Con Sasha Waltz il valzer della vita corre tra le pareti domestiche

Travelogue I - Twenty to eight

Travelogue I – Twenty to eight (photo: romaeuropa.net)

La gente prende posto, chi affrettandosi, chi a passo rallentato, stringendo mani che vengono concesse; sorrisi stampati, posti non occupati molto pochi e sparsi in giro. Intanto, sul palco, uno spiraglio di luce filtra dalla parete/scenografia in cui si apre una porta, escono ombre colorate, che iniziano a tirare freccette su di un bersaglio.

Si annuncia così il “diario di viaggio”, il “Travelogue” in tedesco, di Sasha Waltz.
Nei luoghi del Teatro Eliseo di Roma arriva lo spettacolo con cui, nel 1993, la coreografa e danzatrice tedesca, col compagno Jochen Sandig, si fece conoscere internazionalmente, imponendo a critica e pubblico il proprio modo di concepire la danza mista di teatro, quella “danza dell’espressione” che era già esplosa in Germania, e da lì in tutto il mondo grazie alla compianta Pina Bausch; avendo però anche, molto, nel suo dna nobile, tracce di derivazione americane, soprattutto la ‘contact improvisation’ e ‘release’, di cui si era impadronita nel corso degli anni, prima ad Amsterdam e poi, per un anno, a New York.

Tornata in Germania, sintetizza tutto questo in “Travelogue I – Twenty to eight”, con cui ufficialmente dà il la alla fondazione della sua compagnia, Sasha Waltz & Guests.
Progetto in tre atti, di cui gli altri sono “Allee der Kosmonauten” (1996) e “Zweiland” (1997), ne è stato ripreso il primo, riportando sul palco tre degli originali interpreti, Nasser Martin-Gousset, Takako Suzuki, la stessa Sasha Waltz, con l’arrivo di Davide Camplani e Florencia Lamarca al posto di Akos Hargitay/Thomas Lehmen e Charlotte Zerbey.

Un lavoro , per fortuna, di difficile catalogazione e definizione, se non per il suo lato molto umano, e per la sempre presente esplosione di fisicità. La Waltz ritorna così a Romaeuropa dopo “Impromptus” nel 2008, e aver contribuito all’inaugurazione del Maxxi di Zaha Hadid con “Dialoge-Maxxi”, sempre su organizzazione della Fondazione Romaeuropa.

Calato il buio in platea, sul palco si delinea una scenografia dalle pareti sghembe, pochi elementi scenici a riempire lo spazio: un tavolo, qualche sedia, un frigo fantasma su di un lato, due porte, e degli oggetti disegnati sulle pareti nere, come fosse una lavagna, su cui si aprono delle finestre, e da cui scenderà un letto partorito dal muro.
La penombra si ritaglia un cono di luce all’apertura del frigo bianco, basso, d’altri tempi, come il mobilio, i colori, i vestiti che si avvisteranno indosso all’azione nei minuti che passano, un’atmosfera alla Fassbinder nell’aria.

Sopra il frigo una donna, osservata da un uomo in piedi, in basso di fronte a lei. Lei inizia a urlare in giapponese, parole poco distinguibili, ma ciò che conta sono il suono, la velocità, il loro martellare. Nevrosi, tic, umori e amori in progressione fisica e ambientale, in una tonalità che dal grottesco cade nel comico per abbracciare l’intensità stessa del dramma in un crescendo di umanità, che chiama sotto pelle, nelle fibre che palpitano dai corpi che, anche se fermi, fanno avvertire la loro tensione alla vita. Movimento, che vede i gesti trasformarsi in citazioni cinematografiche, arrivando a far proprio il passo da foca alla Charlotte che sembra essere indossato da un ballerino di charleston; fino al vortice che si impossessa della scena, con l’apertura e chiusura delle due porte che si inseguono sulla parete di fronte agli spettatori.

Scena di una famiglia del genere umano negli interni, netti, domestici, quotidiani, in cui è rinchiusa per sua inconsapevole volontà, palline di un flipper, che nell’attesa di provare a conquistare il bonus punti, si ferma ad amare, rifiutare, riabbracciare. Si sbircia sotto le gonne, si prova desiderio dall’angolo di un tavolo, si rubano pagnotte, che si mangiano avidamente, per il puro piacere di essere gli unici, concedendo briciole da far dividere agli altri. Si utilizzano corpo e azione come allegorica condensazione del male e del bene del vivere, con leggerezza oltremodo concreta. Un corpo che, grazie alla sua espressività comunicativa, cattura e ipnotizza, fino alla sequenza finale: presa dalle musiche ossessive e trascinanti del brano “Le Tourment de Vassilissa, la belle” del musicista Zelwer, la scena stringe forte, facendo trattenere fiato e pensieri, con dieci minuti travolgenti che si concludono con la stessa donna che richiude quel frigo che aveva dato inizio a tutto.
Quasi un vaso di Pandora che, rilasciati i suoi demoni nel mondo, se li riprende indietro, ma non per molto. Non per sempre. Inevitabile il lungo applauso finale, con gli interpreti a più riprese reclamati, fuori da quelle strette mura domestiche.

Travelogue I – Twenty to eight
coreografia Sasha Waltz
musica Tristan Honsinger Quintett, Jean-Marc Zelwer (Le tourment de Vassilissa la Belle)
danza Sasha Waltz & Guests
scene Barbara Steppe
disegno luci Tomski Binsert, André Pronk
la pièce è stata creata da e con i danzatori Nasser Martin-Gousset, Ákos Hargitay/ Thomas Lehmen,
Charlotte Zerbey, Takako Suzuki, Sasha Waltz
co-produzione Sasha Waltz & Guests,Grand Theatre Groningen, NL con il gentile supporto di Senatsverwaltung für Kulturelle, Angelegenheiten/ Berlin, Fond Darstellende Künste e.V., Initiative Neue Musik Berlin e.V.
Sasha Waltz & Guests si avvale del sostegno di Hauptstadtkulturfonds
in collaborazione con Goethe Institut e Teatro Eliseo
durata: 1h

Visto a Roma, Teatro Eliseo, l’11 ottobre 2012
Romaeuropa Festival


 

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