Concentrica: tra le visioni di Cechov e quelle di Don Chisciotte

Photo: Filippo Renda
Photo: Filippo Renda

E mai coltre fu più calda e lontana
e mai fu più feroce
il piacere dentro la carne.
Ci spezzavamo in due
come il timone di una nave
che si era aperta per un lungo viaggio.
Avevamo con noi i viveri
per molti anni ancora
i baci e le speranze
e non credevamo più in Dio
perché eravamo felici.
(A. Merini, da “Clinica dell’abbandono”)

Ad accogliere con un azzardo i versi di Alda Merini è un visionario “Giardino dei Ciliegi” cečhoviano riadattato da Teatro Ma/Ludwig in collaborazione con Teatro Filodrammatici e messo in scena al Teatro della Concordia di Venaria Reale all’interno della rassegna piemontese Concentrica, ora in dirittura d’ arrivo.

Pur restando maniacalmente fedele al testo originale, “Il Giardino dei Ciliegi” diretto da Benedetto Sicca si spalanca qui in un groviglio di nastri e sedie, sostituendo con un’unica e sintetica installazione semi-fissa la stratificazione dei dettagli usati da Čechov per ritrarre l’aristocrazia russa di fine XIX secolo.
Non ci sono i ciliegi sullo sfondo della finestre, il kvas, i vassoi con le caffettiere, le coperte, i piattini, né gli stivali scricchiolanti di Epichodov, i vestiti da signorina di Dunjaša, le vecchie livree o gli alti cappelli. Gli attori vestono gli abiti sportivi della contemporaneità, creando una composizione di volti e corpi privi di connotazioni che possano ricondurli con immediatezza al personaggio cui danno singolarmente voce. Colma il vuoto della sintassi scenica un deus ex-machina in completo elegante (lo stesso Čechov?), direttore d’orchestra dei cambi d’atto, tessitore delle battute e degli spostamenti nello spazio, creatore simultaneo della dinamica narrativa.

Una società stanziale, depressa e ansiosa. Questo è “Il Giardino dei Ciliegi” di Teatro Ma/Ludwig.
E’ il ritratto di una decadenza che oggi, lungi dall’essere prerogativa di una sola classe sociale, è fenomeno trasversale alle esistenze di una maggioranza spodestata dalle sicurezze affettive ed economiche, identificazione generazionale che si realizza nelle inquietudini e nelle livide passioni di questi tempi nostri.

L’assenza di oggetti e riferimenti che possano collocare lo svolgersi degli eventi scenici, l’anomia scenografica e l’anonimato estetico dei personaggi sono allora funzionali alla sospensione che dovrebbe permettere l’identificazione dello spettatore con le vicende e gli intrecci psicologici della famiglia di Ljuba Andreevna.

Le incursioni metateatrali, le introduzioni pseduo “subliminali” con cui compaiono allora i versi di Alda Merini o i dialoghi del Don Chisciotte sono l’azzardo di un testo riattualizzato e vivificato, metafora di un disagio esistenziale storicizzabile, ma non ancora storicizzato.

Pur partendo da presupposti interessanti, “Il Giardino” di Benedetto Sicca e Teatro Ma/Ludwig cede tuttavia su una durata eccessiva, protratta da gestualità caricaturali e movenze barocche che si fanno ridondanti e lesive della traslazione simbolica operata sull’ambientazione e, peraltro, pienamente riuscita.
Meno riuscito è il lavoro allegorico sul testo ed il tentativo di coinvolgere il pubblico in un valzer che conduce al finale, ballato su dialoghi litigiosi e piagnistei sguaiati.

Del menzionato Don Chisciotte, Concentrica proporrà, come ultimo appuntamento della rassegna, il lavoro di Stefano Massini e Ciro Masella e della compagnia Uthopia/tra Cielo e Terra sul capolavoro di Cervantes.

“Gioco di Specchi” andrà in scena il 3 dicembre all’Astra di Torino e in replica il 4 dicembre al Teatro Sociale di Valenza e il 5 presso l’Officina degli Anacoleti di Vercelli, in collaborazione con la Fondazione Piemonte dal Vivo.
Di Stefano Massini, Premio Ubu 2013 per l’opera drammaturgica, ricordiamo “Processo a Dio”, “La fine di Shavuoth”, “Balkan Burger” e “Donna non rieducabile”, pièce su Anna Politkovskaja, nonché “Lehman Trilogy”, ultima regia di Luca Ronconi, per uno spettacolo che ha appena fatto incetta di Premi Ubu 2015.

Sancho e Don Chisciotte, specchi l’uno dell’altro sul tema della morte dopo un sogno premonitore identico, s’affronteranno al di là dei ruoli cui li relega il classico seicentesco, ribaltandoli. Né hidalgo né servo potranno offrire verità, quelle delle picaresche illusioni del primo o della semplicità grezza del secondo, consapevoli entrambi che “l’uomo è fatto più per il buio che per la luce. Più cose sa, più è triste”.

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