Con Moni Ovadia e Gigio Brunello, al via a Torino il festival Incanti

Gigio Brunello a Incanti 2020 (photo: Incanti)
Gigio Brunello a Incanti 2020 (photo: Incanti)

Un’edizione senza numero, quella di Incanti 2020. Avrebbe dovuto essere la ventisettesima, ma l’emergenza sanitaria – che ha già falcidiato numerosi altri festival italiani e internazionali, costringedoli alla sopressione (o nei casi più fortunati, a forme di ripensamento) – ha radicalmente mutato le carte in gioco. O meglio, le ombre.
Come annunciato da Alberto Jona, direttore artistico della celebre Rassegna Internazionale di Teatro di Figura, già intervistato a inizio estate sulle nostre colonne, Incanti, quest’anno, si presenta in un’insolita veste “on-live” – il neologismo è davvero amabile – alternando appuntamenti dal vivo e performance in streaming.
Rimandate al 2021 le attese collaborazioni internazionali, il festival continuerà il proprio tragitto in maniera diffusa durante tutto il corso dell’anno, grazie a Fondazione TRG, replicando quindi al di fuori delle sue date canoniche (e seguendo in questo la scia dei vari Interplay, Colline e Santarcangelo): verranno così preservati non solo il progetto “La Spagna a Incanti”, fortemente voluto dal Ministero della Cultura castigliano, ma anche le numerose occasioni di approfondimento “Dietro le quinte”, necessariamente trasferite sul web.

Ma il teatro – lo sappiamo – è innanzitutto arte plastica, tensione dinamica. Dal vivo.
A inaugurare la comunque ricca proposta live è stata la prima regionale di “Waterpeace”, diretta da Dario La Ferla e ospitata sul palco del Teatro Astra; uno spettacolo nato all’INDA – Accademia del Dramma Antico di Siracura, come progetto sociale e artistico di un nutrito ensemble di neo-diplomati, rimodulato poi in occasione di Incanti grazie alla partecipazione straordinaria del grande Moni Ovadia e delle ipnotiche ombre di Controluce, compagnia organizzatrice e fondatrice del festival nell’ormai lontano 1994.

Lo spazio scenico è raffinato ed emblematico: al centro, una serie di sedie disposte in circolo; il piano di calpestio invece risulta geometrico e albino, così come il leggero velo che funge da fondale, su cui si proiettano le ombre mesmeriche e danzanti dei protagonisti del Collettivo Ederlezi.
L’opera è prismatica: teatro-danza, luci, azioni fisiche, canto, musica, cartelli e parole; si ispira – ci istruiscono le note di regia – alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. All’interno di una comunità di candidi salmodianti, si insinua un elemento estraneo, lo xènos. Il gruppo condivide un certo ritmo, che lo straniero – pecora nera, voce fuori dal coro, mosca bianca fra le altre – sovverte, assumendo tuttavia nel contempo i connotati del capro espiatorio, ove possibile ostracizzato: egli crea, malgre lui, “accensione di istanze di separazione”, esacerbando man mano i contrasti, che perdono la propria natura primigenia. Solo il canto di Ghianìs Ritzos riesce a stemperare le tensioni, “con la delicatezza e l’abbraccio che solo arte, cultura e pensiero possono donare”.

Difficile da narrare, quest’opera, di toccante e ineffabile profondità. Momenti di grande commozione sono per esempio la sequenza dei corpi inerti, riposti entro inquietanti (e tristemente evocativi) bagagli, oppure il canto-litania di Ovadia, invitto erede della cultura yiddish europea, offerto allo sguardo del pubblico in un abito assai singolare: calzoni bianchi, gilet floreale a predominanza verde e rosa, chioma canuta lievemente adagiata su entrambe le spalle. Nel finale si sprigiona una verve poliglotta, che fra intonazioni e vocalizzi, si astrae nell’incorporeità della parola scritta: il fondale, infatti, si scurisce lasciando campeggiare, in vari idiomi e alfabeti, le parole water e peace.

Gigio Brunello a Incanti 2020 (photo: Incanti)

Gigio Brunello a Incanti 2020 (photo: Incanti)

La sera successiva, 9 ottobre, nella Sala Grande di Casa Teatro Ragazzi e Giovani, è la volta di Gigio Brunello, pluripremiato maestro del teatro d’oggetti e burattini, nonché protagonista del volume semi-autobiografico “Tragedie e commedie per tavoli e baracche”, co-curato con Gyula Molnár e recentemente edito per De Bastiani (2018).

