Concentrica 18/19. A Torino storie di un Paese in orbita

Stratr*ia: Storia di un Paese (photo: Silvia Pinna)
Stratr*ia: Storia di un Paese (photo: Silvia Pinna)

Gli spettacoli in orbita di Concentrica giungono alla fine della loro sesta edizione – per lo meno quella ‘in Centro’, ossia a Torino, visto che le tournée proseguiranno fra Piemonte e Liguria fino ad aprile 2019 –, e ci fanno abitare luoghi diversi, nuove narrazioni, molteplici suggestioni.

Nel capoluogo piemontese è arrivata Carrozzeria Orfeo, capitanata dalla drammaturgia e regia di Gabriele Di Luca, e di Alessandro Tedeschi e Massimiliano Setti, oltre che dal carisma delle prove attoriali. Il pubblico gliene ha reso completamente merito: gli “Animali Da Bar” che popolano il palco sono inetti dalle ossessioni e dalle bizzarrie esacerbate: dall’ucraina Mirka (interpretata da una brillante Beatrice Schiros) che affitta per 35.000 euro il suo utero al docile Colpo di Frusta, malmenato dalla moglie e difensore della causa tibetana (sarà un nuovo Dalai Lama quello che verrà alla luce?); dal cocainomane imprenditore di pompe funebri per animali di piccola taglia al bipolare Sciacallo che deruba le case dei defunti e che soffre fin dall’infanzia per una piccola “menomazione”, fino alla xenofoba e cinica voce dal radiotrasmettitore del vecchio ritiratosi nella stanza al piano superiore del bar e al cattivo (cattivissimo, anche troppo) Swarovski, una sorta di Bukowski mancato obbligato dal suo editore a scrivere un libro sulla Grande Guerra.

Irriverenti, politicamente più che scorretti, coltivatori di luoghi comuni dichiarati a gran voce tra una tappa alla toilette e l’ennesima birra, col dolore e col disincanto cercano strenuamente di conviverci, perché non hanno altra scelta. Ma tutti sono voci prime di questo grande coro, che tanto fa ridere ma anche intenerire – se non proprio commuovere; e non ce lo si aspetterebbe, di fronte ad una tavola disadorna che conta due mele e dei fiori malconci.
E proprio quando una nuova luce si staglia sul palco, si ode quasi impercettibilmente il voltarsi della pagina: è stato tutto un grande racconto di Swaroski, che ha immaginato le sue bestioline affollare i molteplici pensieri e le relative aspettative intorno ad un povero bancone da bar, con quel cinismo che gli è immancabilmente proprio.
In fondo, anche così, nelle battute taglienti, nella disperazione urlata a gran voce, nell’arrendevolezza e nell’evidenza della vulnerabilità umana ha raccontato la grande guerra dello stare al mondo.


Il gruppo teatrale Ortika è nomade nell’ispirazione, nella creatività, nella biografia delle anime che lo compongono: Alice Conti, ideatrice, regista e performer, Chiara Zingariello, scrittrice, Eleonora Duse, costumista, Silvia Pinna, fotografa, e Alice Colla, disegnatrice luci e videomaker. Portano nella «dimensione ibrida, la cui natura può prestarsi anche al teatro» dei Docks Dora il loro quarto lavoro, “Stratr*ia: Storia di un Paese”, alla cui messa a punto ha collaborato il drammaturgo Simone Faloppa. A Torino trovano un ottimo riscontro da un pubblico «caldo, colpito, molto emozionale», ci racconta Alice Conti.

“Stratr*ia” propone un ribaltamento di prospettiva della quantomai cogente questione dell’identità della donna, del suo corpo e della sua ragion d’essere nella società. Ma nel piccolo paese di Troiaio a parlare della ragazza scomparsa S. è l’altro sesso, che giudica la sua femminilità. «Il soggetto qui è il corpo femminile assente e il discorso che nasce intorno ad esso: un discorso mascolino sulla femminilità. L’intento del lavoro è la costituzione di un’enciclopedia e di un’archeologia della misoginia, indagare la violenza simbolica del linguaggio maschile, che è figlia di un clima e non solo frutto di una perversione personale». Le artiste si sono infatti servite di un’ampia documentazione per moltiplicare il più possibile la rappresentazione del corpo femminile, la quale è sempre esterna. A ciò si lega anche un testo che, seppur originale, ne cita molti altri: “L’Arte di Trattare le Donne” di Schopenhauer, i proverbi calabresi, le arringhe degli avvocati difensori del Processo per stupro del 1979, filmato a Latina e reso per la prima volta pubblico sulla Rai.
In questa volontà di argomentazione scrupolosa, nell’esposizione di una situazione offerta nella sua contradditorietà, nello stimolare l’occhio politico dello spettatore risiede la radice antropologica delle ricerche di Ortika, che presenta al pubblico, libero nella sua facoltà di fruizione, uno spaccato inaggirabile ed inquietante di vita, dove «la vittima, a causa di una retorica annichilente, diventa responsabile del desiderio che suscita».

