Coltelli nelle galline. La macchina di Shammah copre le voci

Coltelli nelle galline (photo: Cristian Sordini)
Coltelli nelle galline (photo: Cristian Sordini)

Una tragedia della lingua, consumata nella lingua: questo è il testo di “Coltelli nelle galline” (Knives in hens, 1995), lavoro di David Harrower che il Teatro Franco Parenti, con la coproduzione del Napoli Teatro Festival, porta in scena al Teatro Nuovo nell’ambito di NTFI ‘19.
È la storia di come cose e parole possano tornare ad abbracciarsi, ciascuna spingendo un po’ più in là l’esperienza dell’altra.

La trama è semplice, parla di una coppia di neo-sposi, piccoli possidenti, in un luogo che potrebbe essere quello della campagna scozzese, in un tempo che risale ad un imprecisato passato – come vedremo gli elementi scenici non sono univoci.
Lui, Pony William, è gran lavoratore, “l’uomo dell’aratro” lo chiamano; lei, appassionata della operosa vita di coppia. Poi c’è il terzo, il mugnaio Gilbert Horn: questi sa scrivere e non produce la ricchezza del mondo, ma la trasforma col faticoso travaglio della mola e della penna: un mugnaio filosofo o, chissà, poeta; colui che sa trasfondere in arte l’esistente – come farà “The boy”, il protagonista di “Written on skin” di George Benjamin, un’opera che per tanti versi sembra debitrice al testo di Harrower.

Il lavoro, messo in scena da Andrée Ruth Shammah, anima storica del Teatro Franco Parenti di Milano, in questa sua parte testuale è roccioso, squadrato in scene separate giustapposte e intervallate da un motivo musicale ricorrente (che a volte sa di jingle), e adopera una lingua scarnificata, arretrata all’estremo, di cui la traduzione tenta di restituire quell’essere formata a blocchi non comunicanti fra loro, in un’aderenza alle cose che a volte colpisce per primitivismo e rudezza – uso dell’infinito, persino della terza persona.
Si infiltrano nelle parole diadi pesantissime: le cose e le parole, appunto, e poi l’amore e il possesso, la comunità e la solitudine, Dio, l’uomo e le rispettive responsabilità, la ciclica ripetitività del tempo e delle stagioni e la sua proiezione verso il futuro.
La forma che tenta di farsi archetipica del dettato testuale, il suo procedere paratattico e ciclopico sembrerebbe esigere un impianto spettacolare che ne accompagni il carattere, come i ricoveri di antichi legni accompagnano le parabole di Peter Brook.


La scelta della regista è invece altra: se i costumi ricordano un generico e a volte confuso “passato” (babbucce di morbida pelle, cinturoni con fibbie piratesche, camicioni medievaleggianti, candidi grembiali, cavalli bassi e copricapi insoliti, fusciacche, una valigia rigida di cuoio…), la scenografia si avvale della mirabile mano di Margherita Palli, che costruisce un’opera nell’opera elegantissima, persino autonoma. Esageratamente autonoma, autoportante al punto da scalzare l’icasticità del testo e sostituirsi come elemento motore del lavoro.
Un imponente meccanismo scenico mette infatti piede nella platea del Teatro Nuovo, smobilitandola (era pensata per il foyer del Franco Parenti): una sorta di istallazione metateatrale su cui navigano tre minuziosi plastici che riproducono le scene nelle quali i personaggi dovrebbero muoversi, il tutto sormontato da una leggera struttura in ferro per le luci. Sul fondo un doppio fondale azionato a vista dagli attori (in realtà da un macchinista) fa da schermo per le proiezioni, opera di Luca Scarzella, che presentano le scene con indicazioni di tempo.

Questo impegnativo dispositivo diluisce la massa del testo, grossa e (apparentemente) ingenua, in un gioco esteriore, distante, macchinoso, elucubrato: i doppi dei personaggi sui plastici, i piccoli proiettori che simulano quelli grandi, le deliziose lucette che si accendono e spengono nei plastici a immagine delle vere, ecc.

Ne deriva quasi immediatamente che, spostato il baricentro sul lato delle “cose”, anche il lavoro degli attori, al pari del testo, è liquidato e ridotto spesso alle richieste “esterne” (il manovrare i plastici, lo spostare sipari e schermi) mentre quelle “interne” al testo sembrerebbero trascurate, non sorvegliate allo scopo di un lavoro “uniforme”: si gioca e non si gioca con la cadenza regionalistica di due dei tre in quella che sembra all’inizio un voluto idiotismo e che però immediatamente stride con i nomi chiaramente anglosassoni dei personaggi. Lo stile è epico e volutamente segnato da richiami formalistici in Alberto Astorri, più tradizionale e comunicativo risulta Pietro Micci, Eva Riccoboni è assente a ogni tentativo di “aggancio” dei compagni di palco; la caratteristica asciuttezza del testo risulta dunque esplorata autonomamente dai tre a seconda delle proprie inclinazioni e della propria esperienza, costringendo lo spettatore a continui cambi di prospettiva, sforzo che allontana dal senso del testo.

L’effetto finale risulta dunque di una complessa macchina, meravigliosa alla vista, e in un trionfo della tecnica. Un contenitore quasi impeccabile (ma cos’è quella tavola che funge da “porta” del mulino, spostata a mano, su cui gli attori si affannano a bussare? E quella lampadina elettrica accanto ai lumi a olio, i quali tra l’altro si accendono per magia, al solo contatto, con un effetto quasi comico? Dov’è il “fuoco” a cui si allude, in mezzo a tanta minuzia di particolari?), un contenitore tra i cui mille ingranaggi non è però lasciata una sola boccata di salutare vuoto per riflettere e ricostruire un testo che si ritrova più occultato che offerto. Quasi non si fosse veramente guadagnato la fiducia e il coraggio di essere messo in scena nudo e parlante.

COLTELLI NELLE GALLINE
di David Harrower
traduzione Monica Capuani e Andrée Ruth Shammah
regia Andrée Ruth Shammah
con:
Eva Riccobono Giovane Donna
Alberto Astorri Pony William
Pietro Micci Gilbert Horn
scene Margherita Palli con la collaborazione di Marco Cristini
luci Camilla Piccioni
costumi Sasha Nikolaeva
musiche Michele Tadini
video Luca Scarzella
collaborazione artistica Isa Traversi
assistenti alla regia Beatrice Cazzaro, Lorenzo Ponte
assistente scenografo Katarina Stancic
assistente video Anna Frigo
scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti
in collaborazione con gli studenti del Triennio in Scenografia di NABA, Nuova Accademia di Belle Arti Chiara Carrettoni, Chiara Sgrignuoli, Martino Grande, Francesca Pesce e Kelly Linciano
costumi realizzati presso la sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
produzione Teatro Franco Parenti / Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
in collaborazione con Spoleto 62 Festival dei 2Mondi

durata: 2h
applausi del pubblico: 2′

Visto a Napoli, Teatro Nuovo, il 29 giugno 2019

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