Comuni Marziani. A parlare di omosessualità con Tecnologia Filosofica

Comuni Marziani - Tecnologia Filosofica

Lo spettacolo Comuni Marziani di Tecnologia Filosofica

“Quando ho scoperto di essere gay mi sono sentito un marziano”.

Da poco rientrata da una tournée in Puglia, dove ha presentato agli studenti di vari istituti superiori il progetto “Comuni Marziani”, Tecnologia Filosofica continua a proporre ai giovani un’occasione di confronto e riflessione sul tema dell’orientamento sessuale. Perché, come ci ha raccontato la compagnia, “non è vero che non siamo una società omofobica, lo siamo ancora fortissimamente”.

Il progetto della compagnia torinese prevede la visione preliminare del video “Nessuno Uguale” di Claudio Cipelletti, realizzato dall’Agedo (Associazione Genitori Di Omosessuali) nell’ormai relativamente lontano 1998: alcuni studenti discutono di omosessualità nel corso di diversi incontri, cui partecipano anche ragazzi dichiaratamente omosessuali. Nel progetto di Tecnologia Filosofica segue una mattinata a teatro, in cui allo spettacolo di teatro-danza “Comuni Marziani”, segue un’ora di dibattito sul tema.

Quanto bisogno c’è, 15 anni dopo la realizzazione del video, di affrontare questo argomento fra gli adolescenti?
Abbiamo incontrato due attori della compagnia, Aldo Torta e Stefano Botti, per cercare di capirlo.

Torniamo un po’ indietro. Com’è nata Tecnologia Filosofica?
La compagnia è nata nel 2000 con un gruppo di danzatori, fondata dal coreografo Lorenzo Bodi, ballerino di Loredana Furno. Da lì il gruppo si è ampliato, arricchendosi di attori che fanno anche danza, danzatori che fanno anche teatro… Lorenzo non c’è più da tanto tempo, alcune persone sono entrate, altre sono uscite. Non c’è una direzione artistica unica ma ci sono dei progetti condivisi.

Chi ha partecipato a Comuni Marziani?
Lo spettacolo ha debuttato nel dicembre 2006 da un progetto nato da noi due [Torta e Botti, ndr]: è stata una creazione a quattro mani. Non tutte le persone che ci sono oggi erano in quello spettacolo. Attualmente in scena siamo in sei più Paolo, che è il musicista fuori scena.

Nonostante siano passati quasi sette anni resta uno spettacolo attuale.
Noi l’abbiamo pensato e scritto per un pubblico di adolescenti. Tuttavia, tra il 2006 e il 2007, abbiamo partecipato anche a molti festival serali. A quei tempi funzionava anche nel contesto adulto. Ora lo facciamo prevalentemente per i ragazzi; per un pubblico di adulti andrebbero rimaneggiate alcune dinamiche interne al lavoro. Con i ragazzi invece funziona ancora.

A quali età lo rivolgete?
Alle scuole superiori. Il prossimo anno però vorremmo farlo anche per le terze medie del milanese, perché ci pare si siano abbassate rapidamente le fascia di età interessate a questi temi. Gli attuali ragazzi del triennio, se sono omosessuali già lo sanno e già hanno esperienze, così come qualsiasi eterosessuale sedicenne ha già avuto esperienze sessuali. Questo però non significa che abbiano una maggior apertura. Ciò che stiamo notando è un’assoluta incapacità a riconoscere e gestire le emozioni: non sanno parlare, relazionarsi con l’altro in una discussione, spesso sono un fuoco emotivo.

Qual è lo scopo principale del progetto?
Non vuole convincere nessuno, non è finalizzato a dire “evviva i gay, siamo tutti gay”, ma vuole far ragionare i ragazzi, farli pensare con la propria testa e farli tornare a casa con un pensiero, dei nomi, delle storie. Al dibattito partecipano persone dichiaratamente omosessuali, e abbiamo visto che tutte le volte che riusciamo a virare dai classici discorsi su matrimoni e adozione a “sono io, io ho fatto questo, mi è successo questo”, avviene una piccola trasformazione nel pensiero dei ragazzi. Da quel giorno non potranno parlare di omosessualità solo per sentito dire, e ci auguriamo che inizino a capire che, anche se la maggioranza è in un certo modo, questo non vuol dire che sia l’unica “normalità”.

Raccontateci qualcosa dello spettacolo.
Si toccano tanti colori di espressione, dal comico al drammatico. È un lavoro di teatro-danza, spesso i ragazzi sono sconvolti perché non sono abituati a questo tipo di linguaggio, quindi vanno a caccia della storia e alcuni ti dicono “non ho capito niente”. In effetti è molto visionario; parola, movimento, corpo e musica si intrecciano. Spesso ci troviamo di fronte a ragazzi che rimangono attoniti sia per l’argomento, sia per il tipo di linguaggio, a cui non sono abituati. Magari hanno fatto l’esperienza didattica di andare a teatro a vedere Shakespeare o Pirandello, e si aspettano qualcosa di simile.

“Gli adolescenti omosessuali devono ancora raccontarci la fatica e il dolore di costruire in solitudine un’identità non prevista dalla società in cui vivono” si racconta nel video di Cipelletti, girato nel ’98. Guardandolo, l’intransigenza nei confronti dell’affettività omosessuale sembra superiore rispetto ad oggi (nella parte iniziale l’intervistatore chiede ai ragazzi: “Ci sono omosessuali nella vostra scuola?”, e la risposta è: “Nooo, omosessuali?!”, come si parlasse appunto di alieni). Com’è cambiata, dall’inizio del vostro progetto ad oggi, la ricezione dello spettacolo?
Nel 2006, quando abbiamo iniziato a lavorare coi ragazzi, eravamo proprio in quella situazione lì. Adesso la sensazione è che i ragazzi siano cambiati parecchio, i professori invece di meno, cioè si sta molto ampliando lo scarto generazionale sulla tematica: troviamo ragazzi che sono già un po’ più avanti rispetto ai freni e alle paure che hanno certi professori.
All’inizio abbiamo avuto una resistenza da parte di chi doveva accogliere questo spettacolo, poi le istituzioni hanno cominciato a supportarci, e ora sono i professori stessi che ci chiedono di farlo, e ci ringraziano tantissimo, perché è proprio un’esigenza quella di parlare, prima ancora che di omosessualità o di orientamento sessuale, proprio di affettività. Il nostro è uno spettacolo che abbraccia a tutto tondo l’essere umano, la sua vita.
Rispetto alla domanda: “Avete amici omosessuali?”, in Piemonte abbiamo visto un cambiamento. Ora ci dicono anche “sì!”. Si sta andando verso una maggior disinvoltura nell’affrontare questo tema. Per lo meno a Torino, perché in provincia è ancora diverso. Poi dipende molto dagli istituti: la situazione cambia se si tratta di un liceo, di un istituto psicopedagogico tutto femminile, di un istituto tecnico maschile… se da un lato possiamo dire che nel corso di questi cinque anni abbiamo osservato, in Piemonte, una maggior apertura rispetto al tema, dall’altro assistiamo a problemi specifici molto gravi. Ad esempio in Puglia ci hanno raccontato fenomeni di tentato suicidio. Comunque abbiamo trovato differenze anche lì: a seconda delle città – siamo stati a Taranto, Lecce, Bari, Foggia e Fasano – l’atteggiamento dei ragazzi era diverso. Da Lecce in cui sembrava tutto rose e fiori, a Foggia in cui forse c’è stata la replica più potente, dove i ragazzi, dall’inizio alla fine dello spettacolo, hanno commentato, e anche il dibattito successivo è stato molto forte.

A questo proposito, ci sono state situazioni di ragazzi che si sono chiaramente espressi in maniera negativa sul tema?
Cerchiamo il più possibile di creare un’atmosfera in cui tutti possano dire la loro, perché spesso c’è un clima fin troppo edulcorato, in cui sembra che tutto vada bene, e poi di fatto ci sono quelli che tentano il suicidio, quindi cerchiamo di creare un vero confronto. Quando arrivano pareri negativi cerchiamo di farli ragionare su che cosa c’è dietro, perché spesso esprimono proprio dei luoghi comuni (“mi fa schifo”…). In questo ci aiutano i formatori, che hanno sempre la risposta pronta, quella ‘saggia’.
Due o tre anni fa un ragazzo di seconda superiore si alzò, in una platea piena, citando a memoria il Levitico, proclamando la morte di tutti nelle fiamme dell’inferno. Tutti si girano verso di lui e iniziano a urlargli contro. Gli insegnanti e i formatori giustamente dovettero comunque difendere in qualche modo il suo pensiero, perché da quel pensiero poteva nascere ed è poi effettivamente nata una discussione vivace.

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Comuni Marziani

Per gli omosessuali e per chiunque si senta “diverso” un primo problema è spesso la comunicazione in ambito familiare. Il vostro progetto nasce con Agedo. Come partecipa al lavoro?
In Piemonte ci siamo appoggiati meno all’Agedo poiché sono molto attivi il servizio di LGBT e il gruppo di formazione del Torino Pride, che attinge da tutte le associazioni – Arcigay, circolo Maurice, Arcilesbica… Ci sono quindi persone appositamente formate che vengono come mediatori e ci aiutano a rispondere in modo più appropriato di quanto non faremmo noi a certe domande.
Quest’anno il progetto è diventato nazionale, quindi il partner ufficiale è l’Agedo nazionale. In Puglia, nelle città di Bari, Lecce e Foggia, le sedi Agedo sono molto attive: il dibattito è avvenuto con loro, e la preparazione nelle scuole, di solito seguita dagli insegnanti con la proiezione del video di Cipelletti, è stata coadiuvata da loro. Inoltre, mentre in Piemonte il video viene visto in classe, in Puglia spesso è stato visto durante proiezioni collettive, con tutte le classi, magari nell’auditorium, ed è iniziato già lì il dibattito. Quando i ragazzi sono venuti allo spettacolo hanno ritrovato anche la figura dell’Agedo che li aveva seguiti, quindi c’è stata una maggior continuità.

Nel video il dibattito con i ragazzi dura diversi giorni, ed emerge come si siano sentiti liberi di esprimere le proprie idee. Come riuscite, in un’ora, a creare una situazione di apertura e partecipazione?

Il dibattito dura tra l’ora e l’ora e mezza. Lo spettacolo serve tantissimo, perché lo spettatore per definizione si affeziona a quello che vede, quindi è molto più semplice per noi condurre un dibattito che non farlo fare a un esterno, che arriva dopo e non hanno mai visto. A Foggia una ragazza è venuta a confidarci che era lesbica e ci ha ringraziato. Anni fa, un ragazzino ci aveva poi trovato tramite facebook scrivendoci che lo spettacolo era stato un po’ il detonatore nel suo percorso di coming-out.

Domani, 9 aprile, alle 20.45 presso la Libreria Belgravia di Torino (via Vico Forte 14/D) si terrà un incontro aperto a cui parteciperanno gli attori della compagnia e l’Agedo, nel corso del quale sarà proiettato un estratto del video “Due volte genitore” di Claudio Cipelletti. Mentre il 19 aprile, al Teatro Astra di Torino, oltre alla replica mattutina per le scuole, “Comuni marziani” andrà in scena alle 21 per tutti.
 

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