Lo sguardo al presente del teatro: dal Blitz Theatre Group a Di Mauro e Sgorbani

Late Night (photo: Vassilis K. Makris)
Late Night (photo: Vassilis K. Makris)

La potenza del teatro arriva prepotente quando riesce davvero a parlare di noi e del mondo che ci circonda. Ne sono riusciti esempi tre spettacoli che, pur attingendo a linguaggi assai differenti e a un materiale drammaturgico altrettanto eterogeneo, inchiodano il pubblico di fronte alla scena.

“Late night” arriva al Festival delle Colline Torinesi con la potenza della sua lingua originale.
Blitz Theatre Group è un collettivo greco nato nel 2004 tra i più innovativi nella scena ateniese. Perno della sua poetica è “capire e rispondere a ciò che la società si aspetta oggi, all’inizio del XXI secolo, dall’arte”.

In scena tre coppie: tre uomini e altrettante donne in una sala da ballo con sei sedie e un microfono. Tutto intorno solo macerie e polvere, e valzer che si susseguono. Perché in quella polvere le tre coppie non smetteranno quasi mai di danzare.


I primi dieci minuti di “Late night” si rivelano fondamentali per comprendere un meccanismo che, passo dopo passo, conduce alla straziante verità. Il loop della danza, che inizialmente sconcerta, risulterà fondamentale per capire la drammatica realtà dei protagonisti.
Le coppie danzano e si alternano al microfono per raccontare la guerra. Inizialmente pare di riconoscerne “una”, cerchiamo appigli per le nostre conferme: nomi, luoghi, date. Ma, a mano a mano che il tempo scorre, appare sempre più evidente come il conflitto nominato sia una guerra universale. Non c’è un dove, non c’è un quando: è un conflitto che ha risucchiato la vita, barbarie in grado di cancellare per sempre il nostro vivere, il nostro essere umani, la nostra capacità di pensare.

Si danza allora per annullare la morte, per resistere e attaccarsi testardamente alla vita. Così “Late night” è una lunga, meravigliosa e dolente poesia danzata.
Gli unici momenti di stacco sono piccoli siparietti in cui i sei “ballerini” si cimenteranno, a turno, in piccole e sconnesse prove di bravura, numeri teatrali e di magia al quale il gruppo applaude, a rimarcare un tentativo maldestro di “distrazione”.
Poi si ricomincia a danzare, fra i ricordi di amori perduti, fra attese e speranze.
In questa polverosa balera pare che a danzare siano i fantasmi di ciò che eravamo. Di un’Europa che non esiste più.
Uno spettacolo intenso, da vedere e di cui abbiamo bisogno, che assume oggi un significato ancor più doloroso.

Causa di beatificazione (photo: Andrea Macchia)

Causa di beatificazione (photo: Andrea Macchia)

Ha la forza tellurica della Merì di Tarantino e la dolcezza vermiglia della “Donna” di beato Jacopone: così ci appare l’appena trentenne Matilde Vigna, un’anima-mater che macchia di sé la scena “di fortuna” della Scuola Holden profanandone il perimetro nero (perimetro attorno al quale si stagliano file sconnesse di mattoni a vista).
È lei che riesce, con “Causa di Beatificazione”, altro debutto ospitato alle Colline, a regalare agli spettatori un’intensa ora (di) mistica.

A seguirne ogni passo, con sguardo vigile e accorto, è Michele Di Mauro, il regista a bordo campo che sorveglia solerte la propria creatura dalla scaletta centrale della platea. Fra il pubblico, poi, si cela anche l’autore, dalla cui penna sono scaturiti tre canti in prosa in stile altamente perforante, ma non per questo meno onirici di un quadro di Ensor.
Massimo Sgorbani è la mens artifex all’origine di tre donne “innamorate dello sconcerto”: una prostituta kosovara che aspetta il suo treno blu e veloce, una kamikaze palestinese realmente vissuta e una suora “quattrocchi” direttamente catapultata nel presente dall’Italia medioevale.

Mescolando Eros Ramazzotti e Charles Trenet, cilici metafori e pellicce maculate, aureole al led e videoproiezioni in presa diretta, l’opera acquista una forma visionaria, pur esplorando i meandri più crudi delle viscere umane. Non c’è mai, in questo spettacolo, cattivo gusto fine a sé stesso: la sua improba missione è piuttosto quella di disvelare continuamente lo squarcio sanguinoso, eppure vitale, che «ci perseguita, ci libera, ci distrugge, ci danna, ci porta alla beatificazione».

Tali scelte poetiche si riverberano nel mobilio e nell’attrezzeria; intravediamo infatti, sulla scena, uno stender sovraccarico di abiti arancioni, una seduta in legno da ferrovia anni Cinquanta (o da navata barocca), un crocifisso, qualche lumino super-trash, un vetro piombato e un quadrato luminoso di scarpe nere. L’attenzione alla composizione e al colore è uno degli aspetti distintivi di questo emozionante lavoro, che fa scopertamente l’occhiolino alle movenze del cinematografo e del teatro intermediale (o interlinguistico).

