviani, il 1° luglio 2018

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