Compagnia Garbuggino Ventriglia: l’addio al Teatro Florenskij e i nuovi progetti

Ventriglia e Garbuggino in Mozart e Salieri - Puškin suite (photo: Lucia Baldini)
Ventriglia e Garbuggino in Mozart e Salieri - Puškin suite (photo: Lucia Baldini)

L’occasione di questa intervista alla compagnia Garbuggino Ventriglia si è presentata quando la compagnia ha annunciato la chiusura del Teatro Florenskij, spazio artistico in cui sono accadute molte cose e che è stato un’oasi felice in una città culturalmente certo non vivissima quale è Livorno. Ma la chiacchierata – rigorosamente al telefono – è stata anche l’occasione per parlare delle tante novità che la compagnia ha in cantiere, tra le quali nuove collaborazioni e nuovi debutti.

Cominciamo dall’inizio, la chiusura del Teatro Florenskij a Livorno. Cosa vi ha portato a questa scelta?
Gaetano Ventriglia Nei primi anni di vita della compagnia provavamo i nostri spettacoli nel bellissimo Teatro di Buti diretto da Dario Marconcini, o al Castello Pasquini [Armunia, ndr] – era l’era di Massimo Paganelli – che ci producevano. A Livorno non avevamo alcun tipo di sostegno né di ospitalità produttiva, tranne il Teatro del Porto in un paio di occasioni. Anche da qui la scelta di avere uno spazio nostro nella città dove risiede la compagnia. Oggi la situazione è diversa: a Livorno siamo coprodotti dal Nuovo Teatro delle Commedie, diretto da Francesco Cortoni, che ci dà la possibilità di provare e tenere laboratori. Un altro motivo per cui chiudiamo è che a Livorno non è possibile far vivere uno spazio basato esclusivamente sul teatro e sulla musica in senso puro.

Cosa ha rappresentato per voi questo spazio, nel vostro percorso artistico?
Silvia Garbuggino Ci ha dato una libertà che si è tradotta anche in libertà scenica e creativa. Pensiamo a lavori come “In terra in cielo” e “‘O pesce palla” insieme alla chitarra elettro-baritono di Gabrio Baldacci. Ci ha dato la libertà e il senso di scoperta di incontrare grandi musicisti, sia per la creazione scenica sia per la programmazione… Insieme a Tony Cattano abbiamo ospitato per tre anni concerti in solo nella rassegna “A Soli Suoni”, concerti che resteranno tra i più belli nel ricordo del pubblico che li seguiva. L’attività pedagogica che abbiamo portato avanti al Florenskij ha destato interesse a livello nazionale – Rai 5, questa rivista, TeatroeCritica, Rai Radio 3 -. Al Florenskij si è formato un gruppo di giovani attori con cui il lavoro proseguirà comunque.

Ultimamente il vostro percorso ha incrociato quello di un’altra compagnia, Dimitri/Canessa…
SG Il nostro è un incontro umano, poetico e politico. Abbiamo lo stesso approccio sia di fronte alla materia artistica che allo stare nel mondo teatrale. Vogliamo continuare a fare quello che amiamo. Siamo in un percorso artistico che ci porterà nel 2022 a “Il giardino dei ciliegi”, un progetto che attualmente è sostenuto dall’associazione Pilar Ternera come produttore esecutivo e dal Teatro della Tosse di Genova.

Ancora in tema di collaborazioni ed incroci, come non parlare di “Mozart e Salieri, Puškin suite” l’ultimo vostro lavoro, andato in scena a Inequilibrio 2020. Come è nata la collaborazione con Attilio Scarpellini, critico, giornalista, autore radiofonico e scrittore?
GV  È stato Attilio che, al termine di una replica a Roma al teatro Argot di “‘O pesce palla”, ci parlò di una idea che coltivava da più di una decina d’anni, da quando per la prima volta ci aveva visto al Rialto fare “Nella luce Idiota”.
È uno spettacolo nato in un periodo così difficile e insolito, ed è come se l’averlo provato in giorni così strani – giorni in cui l’esistenza stessa del teatro è stata messa in discussione – avesse amplificato i temi del testo di Puškin. La comparsa della grazia, che è il nucleo dello spettacolo, ci riporta al nucleo del nostro lavoro di attori… A dicembre 2021 saremo al Teatro India per Teatri di Vetro, con la direzione di Roberta Nicolai: data la peculiarità del festival verrà riaperto il processo creativo.