Alla protagonista – voce sola di fronte al pubblico – si affianca un incombente personaggio maschile (Giulio Maria Cavallini), ora soldato, ora reporter: un fumoso voyeur che si ricicla all’occorrenza come afasico trovarobe, sempre attento e preciso. Una Causa, quella intentata da Sgorbani/Di Mauro/Vigna, che non potremmo non perorare. Sicché, alla fine, «le vent dans les bois fait hou hou hou,/ la biche aux abois fait mê mê mê,/ la vaisselle cassée fait cric crin crac/ et les pieds mouillés font flic flic flac. Mais…» la schiena ne esce dolorante, perché – ammettiamolo – le seggiole di “casa Baricco” sono tutto fuorché una beatificazione!
In scena fino al 16 giugno.

Estatico ed audace anche “Birdie”, cavallo di battaglia della compagnia catalana Agrupación Señor Serrano, già presentato due anni fa al Mittelfest di Cividale del Friuli e riproposto ieri sera sul palco del Teatro Astra, riscuotendo enorme plauso di pubblico.
La storia ordinaria di José Palazón – dal suo caffè mattuttino pre-doccia alle ore passate sotto il sole cocente di Melilla come fotoreporter – si intreccia a istantanee di grande Storia: frammenti di giornale, cartine tematiche, raggi luminosi nella nebbia. Un tripudio di linee e di colori che invadono lo sguardo assorto dello spettatore, sovraccaricandolo di immagini.

“Birdie” non vuole semplicemente parlarci della drammatica questione «delle migrazioni senza indulgere a luoghi comuni»; la performance, piuttosto, si profila come un’occasione per sperimentare un linguaggio nuovo, “retinopatico”, in cui il teatro – sempre più – schiarisce (senza però mai cancellarli del tutto) i propri confini.
Caratteristica della compagnia è infatti il rapporto non più diretto con il corpo degli attori, bensì con le proiezioni video, in questo caso di oltre duemila statuine di plastica. Fil rouge dei quattro atti è poi la metafora hitchcockiana degli uccelli.

Le lezioni che si portano a casa grazie a questo spettacolo sono principalmente due: la necessità di riflettere, di discernere, sia pur in un’epoca di bombardamenti mediatici e di frenesia; e la dolorosa consapevolezza di aver raggiunto un momento di svolta, sul quale – probabilmente molto presto – si scaglierà un nuovo diluvio universale. E non basterà un’arca a salvarci: servirà un po’ di umanità! Menzione d’onore alla voce narrante di Simone Milsdochter, al contempo calda e impersonale, universale e, come ammette lei stessa, familiare.

Il festival torinese prosegue per altre nove serate, a partire da oggi con “Roberto Zucco”, che vede Licia Lanera dirigere gli attori neo-diplomati della scuola dello Stabile di Torino sull’ultima pièce scritta da Bernard-Marie Koltès (in replica fino a domenica), ma anche il ritorno di Milena Costanzo con “Oh no, Simone Weil!” (oggi e domani).
I nostri racconti dal festival, a partire da altri debutti come “Platonov” firmato da Il Mulino di Amleto, proseguono quindi nei prossimi giorni…

LATE NIGHT
di Angelos Skassilas
regia Angeliki Papoulia, Christos Passalis, Yorgos Valais
uno spettacolo di Blitztheatregroup
scenografia Efi Birba
costumi Vassilia Rozana
luci Tasos Palaioroutas
coreografia Yannis Nikolaidis
con Maria Filini, Yannis Nikolaidis, Angeliki Papoulia, Christos Passalis, Ioanna Rabaouni, Serafeim Radis
produzione Onassis Cultural Center, Blitztheatregroup
coproduzione con La Filature – Scène Nationale de Mulhouse
presentato in collaborazione con Piemonte dal Vivo

durata: 1h 30′

Visto a Torino, Teatro Astra, il 6 giugno 2018

 

 

CAUSA DI BEATIFICAZIONE
di Massimo Sgorbani
regia e drammaturgia musicale Michele Di Mauro
con Matilde Vigna
e con Giulio Maria Cavallini
luci e scene Lucio Diana
video Giulio Maria Cavallini
suono Alessio Foglia
make up artist Katerina Di Mauro
studio di registrazione Arca Studios Torino
factotum Elvis Flanella
produzione Teatro Piemonte Europa/Festival Delle Colline Torinesi

durata: 1h 20′
applausi del pubblico: 5′ 12”

Visto a Torino, Scuola Holden, il 12 giugno 2018
Prima nazionale

 

 

BIRDIE
di Agrupación Señor Serrano
regia Agrupación Señor Serrano
ideazione Àlex Serrano, Pau Palacios e Ferran Dordal
performance Ferran Dordal, Vicenç Viaplana e David Muñiz
voce Simone Milsdochter
project manager Barbara Bloin
light design e programmazione video Alberto Barberá
colonna sonora Roger Costa Vendrell
creazioni video Vicenç Viaplana
modellini Saray Ledesma e Nuria Manzano
costumi Nuria Manzano
assistente di produzione Marta Baran
consulente scientifico Irene Lapuente / La Mandarina de Newton
consulente progettuale Víctor Molina
consulente legale Cristina Soler
management Art Republic
distribuzione in Italia Ilaria Mancia
in collaborazione con Piemonte dal Vivo

durata 60′
applausi del pubblico 4′ 10”

Visto a Torino, Teatro Astra, il 13 giugno 2018

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *