Concentrica… in centro e in giro alla ricerca di nuova drammaturgia

Pollicino 2.0 (photo: Lorenza Daverio)
Pollicino 2.0 (photo: Lorenza Daverio)

Arrivano dalla Sicilia, Ersilia Lombardo, questa volta in veste di drammaturga e regista, e Chiara Muscato. Entrambe con un trascorso artistico legato a Emma Dante. E “Incubo”, spettacolo che hanno presentato alla rassegna Concentrica di Torino, aveva debuttato proprio al Teatro Libero di Palermo nel 2016.

Siamo alle prese con un noir, che svela e rivela ciò che si nasconde dietro gli incubi di una giovane donna che, al suo risveglio, ricorda solo una sequenza di numeri. Sarà un numero di telefono, o un codice? Bisognerà sommarli per trovare la soluzione?
Una stanza vuota, un telefono che suona, e qualcuno che cerca una dottoressa. A mano a mano il mistero verrà svelato, mettendo a nudo una realtà tragica e dolorosa. Sappiamo che in quella stanza ogni giorno, e forse per sempre, quella giovane donna si sveglierà in preda al suo incubo personale, che non avrà mai fine.

“Incubo” non è un testo facile, ma Chiara Muscato si districa con accortezza fra parole che a volte paiono stridere. Forse il tempo “teatrale” non riesce a dare il giusto respiro ad una partitura più simile ad una sceneggiatura cinematografica. L’evoluzione drammaturgica, che ci porta dal riso alla tragedia, avrebbe forse bisogno di un respiro più ampio; si sente la necessità di non essere solo veloci e passeggeri spettatori di questo incubo.

Tra gli altri ospiti di Concentrica anche il Collettivo PirateJenny, fondato nel 2011, e che ha al suo attivo una serie di riconoscimenti importanti.
“Ricreare un rapporto di fiducia con lo spettatore, privilegiare la comunicazione, recuperare l’artigianalità del mestiere del creativo e lavorare in piena tempesta in alto mare sono il punto fermo dei loro progetti” è tra gli obiettivi che nominano descrivendo sé stessi.

“Pollicino 2.0” riesce in questi intenti; è infatti un lavoro riuscito in cui drammaturgia, danza, nuove tecnologie e dialogo con il pubblico riescono realmente a compenetrarsi, senza il rischio di cadere in un mix caotico e sovraccarico di elementi.
Lo spettacolo è la seconda tappa della “Trilogia della favola”; la prima, “Vanity fair’s snow white” partiva dall’immagine non convenzionale di Biancaneve (“C’era una volta un’adolescente che, per motivi di famiglia, scappò di casa per fare da badante a sette uomini di bassa statura”). In Pollicino ci troviamo ovviamente ad avere a che fare con le “briciole di pane” e la ricerca della strada di casa, o meglio con la domanda: ma come faccio ad uscire dal bosco?

In scena Sara Castellani, Elisa Ferrari, Davide Manico sono Disorientato 1, 2, 3, protagonisti di un reality show in cui “la grande privazione”, sottotitolo dello spettacolo, diventa stimolo per la creatività e l’inventiva. I tre concorrenti dovranno infatti superare prove di logica e di orientamento, prove che – superate o no – daranno la loro possibilità di fuga dalla selva. Ed è immediato l’accostamento della selva a metafora di un mondo in cui “scegliere” tra mangiare o essere mangiati, essere preda o cacciatore.

Ecco allora che, in un bosco dall’assetto circolare, a significare un continuo punto di partenza e di arrivo, i tre disorientati cercheranno la loro strada, da soli, contando solo sulle proprie forze, ma cercando anche l’aiuto di chi sta in platea nonché del tutorial in video, il cui motto è “Del nostro meglio, ma niente per niente”, sicuramente molto attuale.

Divertente e intelligente, in “Pinocchio 2.0” non mancano spunti di riflessione.
Dal nostro bosco personale non possono che uscire sempre le stesse domande: “Dormire o restare svegli e architettare? Dormire o salvarsi? Il genio può bastare per la mia salvezza? A cosa devo rinunciare o cosa devo barattare per ritrovare la strada? Quanto perderò in termini di integrità morale?”.

Fra i momenti nevralgici di questa edizione di Concentrica anche il focus sulla nuova drammaturgia, una chiacchierata per riflettere tra addetti ai lavori e non sulla specificità del linguaggio teatrale e sullo stato della drammaturgia realizzata in questi anni. Di cosa parliamo quando ci riferiamo alla “drammaturgia contemporanea”? E’ davvero contemporaneo chi affronta temi tratti dall’attualità più stringente? Quanto, la drammaturgia, riesce realmente a essere “specchio” della realtà più profonda dell’esistenza umana e, dunque, a (ri)avvicinare il pubblico al teatro, vissuto come nuovo luogo di confronto e riflessione?

A dibattere su queste domande un nutrito numero di partecipanti: Letizia Russo, drammaturga Premio Tondelli nel 2001 e Premio Ubu nel 2003 per “Tomba di Cani”, Elvira Scorza, drammaturga di “Avesta”, progetto vincitore nel 2017 del bando Hangar Creatività, Leonardo Staglianò, autore del dramma teatrale “Cashmere, WA” (Premio Diego Fabbri 2012) , story editor e coordinatore del College di Storytelling della Scuola Holden, Marco Gobetti, drammaturgo, attore e regista che nel 2000 inventò il Teatro Stabile di Strada®, con cui tenta di contaminare il sistema teatrale, Lorena Senestro, laureata in Drammaturgia teatrale, nella convinzione che la miglior formazione per un attore sia il palcoscenico, nel 2003 ha finanziato e costruito con le proprie mani il Teatro della Caduta di Torino, Riccardo Festa presente alla rassegna con “Opera sentimentale”, vincitore del bando per la produzione 2017 di NDN – Network Drammaturgia Nuova, Valeria Spada referente per Hangar, Massimo Betti Merlin, padrone di casa del Teatro della Caduta, e Giovanni Zani di Residenza Idra in rappresentanza di NDN.

Se due ore non sono di certo sufficienti per esplorare una tematica così ampia e tortuosa, sicuramente sono state un momento di riflessione e confronto utile. Tra i molti interventi, è emerso con forza quello che pare essere il compito più necessario della drammaturgia contemporanea: mettere “in difficoltà” lo spettatore. Sembra ormai inutile andare a raccontare la “propria storia” a chi la pensa esattamente come me; il teatro ha semmai il compito di offrire nuove possibilità, nuovi punti di vista, regalando anche l’opportunità di provare “emozioni differenti”. Insomma, lo spettatore deve poter uscire “diverso”.
Spesso, purtroppo, la famosa ‘urgenza’, troppo spesso menzionata, diventa “solo” vita personale se non la si riesce a declinare in un discorso più universale, che molto differisce dalla mera ‘attualità’. Il teatro non è infatti cronaca né documentario. Lasciamo allora che lo spettatore possa sobbalzare sulla sedia o, come ha affermato qualcuno, che esca dalla sala “con il sangue sulle mani”.

Altro sguardo sulla drammaturgia contemporanea lo ha offerto, seppur in maniera differente, Massimiliano Civica, accolto negli spazi del Centro di Cultura Contemporanea Birrificio Metzger, dove abbiamo assistito a due lezioni dall’attitudine piacevolmente comica, nonché a due studi sull’intrattenimento che hanno visto per la prima volta la collaborazione di Civica con la compagnia toscana de I Sacchi di Sabbia.

Svestiti i panni del regista di ricerca, Civica indossa quelli dell’oratore in una lezione-spettacolo su Eduardo De Filippo dal titolo “Parole imbrogliate”.
Quello di Civica è un approccio amichevolmente informale, privo della necessità di accostarsi al grande autore napoletano sotto un profilo enciclopedico: “Tra la realtà e la leggenda scelgo sempre la leggenda” confessa, più incline a raccontare di Eduardo sfumature (caratteriali, umoristiche, poetiche) e vicissitudini relazionali con i colleghi d’arte. Dai contrasti (e conseguente separazione) con il fratello Peppino, portatore sano di quella “maledizione del corpo comico” che rubava la scena, ai messaggi più profondi che il teatro di Eduardo intendeva invece veicolare, fino agli scetticismi che accompagnarono la preparazione di “Napoli milionaria” e l’inatteso trionfo (45 minuti di applausi!) al debutto al Teatro San Carlo di Napoli nel marzo del 1945, primo esempio di “neorealismo italiano” secondo Civica, poiché “Roma città aperta” di Rossellini uscì solo nel settembre dello stesso anno.

L’ora di lezione di Civica scorre leggera, basata più sulla complicità e la condivisione che sulla presunzione di voler rappresentare una vero e proprio momento didattico. E il pubblico si lascia coinvolgere col sorriso dalle sue parole imbrogliate e ingarbugliate che, di aneddoto in aneddoto, rievocano episodi che da Eduardo conducono alla sorella Titina, a Pupella Maggio, Anna Magnani, Leo De Berardinis, Pirandello, fino a Orson Welles e Tennessee Williams.

La lezione de I Sacchi di Sabbia ci permette invece di atterrare direttamente nel cuore di un’aula scolastica per assistere, con la spiccata dose d’ironia che contraddistingue la compagnia pisana, ad alcuni degli incontri fra mortali e divinità che fanno da architettura ai “Dialoghi degli Dei” di Luciano di Samosata.
Se nell’interpretazione di Civica il garbuglio riguardava le parole, in questo caso sono le relazioni fra le divinità a contorcersi ed aggrovigliarsi fra tradimenti, pettegolezzi e punizioni. La mitologia in salsa comica dei Sacchi di Sabbia, condotta dalla matita rossa della professoressa Giulia Gallo, dispensatrice di gravi insufficienze o immeritati elogi ai suoi alunni (Enzo Iliano e Gabriele Carli) in base alle simpatie, scatena ripetutamente le risate del pubblico che non può che condividere, in sostanza, uno dei tormentoni dello spettacolo: “Erano sudici ‘sti greci… ma stavano avanti”.

I Sacchi di Sabbia a Concentrica (photo: Mario Ruggiero)

I Sacchi di Sabbia a Concentrica (photo: Mario Ruggiero)

La nuova edizione di Concentrica ha raccolto in cinque giornate molte proposte e sguardi differenti.
Non si è però potuto fare a meno di notare una imbarazzante assenza del mondo teatrale torinese, ossia delle numerosissime realtà che a Torino, a livelli diversi, si fregiano di “fare teatro”. Vien da chiedersi se per mancanza di curiosità sul lavoro altrui, soprattutto verso compagnie che vengono da fuori. Si crede non ci sia nulla da imparare o si è sempre tutti occupati in attività non rimandabili?

E’ una riflessione che emerge ancora più forte se si pensa che, della necessità di reti e relazioni da tessere, si era parlato di recente, il 24 ottobre, in occasione della conferenza stampa di Terreni Fertili, un neonato “ensemble” di realtà torinesi di cui fa parte anche Concentrica.
“Non si tratta solo del simbolico coordinamento, né di un mero piano di programmazione – aveva scritto Klp dando voce alle riflessioni dei protagonisti – bensì piuttosto di unire quelli che fino ad ora sono stati fra i maggiori punti di riferimento del territorio piemontese per artisti di fama nazionale e giovani compagnie, riconsegnando a Torino lo scettro di grande città-laboratorio, capace di poter scrivere il proprio paragrafo di storia del teatro (veramente) contemporaneo”.
Peccato poi non vedere partecipare nessuno. Ma allora, a Torino (e probabilmente non solo qui), cosa si intende quando si parla di rete?

Concentrica chiude stasera la sua tappa torinese con Partycentrico in collaborazione con Feel Good Swing, dalle 22 ai Docks Dora, mentre gli spettacoli proseguono nelle sale dei partner in Piemonte e Liguria: stasera ad Asti, allo Spazio Kor, “Tristissimo” di C&C, secondo capitolo dello studio “La trilogia del dolore”.

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