Con rabbia e perseveranza, Le Vie dei Festival 2013

Le Vie dei Festival 2013

Janne Lehtinen Edge, from the series Sacred Bird, 2005 – courtesy Gallery Talk Persons

Attorno a un tavolo traboccante di locandine segnate da grandi nomi, allestito nel Teatro Vascello in una mattinata romana ancora tiepida, la conferenza stampa de Le Vie dei Festival 2013 si apre senza formalità, con dichiarazioni immediatamente combattive ma posate, che fanno emergere rabbia e lucidità.

Natalia Di Iorio, direttrice artistica e organizzatrice della manifestazione dal suo nascere, mette sul piatto i dati: risultati di bandi, modalità di creazione delle graduatorie pubbliche nell’assegnazione dei finanziamenti, paradossi nelle tempistiche, necessità pratiche e artistiche di un festival che quest’anno ha rischiato seriamente di non potersi tenere, e che minaccia l’emigrazione in altri luoghi.

Gli strali non sono semplicemente appuntati al lato più “pratico” della quantità dei fondi pubblici («tutti devono fare i conti con i tagli. Noi più degli altri: il 50 per cento, calcolato su un taglio ancor precedente, di un altro 50 per cento»), peraltro costituenti una percentuale non maggioritaria dell’impegno economico profuso.
Più costruttivamente accende il dialogo la considerazione: «Che politica culturale ha in mente quest’amministrazione per la città di Roma? L’impressione è che non cambi la direzione culturale con l’avvicendamento politico al Comune».

Nella sua realizzazione pratica, poi, il festival si compone comunque di nomi conosciuti, di spettacoli degni d’interesse e di iniziative stimolanti nonostante le difficoltà. Il che, come specifica la Di Iorio, non significa che il teatro di qualità lo di possa avere anche a poco prezzo, e che prima si scialasse; significa invece che, in condizioni pericolose per la sopravvivenza stessa della manifestazione, l’organizzatore deve far perno sulla sua esperienza e sull’ultimo argine resistente prima della rinuncia definitiva, dell’abbandono: le amicizie, la stima personale che gli artisti sono arrivati a nutrire nei suoi confronti, e la disponibilità di questi a trasferte talvolta quasi impensabili.

Ecco come si spiega la presenza ieri sera per l’apertura di Toni Servillo (“T.S. legge Napoli”), stasera di Fabrizio Gifuni (“Gadda e il teatro”), di Carlo Cecchi (“Nunzio”, di Spiro Scimone il 30 ottobre, e con Nicola Piovani in “Duo”, l’8 novembre), Sandro Lombardi (“Tre Lai” di Giovanni Testori, il 2 novembre), Enzo Moscato (“Toledo Suite”, il 10 novembre).

Tre, al di là di tutto, sono gli spettacoli su cui la Di Iorio ha voluto scommettere e sui quali ha indirizzato i fondi comunali: “Circus Klezmer,” già in scena all’Argentina la scorsa stagione, “Leonce e Lena” messo in scena da Nicola Russo, con «echi di Amleto», ambientato nello «spazio stordito» di una discoteca nell’orario della chiusura, e la “Malacrescita” del drammaturgo e poeta Mimmo Borrelli, il cui nome è presente anche come autore fra i testi letti da Servillo.
Anche in quest’ultimo caso il teatrante è alle prese con la necessità di ridurre, economizzare in una forma meno impegnativa, adeguata ai “tempi che corrono”, di progetti più antichi, più complessi e impegnativi, nella fattispecie la premiata e apprezzata tragedia “La Madre”.

Da segnalare anche la collaborazione con la Scuola Paolo Grassi e la Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine, da cui uscirà la produzione di “Mistero Buffo e altre storie”, quella con lo Studio di Pirandello a Roma, in cui si terranno due eventi critici su Gozzano e Beckett, tenuti da Renato Palazzi e Guido Davico Bonino.
Non mancherà attenzione per il teatro ragazzi, e l’adozione dell’esperimento del teatro in spazi diversi, in particolare in dimore private, che informerà la rassegna Stanze, da metà novembre in poi.
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *