Tra Superman e parcheggi: cronache dal primo weekend di Danza Urbana

Collettivo Cinetico (photo: Gabriele Orlandi)

Il Superman di Collettivo Cinetico (photo: Gabriele Orlandi)

Attraversamento pedonale antistante la stazione di Bologna. Un venerdì di rientri dal lavoro e dalle vacanze. Le 17:45 sono scandite da andirivieni di trolley e biciclette, cellulari, occhiali da sole e valigette. Verde.
Un ragazzetto pallido e tutto nervi vestito da Superman, con tanto di mutanda blu elettrico, mantello rosso sfavillante e calzettoni di spugna, si lancia correndo dal marciapiede. Salta, tuffandosi in avanti. Lo acchiappano al volo i due complici, che lo attendono accovacciati dall’altra parte della strada e lo portano via di gran carriera, secco, lui, come uno stoccafisso e col pugno teso verso l’infinito. Fine dell’azione performativa. Durata: meno di un minuto.

Questa è una delle vignette che formano il fumetto esploso e stralunato di “XD – 5 vignette sfuse per uso topico” presentato/sparpagliato in luoghi vari di Bologna durante, la seconda tappa del festival Danza Urbana, dal ferrarese Collettivo Cinetico sotto la guida della danzatrice e coreografa Francesca Pennini.
XD, ossia l’emoticon della risata, il segno grafico che sostituisce uno stato d’animo, sintetizzandolo, codificandolo e staccandolo dal corpo. Ma XD anche come maschera mostruosa di un’espressione standardizzata e con gli occhi iperaperti, di quel sorriso da posa fotografica, smagliante, forzato e inquietante, che Francesca Pennini aveva già iniziato ad indagare in “::D – scritture retiniche sull’oscenità dei denti”, in cui lo spazio della bocca veniva esplorato, manipolato e iperdilatato in qualità di eterotopia, luogo altro su cui spostare l’attenzione per riflettere su ciò che non si può mostrare né in pubblico né in scena. Su ciò che è, letteralmente, osceno.

E così ecco che spuntano, tra la stazione centrale e il Parco della Montagnola, un ragazzo dallo sguardo coperto con strati di nastro adesivo che esegue, in mutande e con una mazza da baseball in mano, una serie di pose plastiche legate fra loro in sequenza, ed ecco strisciare fuori da una cabina per fototessere una creaturina senza testa (la stessa Pennini) che si dimena lungo il sottopasso ferroviario, mostriciattolo alla Alien, quasi che in quella cabina ci avesse lasciato l’anima.

Questi “senza volto”, così come quel Superman sulle strisce pedonali, sono tra i protagonisti di un racconto per immagini in cui le maschere tragiche del sorriso postmoderno danzano insieme a supereroi malandati e inebetiti, da portare a spasso come cagnolini e dai corpi androgini, anonimi anche quando indossano il passamontagna dell’Uomo Ragno, così colorati da apparire lividi e malconci. Corpi su cui tracciare col pennarello i percorsi rossoblu di vene e arterie, la cui pelle può essere strizzata e pinzata da strisce di cerotto.
Corpi, insomma, che non ci raccontano sogni di avventure e di poteri speciali, ma sono il lacero precipitato di una realtà rovesciata, in cui miti e icone pop costruiscono l’identità di una generazione e al contempo cannibalizzano le possibilità della fantasia creatrice, facendosi sostituto di un essere sempre meno senziente e desiderante.

Altro segno grafico e altro tipo di percorso caratterizzano invece “O+< – scritture viziose sull’inarrestabilità del tempo studio#9”, uno studio di circa trenta minuti presentato dal Collettivo sotto il quadrivio di Palazzo Re Enzo, e facente parte del decennale progetto “C/o”, grazie al quale la danza esplora luoghi diversi da quello teatrale.
Stavolta al centro del lavoro è il soggetto, le proprie percezioni e la capacità di trasmettere qualcosa di esse agli altri.
In un gioco a tre voci, Francesca Pennini, Alfonso Santimone e Andrea Amaducci si scambiano informazioni di natura rispettivamente cinetica, sonora e grafica, in un tentativo di afferrare l’attimo nell’unico modo che sia possibile: trasformandolo sotto la spinta della sensazione da un lato e di un compito da eseguire dall’altro, facendo proliferare in maniera rizomatica e al contempo rigorosa movimenti, suoni e immagini.
Mentre infatti Francesca esegue la propria sequenza di movimento su un pannello di pvc piantato a terra, Andrea salta da un lato all’altro della pedana e, seguendo la danzatrice, chiude gli occhi per un secondo, li riapre e schizza col pennarello il disegno stilizzato del movimento che vede davanti a sé. Azioni effimere che cercano di acchiapparsi l’un l’altra pur nella propria sfuggevolezza, incalzate dalle note, anch’esse rigorosamente live, di Alfonso Santimone, in una pastoia sonora ricchissima, fatta di boati e stridori, tastiere impazzite e ritmi ossessivi.
E in mezzo a questo campo magnetico, fatto di schegge di rimandi e sollecitazioni, quello che più  affascina è la traccia che il movimento può lasciare di sé: l’unica davvero sensata, cioè quella che passa attraverso l’esperienza altrui, piantandovisi e germogliandone modificata. Accresciuta, forse.
E’ così che il movimento della Pennini, fatto di braccia sospese verso l’altro che poi si sciolgono in serpentine vigorose – dita dal tremolio febbricitante quasi a sondare l’aria e gambe di gomma che cercano sempre appoggi e passaggi imprevisti – diventa un enorme quadro stilizzato e con decine di creature umane in movimento, un quadro in cui la danzatrice può rimirarsi in un’immagine alterata e moltiplicata.
E allora lo spettatore, accecandosi magari nello stesso buio luminoso da cui provengono i disegni di Andrea Amaducci, può individuare un proprio percorso di lettura in quella selva di arti e fotogrammi di movimento, fusi in una scia dinamica in cui è facile perdersi.

