Come e perché facciamo teatro? A Napoli Peter Brook incontra studenti e teatranti

Peter Brook

Peter Brook (photo: napoliteatrofestival.it)

L’appuntamento con Peter Brook è fissato per mezzogiorno all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli. Occasione dell’incontro, ospite del Napoli Teatro Festival Italia (al via domani, martedì 4 giugno), è la presentazione del suo ultimo lavoro, in prima mondiale, “Lo Spopolatore”, da Samuel Beckett, che debutterà il 6 giugno al Teatro Sannazzaro.

L’incontro si rivelerà in realtà molto breve, ma viene introdotto dalla visione di una videointervista che il regista ha generosamente rilasciato in occasione della sua recente presenza al Teatro Valle di Roma.
Il video esprime parte del pensiero che il regista rivolge all’Italia, in particolar modo a chi opera nel e per la cultura in questo momento critico, esortando a ri-interrogarci sul senso e il modo in cui facciamo teatro.

L’ingresso del regista nell’Aula degli Angeli dell’università, un’antica chiesa dell’ex-monastero di clausura risalente al 1668, fa immediatamente alzare in piedi la numerosa platea di studenti, operatori, critici, attori, registi e coreografi presenti, per accogliere con entusiasmo ed emozione la presenza di uno dei più grandi registi teatrali del nostro secolo.

Contrariamente alle aspettative della platea, non si tratterà di una mera conferenza sulla storia o sulla teoria e i metodi del teatro. Peter Brook stabilisce infatti da subito con il suo uditorio una comunicazione non formale e scevra di qualunque tipo di intellettualismo, puntando immediatamente al dunque: “Siamo qui, ora, in questo momento, e abbiamo poco tempo, utilizziamolo in maniera utile! Non vi parlerò allora del mio teatro o del mio ultimo lavoro; vorrei che foste voi a farmi delle domande importanti”.


Il regista spinge la platea a mettersi al centro della conversazione, ponendo in discussione, in quanto operatori teatrali, i nostri pensieri, e spingendoci a farci la domanda alla base di tutto: cos’è per noi il teatro? Perché e come lo facciamo?

“Il teatro – afferma poi Brook – è come l’immagine di un cervello, dove non vi sono solo i pensieri, ma sentimenti e percezioni sensoriali che raggiungono livelli di un valore sempre più raffinato. Andare a teatro significa condividere, nello spazio e nel tempo di una o due ore, un’esperienza dell’arco di un’intera vita insieme a persone diverse, provenienti da vari livelli e qualità mentali. Noi ci chiediamo continuamente nella vita cosa è vero o non è vero: ecco, il teatro avviene quando noi usciamo dall’esperienza teatrale trasformati, con un sentimento diverso della vita”.

Peter Brook esplica a parole quanto emerge dai suoi spettacoli, e così racconta di un teatro che è nel presente, che è vita che accade nel momento della creazione. “Nel momento in cui si crea non occorre indossare un atteggiamento piuttosto che un altro, non c’è qualcosa che sia giusto o sbagliato; occorre invece seguire il proprio istinto e sentirsi liberi di creare. Poi, con il tempo, si guarderà alla propria creazione come qualcosa da aggiustare, fino a raggiungere un’apice. Nel processo creativo occorre dunque passare dalla base di un caos iniziale alla semplicità, e ciò lo si ottiene attraverso il togliere”.

E’ questo che Peter Brook definisce l’essenziale, un risultato a cui si arriva dopo anni ed anni di esperienza.
“I giovani – conclude – spesso fraintendono questa idea di semplicità, ed erroneamente si predispongono in una maniera tale da assumere questa definizione come chiave da seguire in un metodo che non è il proprio, solo perché lo dice un “maestro”. L’esortazione che vi lascio è dunque di continuare ad interrogare se stessi sul fare teatro nella pratica giornaliera, a pensare il teatro non come una parola scritta sui dizionari e nei saggi di critica, non come un pensiero rivolto al passato, ma il teatro come presente, come vita”.

“Lo Spopolatore”, in scena dal 6 al 9 giugno, vedrà come protagonista l’attrice tedesca Miriam Goldschmidt. «Quando si mette in scena un testo di Beckett – afferma il regista – subito si dice: “I suoi testi sono così pessimistici…”. Questa è la parola che ritorna più spesso. Ed è proprio questa la parola che vorrei approfondire: non c’è niente di più positivo che le opere di Beckett. Quando accusiamo Beckett di pessimismo siamo veri personaggi beckettiani in una pièce beckettiana».
 

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