Con i dissacrAttori del mito in un viaggio che non t’aspetti

I dissacrAttori

I dissacrAttori Alessandro Waldergan e Silvia Frasson insieme alla musicista Naomi Berrill (photo: Emiliano Migliorucci)

Un viaggio all’interno della mitologia occidentale, ma non solo. Quello proposto dai “dissacrAttori” Silvia Frasson e Alessandro Waldergan è anche un viaggio attraverso i vari registri della recitazione, ed insieme un percorso itinerante attraverso gli spazi di Villa di Colonnata a Sesto Fiorentino.

Fin da subito lo spettatore viene chiamato ad una partecipazione più attiva di quella normalmente richiesta: ci sediamo sui gradini per guardare gli interpreti che si affacciano dall’alto della scalinata, poi li seguiamo attraverso le stanze del primo piano della villa. Li possiamo osservare da vicino, ci guardano, dosano i tempi comici in base alle nostre reazioni, ci rendono complici dell’opera di dissacrazione. Una dissacrazione che passa attraverso la rielaborazione di alcuni tra i miti fondativi della nostra civiltà, primo tra tutti quello di Odisseo.

In una sintesi fulminea – che soffre di qualche inevitabile semplificazione -, i due attori vincono la sfida di raccontare in soli venti minuti tutte le tappe del viaggio di Ulisse, con un linguaggio diretto e ironico (volutamente opposto a quello aulico di Omero), reso ancor più colorito da qualche toscanismo, e teso a mettere in evidenza gli aspetti forse involontariamente comici del testo, che in realtà ne rivelano l’essenza più profonda e attuale. Emergono così, in chiave umoristica, gli elementi più contraddittori e affascinanti del poema: la sete di conoscenza di Odisseo che lo porta a prolungare a dismisura il viaggio verso casa, la sua incapacità di imparare dagli errori, il suo incarnare un modello di eroe sui generis, quasi inadeguato al proprio ruolo.

Dopo un rapido passaggio attraverso un altro mito – quello, forse meno conosciuto, del cinghiale calidonio -, narrato ugualmente con piglio brioso e ritmo incalzante (attenuato però, nella parte conclusiva, da qualche venatura malinconica), seguiamo gli attori nel corridoio, dove si svolge l’ultima tappa del viaggio.
Lo scarto di registro è totale: dai toni irriverenti e quasi cabarettistici delle prime due scene, passiamo a quelli di una narrazione cupa e drammatica.

La storia di Edipo viene raccontata prima dal punto di vista di Creonte, poi da quello di Antigone, attraverso due monologhi scritti dagli stessi interpreti. Particolarmente originale la caratterizzazione che Alessandro Waldergan offre del complesso personaggio, solitamente rappresentato, nelle diverse elaborazioni del mito edipico da Sofocle in poi, come la dura e spietata incarnazione della “ragion di Stato”.
Qui invece Creonte assume una dimensione pienamente umana: insieme al suo interprete ne ripercorriamo la storia e arriviamo a comprenderne le scelte.

Attraverso una gestualità parca ma efficace e una perfetta modulazione dei toni di voce, in grado di esprimere una rabbia trattenuta, mai urlata ma carica di tensione, il Creonte di Waldergan mostra le contraddizioni e i conflitti di coscienza di chi – ieri come oggi – detiene il potere, grazie ad un approfondito lavoro sul personaggio.

La stessa capacità di scavo la ritroviamo in Silvia Frasson: in un primo momento delicata e ingenua come una bambina, quasi sorridente, la sua Antigone trova infine la forza di far esplodere in un pianto liberatorio la propria disperazione, fino al sofferto confronto con Creonte.
Il dialogo tra i due – tratto dall’ “Antigone” di Anouilh – si snoda serrato, entrando nel vivo dell’eterno conflitto etico, politico, generazionale fra due contrapposte e inconciliabili visioni della vita. Le parole di Anouilh, che prendono le mosse dal mito per indagare la drammatica realtà della seconda guerra mondiale, suonano ancora oggi quanto mai attuali. Che cos’è la felicità? A quale prezzo va conquistata? E se per ottenerla rinunciamo alla nostra umanità, possiamo davvero dirci felici?
Gli attori scelgono di lasciare queste domande senza risposta, stemperando la tensione in un finale poetico, con la delicata eppure incisiva declamazione di “Itaca” di Kavafis.

Un apporto sicuramente originale è offerto a questa performance dalle musiche eseguite dal vivo, tra una scena e l’altra, dalla violoncellista e cantante Naomi Berrill. In alcuni momenti la musica sembra quasi dialogare con l’azione precedente o anticipare le atmosfere di quella successiva, in altri appare più decontestualizzata finendo col creare uno stacco troppo marcato.

Ben riuscita la gestione degli spazi e del rapporto con il pubblico; pochi, selezionati elementi scenici, corredati da ironici cartelli “brechtiani”, animano la narrazione. Efficace nella sua semplicità l’idea di vestire gli attori con un abito neutro di colore nero, che solo nell’ultima scena si arricchisce di indumenti – una giacca, una gonna – in grado di identificare i personaggi di Creonte e Antigone.

Il pubblico segue lo spettacolo con grande partecipazione, riservando ai tre interpreti una calorosa accoglienza durante tutta la performance.

I DISSACRATTORI DEL MITO
di e con: Silvia Frasson e Alessandro Waldergan
musiche di: Naomi Berrill
produzione: Fondazione Orizzonti d’Arte

durata: 1h e 50′
applausi finali del pubblico: 1′ 50”

Visto a Sesto Fiorentino (FI), Villa di Colonnata, il 23 maggio 2014


 

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