Come far convivere teatro, sport e coscienza civile? La compagnia teatrale reggiana MaMiMò tenta l’impresa subito dopo, sempre ai Docks Dora, con “Nessuna Pietà per l’Arbitro”, scritto da Emanuele Aldrovandi e messo in scena dai registi Marco Raccieri e Angela Ruozzi.
L’arbitro è qui «il simbolo delle leggi che possiamo darci, dei principi che fondano il nostro agire comune», ci raccontano, rispetto al quale si misura la famiglia di Giuseppe, storico e ricercatore universitario a cui vien chiesto di redigere un discorso celebrativo per il 2 giugno, sul quale egli nutre molti dubbi, malgrado i tentativi di convincimento della premurosa Moglie.
Giuseppe è un iperelativista a cui vien chiesto di scegliere in nome del bene collettivo; dall’altra parte c’è Figlio, irascibile, scardinatore e potenzialmente anarchico laddove il mondo impone la regolamentazione, e si trova come datore di lavoro lo stesso arbitro che la sera prima lo aveva espulso dal campo di pallacanestro.
La famiglia di Giuseppe è sostanzialmente «la cellula di società che si interroga sul senso delle leggi e dei valori che guidano le loro scelte», ci racconta ancora Angela Ruozzi, e Giuseppe le accetta; per la Moglie possono esserci leggi favorevoli per il successo; oppure, secondo Figlio, queste ci piombano dall’alto e reprimono il vero io: sarà proprio l’arbitro a pagare il prezzo di una mancanza di prospettiva comune di futuro. Esisterà mai la civiltà senza arbitro, senza la paura di sfociare nell’incontrollato principio dell’homo homini lupus?
“Nessuna Pietà per l’Arbitro” è una grande domanda alla coscienza dell’uomo contemporaneo – esattamente la stessa che i MaMiMò si sono dovuti porre quando, tre anni fa, il professor Marco Giampieretti ha chiesto loro una riflessione sulla Costituzione e sul suo valore. Questa è stata la loro risposta.

Chenapan di Cie MF (photo: Federica Capo)

Chenapan di Cie MF (photo: Federica Capo)

Al Polo del ‘900 si chiudono le danze di questa edizione di Concentrica in Centro… lo fanno proprio con una danza, che è quella fresca, atletica, lirica e ironica insieme della Cie MF, progetto dei bravissimi Francesco Colaleo e Maxime Freixas.
La compagnia italo-francese di danza è alla costante ricerca di una traduzione efficace, attraverso un linguaggio genuinamente dinamico, di riflessioni e tematiche in cui chiunque può immedesimarsi. Attraverso il contact, il teatro, il floor work, l’improvvisazione e molteplici altri dispositivi espressivi, il cuore pulsante della loro poetica è l’interazione delle arti a favore di una comunicazione leggera ma vera, plastica ma sognante, vivace ma lirica.
Il loro “Chenapan” è un dialogo in gesti e in armonie di movimenti che, come un imperscrutabile incantesimo, diventano parole. I due chenapans (che significa monello), sull’onda di una sintonia tangibilissima, riesumano con i loro corpi i giochi di una volta, senza bisogno di altri dispositivi: solo così si attivano con vitalità nuova le dinamiche di relazione. Gioco della campana, guardie e ladri, lupi mangia frutta, streghe tocca colore, mikado giganti, mosche cieche e nascondigli segreti: si disegnano sulla scena quadri d’intenzioni e di sensibilità in una lieve allegoria del rapporto interumano, nella volontà di riprendere la genuinità dei giochi antichi. Al centro, una pignatta contenente i doni più dolci: ma come fidarsi dell’altro e accedervi?
Di questo coloratissimo affresco di domande e possibili risposte il pubblico è riconoscente, così come lo sono i due artisti con i larghissimi sorrisi rivolti all’uditorio: il gioco è riuscito.

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