Il vostro percorso è caratterizzato da un forte rapporto con gli autori russi ed Eduardo de Filippo…
GV Il mio incontro con Eduardo è originario, per fortuna pre-teatrale: sono le immagini in bianco e nero del televisore di famiglia, attraverso il quale da adolescente ho visto e rivisto allo sfinimento il suo teatro… Eduardo è la mia formazione, prima del teatro: una formazione esistenziale. Quello che mi resta di lui, dopo tutti questi anni, è soprattutto la faccia, che è il suo segreto meglio custodito, una faccia che andrebbe proiettata nel cosmo, per amplificarne i misteri e il silenzio.
E poi il ritmo, le dinamiche: attraverso questi aspetti sono arrivato ad amare e studiare il teatro di Varietà di inizio Novecento. Ecco: Eduardo mi ha condotto lì, proprio per mano, dentro un periodo folgorante e abissale da cui dovremmo prendere nutrimento per uscire dal clima stanco, routinario e borghese in cui è caduto il nostro teatro e in cui si rischia di far finire imbrigliati e soffocati i tentativi più vitali. E’ un pericolo che sento in particolar modo per le compagnie giovani, che rischiano di nascere già impiegati dei bandi in formato UE. Ma questo non ha niente a che fare con la scelta esistenziale del teatro.
Gli autori russi vanno al nocciolo profondo delle cose; io ci ho sempre trovato la possibilità e il baratro di tentare il teatro, di essere un attore. In Cechov c’è la tenerezza infinita verso i personaggi: una tenerezza che l’attore dovrebbe riuscire a tenere; e insieme la lucidità sul quadro di insieme. Prendi il “Giardino”: su tutti incombe il rumore di una corda di violino che si spezza, e tutti la sentono. Cos’è questo rumore? E questa corda? Da chi e da che cosa va difeso il nostro giardino?
Puskin è il nitore, è un prisma. I suoi racconti ti lasciano come in una stanza piena di luce ma non sai se è una stanza o se sei in un spazio sconfinato. Il suo teatro è un enigma che si dà nella semplicità tagliente della scrittura… Dostoevskij fa paura. Devi attraversare questa paura: se come attore non ti risparmi la libertà che non viene risparmiata alle sue creature, allora potrai scoprire qualcosa. Per me Dostoevskij è Alesa e Ivan all’osteria: “Di cosa credi che parlino i ragazzi russi seduti ai tavolini? Forse di Napoleone? No: parlano se c’è Dio, parlano delle questioni eterne”.
Di Florenskij non sono in grado di dire niente. A lui era dedicato il nostro teatro. Guardate i suoi occhi.

Torniamo sulla situazione attuale, la pandemia… Secondo voi come influenzerà, in futuro, il sistema teatrale italiano?
GV Un anno fa avevo scritto un articolo per minima&moralia, “Prendere la parola anche se non si ha voce”: tra le altre cose dicevo che la pandemia avrebbe potuto (e dovuto) essere un’occasione per ripensare radicalmente il sistema teatrale. Un sistema che, basato su scambi e conflitti di interesse, soffoca principalmente le compagnie indipendenti che hanno soltanto i loro spettacoli come forza lavoro. Dicevo anche che, se non si fosse riusciti a rimettere in discussione i meccanismi, la pandemia avrebbe probabilmente portato ad una stretta ancora maggiore… Mi sembra che sarà così, che già sia così. Si parla di circuiti basati sullo scambio – è la parola giusta, perché non usarla? Direbbe Eduardo – facendo ormai passare ciò sotto l’egida della “buona pratica”. È la fine del teatro come forma di espressione artistica, ricerca sincera, tensione verso qualcosa di sconosciuto. Eppure il sistema non è una categoria ontologica, non è dato per sempre. L’unica bella novità che il Covid ha portato è una presa di coscienza da parte dei lavoratori dello spettacolo, ora mi sembrano più uniti nel reclamare diritti sociali e lavorativi di dignità.

SG Questa pandemia ha evidenziato limiti e mancanze del sistema teatrale italiano e la fragilità sociale di chi lavora nel teatro. Spero che possa nascere un sistema alternativo a ciò che in teoria già doveva essere alternativo, e credo che nascerà a partire dall’azione di chi fa questo mestiere per vocazione artistica e per amore del teatro. Citando Stanislavskij: “Bisogna amare l’arte in se stessi e non se stessi nell’arte”. Si tratta chiaramente di due comunità diverse. I teatri sono stati chiusi. Chi non fa questo mestiere non ha sentito la mancanza dei teatri. È una cosa terribile. Quindi chi riveste posizioni dirigenziali nel sistema teatrale dovrebbe farsi delle domande. Comunque io ripongo le mie speranze, fiducia e amore nell’altra comunità, di cui spero di far parte.

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