L’attore-autore-burattinaio di San Polo di Piave si produce per l’occasione in una doppia performance, dai contorni malinconici, pungenti e sottilmente comici. Il dittico, tra il sacr(ileg)o e il popolare, è inaugurato da “Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli”, un tête-à-tête fra Cristo e Pinocchio, che in questa dissestata pericope evangelica si trasformano in vicini di cella, separati da un muro come dei novelli Piramo e Tisbe.
Il sipario è appena dischiuso; quanto basta per lasciar intravedere in proscenio una gabbia lignea, la cui natura soffocante è reduplicata dalle inferiate metalliche disposte nella parte superiore della struttura. Una composizione artigianale, invero, che – in un sapiente gioco di “vedo-non vedo”, di sapore già fortemente metateatrale – cattura lo sguardo dell’astante, complici anche la tesa scrittura drammatica e i mutamenti vocali dell’artista, che spazia dal tono ieratico del Figlio dell’Uomo a uno sfiatato fiorentinesco ben provvisto di gorgia.
La baracca dei burattini si presta a diventare scenario per un inedito dialogo sul tema della libertà, perno della più toccante fra le beatitudini, quella dei perseguitati, con Gesù che fa notare a Pinocchio che, immancabilmente, tutti i miracoli finiscono per scontentare qualcuno. A dialogo, dunque, due prigionieri, inspiegabilmente reclusi ed entrambi figli di falegname: a destra il figlio di Geppetto, solamente evocato; a sinistra il figlio di San Giuseppe, che fa effettivamente capolino nella seconda parte dello spettacolo in vesti piuttosto kitsch, offrendo il destro a una sapida gag epilogale, al momento dell’ovazione. Tra fate turchine e aneliti di libertà, il primo tempo volge al termine.

A seguire, “Miracoli”. Il racconto di un burattinaio: il sipario si apre del tutto, accogliendo il pubblico nell’atelier dell’artista. Questo secondo atto si presenta come una lezione “senza copione” (in realtà, lo scartafaccio in sottotraccia è evidente), che fra tuttotondi, burattini e teste mozze, cavate da catafalchi, mostra tutto il viluppo di sacralità e popolare insito non soltanto nelle drammaturgie, ma nel marchio stesso della fabbrica-fucina Brunello (qui coadiuvato artisticamente da Lanfranco Lanza).
Questo transfert freudiano nell’immaginario del burattinaio permette a quest’ultimo di allestire “un’autobiografia romanzata”, un viaggio all’improvviso fra una serie di eventi teatrali ed esistenziali, alcuni realmente esperiti, altri fantasiosamente affrescati. Una conferenza-spettacolo che deride la moda cattedratica delle note a margine: dopo aver rivelato la parentela, genetica e fisica, fra Cristo e Woyzeck, o meglio fra Cristo e Eli Wallach, e aver permesso a Brighella di prodursi in un pezzo di belcanto facendo il verso a Lady Macbeth, il Piero-Angela-senza-arie (sulla quarta corda) propone, bacchetta alla mano, una rilettura della vicenda agiografica dei santi Primo e Feliciano, qui resi come Primo, “servidor di due padroni”, e suo fratello gemello Secondo, allegra e apocrifa contaminazione fra Legenda Aurea, scambi fra menecmi e gag arlecchinesche.

Il festival prosegue stasera con il debutto assoluto di “Studio per Le venti giornate”, ispirato all’opera di Giorgio De Maria, e realizzato dalla figlia, Corallina De Maria. A seguire, la live performance di ombre (e senza parole) “Maze – Labirinto” di UnterWasser.

WaterPeace
ideazione, regia e coreografia Dario La Ferla
ombre Controluce Teatro d’Ombre
con Irene Jona, Nicola Morucci, Francesca Piccolo, Gaia Viscuso, Ambra Denaro, Virginia Bianco, Federica Cinque, Davide Raffaello Lauro, Andrea Palermo, Alessio Iwasa, Gabriele Rametta, Irene Mori, Manfredi Gimigliano, Alice De Bacco, Anna Guazzotti.
e con la partecipazione speciale di Moni Ovadia

durata: 50′

 

 

Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli
di Gigio Brunello e Gyula Molnar
con Gigio Brunello

durata: 1h 05′

 

 

MIRACOLI. IL RACCONTO DI UN BURATTINAIO
a cura di Gigio Brunello e Lanfranco Lanza
con Gigio Brunello

durata: 30’

 

 

Visti a Torino, Incanti Festival, l’8 e il 9 ottobre 2020

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