Cous Cous Klan di Carrozzeria Orfeo. L’assurdità normale del nostro quotidiano

Photo: Laila Pozzo
Photo: Laila Pozzo

Non è lontano un futuro in cui l’acqua non contaminata sarà un bene prezioso e soprattutto privatizzato, merce rara come sono oggi pietre e metalli pregiati. Un bene dal quale naturalmente chi è povero o, se preferite, in condizioni economiche disagiate, sarà escluso, e pur di ottenerla costretto a ricorrere a qualsiasi mezzo.

È in un futuro di questo tipo che Gabriele Di Luca ambienta il nuovo lavoro di Carrozzeria Orfeo, “Cous Cous Klan”, che ha debuttato ieri sera a Milano.
Intatto il talento drammaturgico che conosciamo, capace di partorire storie e personaggi “straordinari”, strambi e normalissimi al contempo, quasi sempre immersi in situazioni estreme, eppure a noi così vicini. Difatti, a colpire del drammaturgo, oltre alla felicità creativa, è la capacità di parlare dei nostri giorni, senza mai abbandonare l’ormai caratteristica impronta pop, trasformando i suoi spettacoli in “luoghi” in cui tutti gli spettatori si sentono uguali, dove forte è l’attenzione nei confronti di chi assiste allo spettacolo, e dove non c’è spazio per intellettualismi o vuote riflessioni su scontati argomenti.

Si parte forte da subito. Passano pochi minuti e già il ritmo dello spettacolo risulta serrato. Veniamo travolti dalle vicende di tre improbabili fratelli che abitano dentro una roulotte sgangherata, in un parcheggio abbandonato situato tra la città dei ricchi, protetta da filo spinato, uomini armati e telecamere, ed un cimitero periferico, fonte di oggetti preziosi (dentiere, otturazioni d’oro, protesi mammarie…) offerti dai corpi dei cadaveri, da barattare per ottenere acqua e cibo.


Incontriamo così Caio, ex prete cinico e nichilista che si fa di psicofarmaci, il fratello sordomuto Achille, dolce ed aggressivo omosessuale in attesa del primo amore, e la sorella obesa Olga.
In una roulotte di fronte abita il musulmano Mezzaluna, che ha una storia con la donna, e per campare seppellisce rifiuti tossici.
A questa piccola comunità, dove le continue lotte interrazziali e interpersonali – trattate con la dovuta e felice ironia – sono all’ordine del giorno, si va ad aggiungere un elegante pubblicitario, cacciato di casa dalla moglie per averla tradita con una ragazzina.

Basterebbe questo materiale umano per tenere sul filo del rasoio il piccolo agglomerato. Ma, si sa, le sorprese con Carrozzeria Orfeo non mancano mai, e a gettare scompiglio compare anche la giovane Nina, femmina ribelle il cui arrivo porterà ulteriori complicazioni ma anche una salvifica possibilità di riscatto.

Ci sono momenti in cui il ritmo dello spettacolo va un po’ a calare. E ciò sembra fisiologico ed inevitabile, vista la durata (due ore), la densità della materia e un ritmo che, sin dall’inizio, è davvero trascinante, fra battute e scambi assai riusciti. E’ questa l’unica pecca a fronte dei tanti “momenti di teatro” offerti dalla messinscena.

Si ride come sempre, tanto e non solo di pancia, perché alcune tirate sono davvero ficcanti ed originali, senza stare troppo a pensare al “politicamente corretto/scorretto”.
La drammaturgia è accompagnata da una felice regia a tre, a cui si aggiungono le musiche originali di Massimiliano Setti e le belle luci di Giovanni Berti, per uno spettacolo che, pur fedele alla scelta di un teatro per tutti, va a toccare ed affrontare davvero molti temi del nostro contemporaneo, come la violenza e la sopraffazione insite nella nostra società, le crisi di mezza età, le ragazzine che si vendono per denaro o disperazione, il desiderio di avere un figlio, i drammi dell’abbandono, tra famiglie sfasciate ed amore cercato e preso a tutti i costi, gli scandali del Vaticano, il difficile incontro tra Islam ed Occidente, i problemi legati all’immigrazione. E ci fermiamo qui, ma ci sarebbe molto altro da aggiungere.

Quando al termine ci alziamo per uscire da teatro, ci sentiamo positivamente intontiti dalla densa trama, accessibile eppure ricca di colpi di scena e trovate improvvise, tra quadri dal montaggio serrato ed altri più verbosi, alcuni dei quali meriterebbero magari una sforbiciatina.
Ma, è bene ripeterlo, ci sono una drammaturgia e una regia degne di tale nome, che regalano squarci davvero intensi, a cominciare dalla scena iniziale. A tutto ciò si aggiunge un gruppo d’attori talentuosi ed affiatati: tutti se la cavano alla grande, soprattutto Beatrice Schiros (non lo scopriamo certo oggi), Angela Ciburri e lo stesso Setti.

I protagonisti interpretano personaggi al limite, alla disperata ricerca di un amore che riempia giornate piene di rabbia, rancori e cinismo, dai quali scaturisce un egoismo spietato, pronto talvolta a trasformarsi in gesti di inusitato altruismo. Vivono una realtà di storie eccessive, fuori dall’ordinario, caratterizzate talvolta da una assurdità tragicomica di fondo, oppure da violenza e sopraffazione, ma è pur sempre una realtà che si avvicina, e molto, alla nostra quotidianità.
Nonostante si sia condotti, tra risate e sghignazzi, in questa “terra guasta”, e si sia spesso come “alleggeriti” da scambi di battute davvero irresistibili, qui si parla di amore maledettamente cercato, di abbandoni e solitudini strazianti, alle quali l’uomo reagisce quasi sempre d’istinto, chiudendosi a riccio nel proprio egoismo protettivo.
In scena a Milano, all’Elfo Puccini, fino al 31 dicembre.

COUS COUS KLAN
Drammaturgia Gabriele Di Luca
Regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi
Con Angela Ciaburri, Alessandro Federico, Pier Luigi Pasino, Beatrice Schiros, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi
Voce fuori campo Andrea Di Casa
Musiche Massimiliano Setti
Scene Maria Spazzi (assistente alle scene: Aurelio Colombo)
Costumi Erika Carretta
Luci Giovanni Berti
Produzione Carrozzeria Orfeo, Teatro dell’Elfo, Teatro Eliseo, Marche Teatro
In collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana, Corte Ospitale di Rubiera

durata: 2 h
applausi del pubblico: 3’

Visto a Pontedera (PI), Teatro Era, il 10 dicembre 2017
Anteprima nazionale

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