Collinarea: la narrazione che conserva la nostra memoria

La locandina di Collinarea 2014Lari è un piccolo paese tra il verde delle colline toscane, sormontato da un castello in provincia di Pisa; qui, da sedici anni, si tiene un festival molto particolare, Collinarea, diretto da Loris Seghizzi e organizzato da due compagnie assai diverse tra loro, Scenica Frammenti, che affonda le sue radici nella bella tradizione del teatro di una volta, e Pontedera Teatro di Roberto Bacci, uno dei pilastri storici dell’avanguardia italiana.
E in qualche modo la programmazione del festival si nutre di queste due differenti humus teatrali,  accontentando diverse tipologie di pubblico e offrendo spettacoli, nelle piazze e nel teatrino del paese, che seguono queste due direttrici, a volte anche mescolandole in modo suggestivo e stimolante.

Siamo giunti a Lari nell’ultima settimana di luglio, sperimentando da vicino questi due mondi. Ci sembra che sia il narrare innanzitutto a penetrare diverse creazioni che abbiamo visitato, il narrare che su queste colline e in generale in Toscana è il modo più intenso di conservare la memoria, e questo intento lo abbiamo visto in diversi spettacoli.

Nel rimarchevole “Testa di rame”, per esempio, i davvero bravi Ilaria Di Luca ed Andrea Gambuzza di Orto degli Ananassi / Achab tornano nella Livorno del 1945 per raccontare su una vivida drammaturgia dello stesso Gambuzzi e di Gabriele Benucci la curiosa epopea dei palombari, storia misconosciuta degli uomini che si calavano in mare per recuperare relitti e munizioni dal fondo del mare per ricostruire il porto e cancellare i segni della guerra.
Sono Scintilla, il palombaro, e Rosa, la sua donna, che alternando il loro punto di vista creano una sorta di quadro neorealista da cui emergono le difficoltà e le preziosità di un mondo popolare perduto, reso sulla scena con grazia e sobria naturalezza, che ha posto le basi della rinascita del nostro Paese.

Sabino Paparella
, interprete abituale dei lavori di Pontedera Teatro, in “Al forestér” riporta invece dalla memoria Antonio Ceri, figura emblematica di eterno sconfitto, uno che è sempre stato dalla parte sbagliata, sia durante la grande guerra, sia nei moti di Ancona che ancora sulle barricate di Parma, fino alla guerra di Spagna.
Antonio Cieri “soldato di leva, ferroviere, anarchico, antifascista, morto su una collina spagnola in un giorno di aprile” è narrato da Paparella in modo credibile, costruendo ambienti ed atmosfere da solo sul palco che all’esterno del teatro si affaccia nella valle.

Nel teatrino di Lari il pugliese Fabrizio Saccomanno, su una scrittura di Francesco Niccolini, in “Gramsci Antonio detto Nino”, decide di far uscire dalla memoria la figura umana di un’esistenza egualmente sconfitta, ma che ha segnato il tempo che ha vissuto, Antonio Gramsci, che in prima persona sommessamente narra la sua vita, mentre le lettere da recluso, impregnate dal dolore per il silenzio delle persone che ama, inframmezzate da parabole esemplari, sono recitate ad alta voce, una voce che diventa sempre più tremula coll’appressarsi della morte, avvenuta sei giorni dopo la sua uscita dal carcere.


Vi è poi la narrazione che denuncia: è il caso di Alice Conti in “Chi ama brucia”, su drammaturgia scritta con Chiara Zingariello; una sorta di crocerossina kapò che racconta, per contrappasso beffarda e trionfante, le condizioni degli stranieri internati nei C.I.E. – Centro di Identificazione ed Espulsione, dove le persone sono recluse “non per qualcosa che hanno fatto ma per qualcosa che sono”.

Anche in altre creazioni il narrare viene in qualche modo sbriciolato, come in “Luna Park” di Leviedelfool: Simone Perinelli, moderno Don Chisciotte, vive in un non luogo sulla tangenziale est di Roma, muovendosi a scatti come un disadattato. Il nostro tenero eroe cerca Dio, guardando la luna, cercando un affetto che forse solamente un alieno gli può dare ma a cui potrà regalare solo un unico cracker.
Peccato che il finale sia strabordante, perché l’interprete c’è ed è molto bravo. Ma sono tutti bravi i monologanti, anche Roberto Kirtan Romagnoli che racconta l’Odissea, peccato che creda di essere capitato a Zelig e il poema di Omero scivola troppo spesso in parodia.

Poi c’è Michele Sinisi di Teatro Minimo, che dopo Amleto si mette nei panni di Riccardo III. La sua narrazione non esiste proprio più, ora è una specie di internato che ripete furiosamente nella propria lingua il famoso monologo di apertura che condensa tutta la vicenda. Possiede solo il tavolo di detenzione e un pennarello rosso come il sangue, che ha versato e fatto versare, per comunicare, cercando disperatamente di colloquiare con noi, disegnando a brani i suoi desideri; se non sapessimo cosa ha fatto ci trasmetterebbe compassione.

“Cantare all’amore” di La Ballata del Lenna è invece una sorta di dissertazione sull’amore operato da tre personaggi, due sorelle (una bella e attraente, vicina a nozze che la renderanno ricca, l’altra modesta e poco piacente) a cui fa da contraltare un sarto imbranato, in cerca d’amore.
Lo spettacolo, dobbiamo confessarlo, ci convince poco, ricalca moduli un po’ stereotipati collocati in un tempo incerto, cercando in qualche modo di uscire dal naturalismo; solo nel finale amarissimo spicca un volo desueto, ma i tre giovani sono comunque da seguire. Avrebbero bisogno di un occhio registico esterno, come del resto molti altri, un osservatore che li consigli su dove tagliare, conservando solo il cuore importante di quello che si vuol dire.

Il festival ci concede anche la fortuna di assistere a due creazioni che Pontedera affida con benefico azzardo a due tra i più fervidi giovani drammaturghi della nuova scena italiana: Gabriele Di Luca e Michele Santeramo, “Perchè non ballate?”, presentato in forma definitiva, e “Alla luce” offerto come prova aperta.
Nel primo, con la regia di Anna Stigsgaard, Di Luca si misura con l’immaginario dello scrittore americano Raymond Carver, immergendoci in un mondo circolare, popolato da esistenze infelici, sempre in trasloco per un nuovo luogo dove inutilmente cercare un mondo migliore, colpiti da un male esistenziale così sottile da non saperlo decifrare.
Sono atmosfere sottilmente malate che a nostro avviso i pur volonterosi giovani interpreti, calati anche in doppi ruoli, faticano non poco a rendere plausibili.

Nel secondo la scrittura di Santeramo si nutre di rimandi classici che vanno da Pirandello a Strindberg, da D’Annunzio a Saramago, che il drammaturgo padroneggia con sicurezza per creare un reale gioco crudele, in cui nessun sentimento può essere governato. Tra gli attori rivediamo con immensa gioia Silvia Pasello, che da tempo non avevamo più avuto il piacere di osservare.
Anche per questo ripartiamo da Lari, dai suoi spettacoli, dai laboratori e dai saggi finali delle scuole presentati a cielo aperto, dalle sue atmosfere, dalle passeggiate nel verde e dagli incontri con gli artisti coordinati con perizia consumata da Andrea Cramarossa, proposti in piazza con un bicchiere di vino, con un po’ di mestizia ma molto soddisfatti.
 

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