Clown net. Quando l’arte circense non è solo clown

Gli Oki Dok
Gli Oki Dok

Il duo belga Oki Dok (photo: clown-net.com)

Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano.
(Henri Louis Bergson)

Dissacratore di regole e di pensiero, sensibilità terrena che si fa e ha fatto del mondo trastullo, figura ambigua, che della natura ha colto la tragedia ridicola, il clown, siano le sue armi l’incanto o la beffa, resta senza dubbio ancora oggi artista eccellente della caduta, anche se i primi a inciampare, poco male, siamo come sempre noi. A ricordarcelo, con abilità, ironia e un pizzico di sana idiozia, hanno cominciato i belgi Xavier Bouvier e Benoit Devos, in arte gli Oki Dok, protagonisti lo scorso 8 agosto con “Slip experience” dell’apertura della rassegna Clown net che, fino alla fine del mese, accompagnerà alla Pinacoteca Nazionale di Bologna le calde serate estive della quest’anno ben poco vuota città rossa.

Spogliato del naso e dei suoi colorati orpelli, il clown del duo belga si è così letteralmente ridotto in mutande per regalarci, tra acrobazie, gag improvvisate e irresistibili duetti, una parodia grottesca e pungente di quel culto ossessivo di forma e bellezza che ogni giorno in Occidente pervade il nostro bombardamento mediatico. L’uno delicato e filiforme, l’altro robusto e rozzo, tolti gli accappatoi ecco i due “figurini” pavoneggiarsi sulla scena, ora improbabili atleti di karate, ora modaioli esibizionisti, ora bambini cresciuti anelanti corpi statuarei molto più simili, talvolta, a strambi scimpanzé.
L’ottima padronanza tecnica, conquistata tra le tante alla celebre scuola di Montréal, insieme a una complicità di coppia degna di Stan Laurel e Oliver Hardy, ha portato da tempo questo giovane duo, recentemente reduce dalla lunga kermesse all’Avignone Off, in giro per il mondo, perennemente in cerca di un’arte, o meglio di un clown, riconoscibile non per la sua maschera ma per la sua personalissima e continua evoluzione, dove al genere, sia esso circo o teatro, è lasciato solo lo spazio dell’ispirazione. Privi di affettazione e di sterile lirismo, gli Oki Dok hanno lasciato al pubblico il piacere della leggerezza, un abbandono alla risata che insegna a non prendersi troppo sul serio, in nome di un sorriso che, oggi come oggi, ci dicono, vuole essere anche e soprattutto attimo di semplice respiro.

Un bell’inizio per una rassegna piuttosto inusitata nel Bel Paese, e che tra i suoi ha contato il talento comico nonché mimico del più noto americano Peter Shub, allievo di Etienne Decroux e interprete con “Alzati e inciampa!”, già al Teatro Masini di Faenza lo scorso marzo, protagonista di un delicato e poetico one man show,  dove un asettico e un po’ malinconico omino, che tanto ricorda Buster Keaton, saprà cogliere dai suoi quotidiani fallimenti inaspettati e profondi spunti di esilarante fantasia.
In scena fino a mercoledì i Freak Clown, giovane e frizzante duo nostrano che, con “Peaceamis”, mescola in un surreale spettacolo di sapore anni ‘70 elementi di giocoleria, mimo e acrobatica, in continuo gioco-conflitto tra lo spazio della persona e quella della scena.
Ultima ospitalità estera “Room to play” (20-23 agosto) di Rob Torres, altro statunitense, ex psicologo e poi allievo del Barnum, capace con la sua comicità infantile di conquistare bambini di tutte le età.
Infine, a conclusione, pista, anzi palco, aperto agli italiani. Tino Fiamiani e Marco Carolei che con “Un mago e una valigia” (24-27 agosto) e “Classic” (28-31 agosto) offriranno le sorprese del trucco  di un mago sopraffatto dai suoi stessi oggetti e le trasformazioni di un personaggio dai mille volti.
Prima degli spettacoli, alle 20,30, la Pinacoteca ospita una serie di conferenze sul rapporto saltimbanco e pittura. Originale poi, in questi tempi di crisi, l’apericlown organizzato dallo Spazio In Due con l’incontro “Il clown ai tempi del crack” (il 21 agosto alle 18,30).

Una rassegna, quella di Clown net, che catapulta nel mondo e nelle suggestioni dell’arte circense, un’arte nata sulla strada e che alla strada ancora vuole parlare; ma anche una ferrea disciplina, che  appartiene, nel profondo, alla tradizione e alla nostra tutta umana fragilità. Una fonte inesauribile, volendo, anche per le nuove contaminazioni comiche della ricerca, che forse meriterebbe una riscoperta, se è vero che, per dirla con Fellini, “la società ingrata ha riso e non ha ricordato”.