La compagnia degli uomini. Oltre l’economia con Bond e Ronconi

La compagnia degli uomini
La compagnia degli uomini

La compagnia degli uomini (photo: piccoloteatro.org)

Mostrare in scena le conseguenza tragiche dei comportamenti scorretti degli uomini: se questa necessità politica spinse i greci a inventare il teatro, “La compagnia degli uomini” è senz’altro ascrivibile alla tragedia, così come il drammaturgo inglese Edward Bond potrebbe essere contemporaneo di Eschilo, Sofocle ed Euripide, trasformando Milano, sino al 26 febbraio, in una Atene del V secolo a.C.

Ha infatti debuttato a Milano la nuova produzione del Piccolo Teatro, nell’adattamento di Luca Ronconi.
La trama è ambientata negli anni ’80 del secolo scorso: la scalata del giovane Leonard all’azienda di armi dell’anziano padre, il buon Mr. Oldfield che lo ha adottato, è agevolata da Dodds, braccio destro (traditore) dell’imprenditore, e architettata con la lucida strategia del capitalista Hammond e di Wilbraham, altro industriale ma sull’orlo del fallimento e dell’alcolismo. Con loro Bartley, l’ambiguo cameriere di casa Oldfield.

Le annunciate quasi quattro ore di durata della rappresentazione (una normalità per Ronconi) scorrono con sopresa senza peso: lo spettacolo appassiona e la sua lunghezza, se all’inizio può spaventare, risulta poi condivisibile. E quasi doverosa, nell’ottica di condensare in un unico allestimento tutte le possibili profondità del testo: argomenti economici, di storia e cronaca politica, riflessioni culturali, dietrologie etiche, fatti sociali e altro ancora. Molteplici insomma, a discrezione del singolo spettatore, i trampolini di pensiero: potere delle ipocrisie e verità dei rapporti, inutilità delle disillusioni, depressioni e speranze, dipendenze e apparenze, fantasie degli uomini e anche una certa ipotesi sul ruolo delle donne… Gli spunti certo non mancano.

Grazie a una sistemazione delle parole tale da servire alla trama per poi abbandonarla, lo spettacolo permette allo spettatore una diversa, e sempre possibile, vicenda. Fautori del meccanismo scenico, e insieme spalleggiatori del pubblico, il gruppo dei sei interpreti, evidentemente vincolati dalle istruzioni di Ronconi, ma naturalmente esuberanti.

Più che modello realistico di dialogo tra padre e figlio, sembra una “cosa vera” la relazione messa in scena dal 91enne Gianrico Tedeschi, grigio (ma come il carbone, che dentro è ancora ardente), e Marco Foschi, vibrante, spesso ma malleabile, che restituisce con coerenza la bipolarità di Leonard. Alla sua continua evoluzione, si aggiunge la metamorfosi del rapporto con il servitore Bartley: prima dipendenza da un servo, poi possibilità di riconoscere in lui un fratellastro, con tanto di gara a chi riceverà dal padre più attenzione, affetto, eredità. Il cameriere-fratello acquisito è Paolo Pierobon, spettacolare nel riuscire a restituire il dolore del suo ruolo, e manifestandosi come un ‘fool’ moderno, perennemente ubriaco, eppure perfettamente lucido.

Prova di attori impeccabile, su una scenografia smilza e funzionale, incorniciata da mattoni e fatta principalmente di due poltrone rosse, “La compagnia degli uomini”  è definita “messa in scena dei meccanismi complessi della finanza e dell’economia” da chi ha proposto al suo teatro “un’opera difficile e maleducata”, giustificando la scelta “convinto che sia un dovere, per un teatro come il Piccolo, occuparsi di questioni apparentemente lontane dalla drammaturgia classica”. Parola di Sergio Escobar. Il direttore del Piccolo Teatro di Milano, infatti, con il motto “il teatro sfida la cronaca. Guarda alla vita di tutti i giorni”, nei giorni precedenti il debutto ha motivato la scelta del Piccolo di mettere in scena un testo del genere come “necessaria”, come se capire l’economia possa essere la nuova urgenza per un teatro che, solo dal punto di vista economico, diventa sempre più povero: ”Il 2011 avrà un ulteriore taglio del 35%, quale settore ha subito tagli simili?” domandava alla presentazione della nuova produzione.

E l’8 gennaio, in un’intervista pubblicata su Il Sole24Ore, alla domanda “In che modo il teatro può aiutare gli spettatori a capire i meccanismi della finanza?”, Escobar rispondeva: “Non ci poniamo nei confronti del pubblico con un atteggiamento pedagogico: non pretendiamo di spiegare nulla. Vogliamo invece capire assieme al pubblico un mondo che spesso sfugge alla nostra comprensione, ma che interessa la vita di tutti noi”.

Il 10 gennaio, ad anticipare la prima, il direttore del Piccolo introduce un incontro, nella sede storica di via Rovello, a cui partecipa anche Ronconi, e in cui intervengono un banchiere, un economista, un rappresentante di Confindustria e il direttore del Sole24Ore. Pretesto per il dibattito (intitolato “L’industria al tramonto? Economia, etica, teatro”) è evidentemente il testo di Bond che, nella traduzione di Franco Quadri e Pietro Faiella, esce per la prima volta in Italia, in concomitanza al debutto della nuova produzione del Piccolo, edito da Libri Scheiwiller, casa editrice – non a caso – del Gruppo 24 Ore.

Ora, questa cornice dà l’idea che, in effetti, il Piccolo abbia trovato il modo di “fare economia” con un solo spettacolo: uno scambio di risorse tra mondo dell’economia e universo teatrale. In questo caso poi, vista la qualità dello spettacolo proposto e del testo edito, l’iniziativa è da applaudire.
Riportare frammenti dell’articolata campagna pubblicitaria che ha preceduto “La compagnia degli uomini” è un modo, indiretto, per suggerire dove si nasconde il grande valore dello spettacolo, che va ben oltre la semplice analisi del capitalismo e delle sue degenerazioni.

La compagnia degli uomini
di Edward Bond
traduzione: Franco Quadri e Pietro Faiella
regia: Luca Ronconi
luci: A.J. Weissbard
costumi: Gabriele Mayer
con (in ordine alfabetico): Riccardo Bini, Giovanni Crippa, Marco Foschi, Paolo Pierobon, Gianrico Tedeschi, Carlo Valli
produzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
durata: 3h 40’ (intervallo compreso)
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Piccolo Teatro Grassi, il 24 gennaio 2011

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