Park (photo: Gabriele Orlandi)

Park (photo: Gabriele Orlandi)

Forse nessuna performance ospitata da Danza Urbana ha fatto proprio il compito di creare un evento site specific come “Park”, prodotto performativo di un laboratorio di cinque mesi che il coreografo e musicista di Mk Biagio Caravano ha condotto con 20 danzatori e performer bolognesi. Cucito su misura sul quarto livello del parcheggio multipiano Carracci, “Park” appare un lavoro da valutare nel contesto di sperimentazione laboratoriale in cui è stato realizzato, per riflettere su quanto di fertile e produttivo esso contiene in sé, prima ancora che sulle incertezze e i momenti meno efficaci.

A partire dalla peculiarità del luogo, il parcheggio, si indagano le possibilità di azione al suo interno: da area di sosta transitoria dei veicoli, in cui le vite delle persone si passano accanto per pochi istanti ma senza sfiorarsi, esso diviene lo spazio in cui, seduti al volante delle proprie vetture, i performer creano traiettorie comuni, interconnesse, all’interno delle quali le automobili seguono percorsi rigorosi e al tempo stesso frutto dello scambio di sguardi e della vigile attenzione dei guidatori. Una danza di veicoli che si fa metafora della danza tout court, intesa sia in termini di spostamento, traiettoria e disegno in movimento, ma anche, si legge nel programma, come “trasporto”: si dà un passaggio agli altri danzatori, percorrendo un tratto di strada insieme e restando all’erta per vedere ciò che accade al di fuori. Perché poi, quando si scende dalla macchina, qualcosa, nei corpi che danzano, è profondamente cambiato: non si danza più ognuno per proprio conto, ma le frasi di movimento diventano il linguaggio con il quale scambiare informazioni con gli altri, avvicinandosi e cercando di trovare una sintonia, qualcosa in comune, un unisono.

Ecco crearsi così coppie e gruppetti, qualcuno resta dapprima solo per poi interagire con un altro che gli passa accanto: la danza è esplosa, la sequenza dinamica di base (tra il marziale e il marionettistico) è spalmata tra i veicoli lasciati momentaneamente in sosta, polverizzando lo sguardo dello spettatore in tanti frammenti di visione.
Fino a che, in questo andirivieni su e giù dalle automobili, tra pause e riprese dell’azione danzata, il gruppo si fa via via più compatto, diventando prima coro e poi mucchio.

Si crea qualcosa di visceralmente umano in questa partitura di motori accesi, frenate e sportelli sbattuti, qualcosa che, in alcuni momenti, resta imbrigliato nella rigidità con cui si svolgono certe azioni, soprattutto collettive, quasi che l’esercizio facesse fatica a convertirsi in azione scenica indipendente.
Rimane, al di là delle incertezze, il valore di un’esperienza di laboratorio che, costringendo il performer a fare i conti con un’azione scenica complessa e stratificata, oltre che con una certa dose di pericolo, lo obbliga a non abbassare mai la guardia, a ricercare e mantenere in scena una condizione di presenza totale, fatta di una diffusa capacità di sguardo e di ascolto.

XD 5 VIGNETTE SFUSE PER USO TOPICO
regia: Francesca Pennini
azione: Andrea Amaducci, Nicola Galli, Angelo Pedroni, Francesca Pennini

O+< SCRITTURE VIZIOSE SULL’INARRESTABILITÀ DEL TEMPO STUDIO #9
concept e cinetografie live: Francesca Pennini
musica: Alfonso Santimone
grafiche live: Andrea Amaducci
durata: 25’
applausi del pubblico: 2’ 30’’

PARK
progetto di Biagio Caravano/MK
durata: 30’
applausi del pubblico: 2’

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