Civica e Leviedelfool a Concentrica, tra memorie d’artista e sogni di libertà

Massimiliano Civica
Massimiliano Civica

Tra memorie d’artista e sogni di libertà, la prima settimana della rassegna Concentrica si dischiude a Torino con due spettacoli che pongono domande aperte senza esigere risposte univoche.
Nella vivacità del fool e nell’eterogeneità del taccuino, l’autore-attore è voce che (s’)interroga e corpo creatore del proprio spazio scenico. In “Scampoli” da una parte e “Requiem for Pinocchio” dall’altra ciò non potrebbe essere proposto in modo più diverso.

“Scampoli” – presentato a Concentrica in anteprima nazionale, debutterà al Teatro Magnolfi di Prato il 12 gennaio 2019 nella stagione del Metastasio – nasce dopo pile di Moleskine accatastate nel cestino perché, al primo errore, si butta via tutto; insomma, per una febbrile mania di perfezione. Bisogna dunque ringraziare la moglie di Massimiliano Civica per aver fatto sì che anche noi potessimo godere di quei quaderni in tutta la loro mai noiosa imperfezione.

Civica, che ha all’attivo tra gli altri il Premio Hystrio per l’insieme delle sue attività teatrali e tre Ubu per la regia (“Il Mercante di Venezia”, 2008, “Alcesti”, 2015, e “Un Quaderno per l’Inverno“, 2018), ha alle spalle una formazione multiforme come gli scampoli rattoppati insieme in questo spettacolo-conferenza, che ha attratto l’attenzione di molti amanti del teatro e delle sue storie.
Dall’Odin Teatret e l’enfatizzazione dell’attore come corpo è passato al classicismo dell’Accademia D’Amico, ma qualcosa ci lascia sospettare che dell’autenticità di spirito e di pensiero di Civica niente si sia perso per strada. Anzi: la narrazione degli incontri, degli insegnamenti, delle casualità che hanno costellato il suo coloratissimo viaggio è molto più di una chiacchierata da bar su personaggi celebri, ma, tra crestomanzia di detti memorabili e “Forse non sapevate che…” della Settimana Enigmistica, si allarga a suon di parole l’intreccio di vite di Roberto Rossellini e Robert Mitchum, i toni sgargianti di Emanuele Luzzati e soprattutto del Tiresia nostrano, Camilleri.


Cosa se ne ricava da questo grande (ma non troppo) mosaico di esistenze? Che una norma esatta per l’arte non esiste, che bisogna saper tirare su uno spettacolo anche con pochissimi mezzi, perché teatro è anche saper creare senza aggirare i limiti, che “anche Carmelo Bene copiava” e che si può essere geniali anche senza fare i filosofi. E certo non è necessario andare molto lontano per scorgere che il corpo e la parola scenici li hanno fondati i Greci, nei cui confronti il teatro tutto ha un debito imprescindibile. Esemplarità è unicità.

«A prescindere da quel che sarà la sentenza, vi dico che questo vostro viver si chiama sopravvivenza».
In “Requiem For Pinocchio” de Leviedelfool la marionetta di Collodi vive la sua storia a ritroso: chiede di fronte a un giudice di poter tornare di legno dopo aver esperito la vita umana. A Pinocchio s’intenta un processo all’omologazione, all’inganno che gli hanno teso convincendolo che essere come gli altri significhi arrivare ad amare se stessi. Ma la Fata Turchina è una donna lasciva e maligna, il Grillo Parlante è un borghesotto che infarcisce l’adepto di prudenti e piatti insegnamenti, il Paese dei Balocchi è solo una giostra di falsità e sofferenze che riducono ciuchino prostrato dalla fatica e dagli obblighi del sistema-società. Ecco che la civilizzazione può portare al desiderio di non essere più uomo, e la fastidiosa cravatta diventa cappio di corda.

Il Pinocchio di Leviedelfool (progetto artistico nato a Roma nel 2010 dalla creatività di Simone Perinelli e Isabella Rotolo e vincitore, con questo spettacolo, del “Premio Anteprima” 2012 e “Premio Bianco e Nero” della Civica Accademia di Arte Drammatica Nico Pepe) è un burattino che sceglie di rinunciare alla sua eccezionalità di oggetto parlante e di essere come gli altri: la sua intima tragedia sta nella fallibilità della diversità, che si può pericolosamente spegnere dietro l’ombra della conformazione.
A Pinocchio si dedica un requiem perché sceglie di morire, non essere più burattino ma neanche umano, in quanto piccola impacciata molecola in mezzo alla nevrotica moltitudine.

Perinelli è un perfomer a tutto tondo: balla a ritmo di “Born Slippy”, sgambetta citando “Fight Club”, ridacchia in una coreografia volutamente nervosa e sconclusionata, come si addice alla convulsa esistenza del personaggio di cui veste i panni (maglietta rossa a pantaloni rigorosamente a pinocchietto). Il messaggio finale non sarà nuovo, ma ciò che colpisce è la messa alla berlina di una favola che vuol essere emblematica per l’educazione dei giovani. Ma la versione dei fatti della contemporaneità è molto diversa.

Fuori dal Café Muller l'attesa per Requiem for Pinocchio

Fuori dal Café Muller l’attesa per Requiem for Pinocchio

La seconda settimana di Concentrica in Centro si prospetta altrettanto vitale di parole e movimenti. Si ricomincia domani, giovedì 15 novembre al Teatro Vittoria, con “Animali da Bar” di Carrozzeria Orfeo, un vero e proprio zoo umano di piccoli inetti che non rinunciano alle loro speranze anche se, alla fine, “siamo tutti degli estranei”.
Il giorno seguente doppio appuntamento ai Docks Dora: alle 19.30 con “Stratr*ia” di Ortika, spettacolo che, a partire da terribili materiali della realtà, propone un’indagine sul corpo femminile e sul potere, uno spogliarello della società sui temi della misoginia e della violenza a partire da materiali della realtà; alle 21 segue la prima regionale di “Nessuna pietà per l’arbitro” degli emiliani MaMiMò. Intorno ad una partita di basket una famiglia si allea, si accalora e collabora trasformando le situazioni conflittuali in confronti di natura etica ed esistenziali. Fra un tiro a canestro e il dialogo diretto con il pubblico si sviluppa sulla scena un continuum di temi civili affrontati sempre con una fresca punta d’ironia.
Sabato 17 novembre il Polo del ‘900 diventa un cantiere a vista: la compagnia italo francese Maxime & Francesco presenta “Chenapan”, ispirata dai comici Stanlio e Ollio e dai personaggi beckettiani Estragone e Vladimiro, nel desiderio di focalizzarsi sui mutamenti sociali che conducono al progressivo smantellamento delle dinamiche di relazione.

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