Contemporanea Festival e le voci del nostro tempo

Atto semplice di Cecilia Bertoni

L’Atto semplice di Cecilia Bertoni

Contemporanea, festival sulla nuova scena teatrale internazionale organizzato dal Teatro Metastasio di Prato e diretto da Edoardo Donatini, ha inaugurato lo scorso fine settimana con la Notte contemporanea nella corte di via Genova, nuovo centro creativo pratese che nasce dalla riconversione in spazi culturali di ex capannoni industriali.
Gruppi, collettivi e artisti che condividono i padiglioni hanno presentato performance, installazioni, video, mostre e dj-set. Niente di imperdibile, ma un messaggio collettivo di vitalità e di identità post-industriale in una delle città simbolo della nuova crisi economica mondiale.

Al Teatro Fabbricone ha invece debuttato in prima nazionale “Suis à la messe, reviens de suite”, la nuova creazione della compagnia svizzero-spagnola L’Alakran diretta da Oskar Gómez Mata, vista recentemente anche a Roma per Sho®t Theatre. Uno spettacolo sull’anima delle cose e sull’animismo che propone un linguaggio innovativo, divertente e folle condito da momenti esilaranti. Da apprezzare l’ostinazione con cui la compagnia rincorre il pubblico attraverso l’umorismo, la lingua (tutti gli attori, spagnoli e svizzeri, parlano benissimo l’italiano) e i continui riferimenti alla realtà, all’oggi e al domani. E anche la dimensione epica dello spettacolo, con un monolite fatto di sgabelli e una ritualità continua che accompagna il tremolio degli oggetti, conferma la novità teatrale di questa compagnia, un teatro ludico e politico, comico e irriverente.

Al pubblico pratese presente alla prima, tuttavia, lo spettacolo non è piaciuto e dopo il debutto si è creato un passaparola negativo. Il risultato sono stati una trentina di spettatori alla seconda replica e alcune domande che mi sono rimbalzate per tutta la sua durata: dove erano i creativi, gli alternativi, i teatranti toscani che la sera prima si accalcavano per un gin tonic in via Genova? Dov’è la curiosità per una compagnia giovane e in ascesa che da qualche anno calca numerose platee europee? Perché c’è già il tutto esaurito per le repliche pratesi del nuovo spettacolo di Eugenio Barba (che chiude Contemporanea e inaugura la stagione dello Stabile) mentre il pubblico teatrale ha snobbato questo spettacolo? Barba e l’Odin Teatret, per quanto unici rivoluzionari, non appartengono certo alla generazione di chi scrive, essendo ormai di fatto nella storia del teatro. Eppure sono molto attesi, perfino in un festival che si autodefinisce “una rassegna con le voci del nostro tempo”.

In seconda serata viene presentato a Officina Giovani L’Alveare vol. I. Gli spazi sono quelli degli ex macelli pratesi, terzo luogo del festival riconvertito da industriale a culturale, dopo via Genova e il Fabbricone. “L’Alveare” è il progetto storico del festival che racchiude da sempre quattro performance brevi, spesso appositamente create per il festival.

Si inizia con l’“Atto semplice” di Cecilia Bertoni con Serena Gatti: il suo corpo immobile su un piedistallo è un’immagine statica affascinante che purtroppo in seguito si perde nei troppi movimenti confusi.
Proseguendo troviamo “An afternoon love” di Pathosformel: un giovane giocatore di basket nero si allena ma soprattutto ci svela i complicati rapporti tra uomo, sport, palla e solitudine. Sport a teatro, per una volta con convinzione, a metà strada tra lotta e danza.
Terzo appuntamento con “Monstrum” dei giovani fiorentini inQuanto Teatro, menzione della giuria all’ultimo Premio Scenario. Nei suggestivi spazi delle celle frigorifere dove venivano messe le bestie macellate la compagnia cerca interessanti giochi cromatici e riflessioni alte sulla morte, ma il lavoro è ancora in una fase embrionale.
Ultima performance della serata è quella di Yael Karavan, figlia dello scultore israeliano Dani, esponente di spicco dell’arte ambientale, che propone “Flesh”, ovvero una visione rovesciata della danza giapponese, con movimenti studiati ma senza quella grazia tipica dei gesti orientali. Una maschera al contrario, però, crea incertezza e stupore.
Complessivamente un bilancio non esaltante di questa prima maratona; si mangia molto bene al ristorante del festival ma al dopofestival manca quell’atmosfera conviviale degli anni passati.

Domenica nel pomeriggio è la volta del teatro-ragazzi targato TPO con lo spettacolo “Dance please!” in collaborazione con il coreografo inglese Tom Dale. Un mix di suoni e luci interattivo dove i bimbi giocano pensando sia magia, mentre gli adulti si divertono a guardarli. Spettacolo, come sempre, dall’altissimo contenuto tecnologico ma privo di quella drammaturgia dell’infanzia che sosteneva altri lavori della compagnia. Vale però la pena citare la bravura delle due giovanissime performer in scena a coinvolgere i bambini.

Il ‘finale’ del primo fine settimana di Contemporanea parte entrando a Palazzo Orlandi, in pieno centro a Prato, nella casa dell’architetto Sabrina Bignami: un palazzo nobiliare con affreschi di fine Settecento, un gioiello antico ristrutturato con l’inserimento di elementi moderni.
Alla porta siamo 11 ma non ci apre la padrona di casa bensì Roberta Bosetti della compagnia Cuocolo-Bosetti/IRAA Theatre, che dall’Australia quasi ogni anno porta in giro per l’Italia spettacoli dalla fruizione non canonica. Ceneremo con lei, restando in bilico perenne tra realtà (ci racconta della sua vera infanzia, ci mostra le sue vere foto e i suoi veri filmini di lei piccola a Vercelli) e una finzione che l’intensità dell’attrice e l’intimità del contesto riusciranno a confondere con la realtà. Spettacolo di rara intensità, e non è quindi difficile comprendere il motivo delle 1500 e più repliche in giro per il mondo di questo “The Secret Room”.

Contemporanea prosegue fino all’8 ottobre, e nei prossimi giorni altre due cene: quella campagnola e italiana col Teatro delle Ariette (fino al 1° ottobre) e quella tunisina con il coreografo Radhouane El Meddeb (ancora stasera). E poi l’Alveare vol. II fino al 2 ottobre, lOdin Teatret dal 4 all’8 (con annessi un incontro con Barba a ingresso libero e una dimostrazione di lavoro con ingresso a inviti) e altro ancora.

 

Krapp is a poor man


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