Cristiana Morganti: il mio nuovo sguardo alla danza

Cristiana Morganti al Funaro di Pistoia

Cristiana Morganti al Funaro di Pistoia (photo: Antonella Carrara)

“Avevo bisogno di buttare uno sguardo indietro per potermi proiettare in avanti. Lavoro a Wuppertal da vent’anni e vivo in Germania da quasi trenta… Fondamentalmente volevo capire chi sono diventata nel frattempo”.

Da 18 anni Cristiana Morganti danza con il Tanztheater Wuppertal, che tutti identificano con la sua fondatrice, Pina Bausch
Cinque anni dopo la scomparsa della grande coreografa, i suoi storici collaboratori si trovano a dover affrontare una nuova sfida: generare nuova energia e individuare una propria strada, pur restando saldi alla storia percorsa con una delle maggiori icone della danza del Novecento.

Dopo averle dedicato un ‘solo’ concepito come una conferenza danzata – “Moving with Pina” (2010) –  Cristiana Morganti ha presentato al Funaro di Pistoia un nuovo lavoro: “Jessica and me”, che vedrà il vero e proprio debutto ad ottobre al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia.

All’apice di un percorso ricco ed emozionante sia a livello artistico che personale, che però ha comportato un’identificazione strettamente legata alla figura di Pina Bausch, Cristiana Morganti sente la necessità di riflettere sulla propria identità e si pone alcune domande, nell’ottica di un cammino autonomo in cui riconoscersi: come gestire l’influenza artistica di un grande Maestro? Come non cedere alla consuetudine di una certa estetica?

Affrontato con grande autoironia e consapevolezza, “Jessica and me” è forse un passo significativo in questa direzione, rivelando l’identità ricca e matura di un’artista che utilizza gli elementi che la caratterizzano, inclusa l’ironia, come strumenti di riflessione. Cristiana Morganti si racconta così passando da momenti comici ad altri più intensi, dove video e musica valorizzano l’estetica dello spettacolo, rendendolo di più ampio respiro e ritmandone i tempi. Partendo dall’autobiografico gioca – senza dimenticare di includere lo spettatore – su aspetti della danza e della vita di un danzatore, in una dinamica che diventa meta teatrale e che evoca i sottili confini tra il dentro e il fuori della scrittura scenica. Il risultato è un lavoro introspettivo raccontato con un linguaggio leggero e divertente, e forse proprio per questo risulta più incisivo.

Per questo nuovo lavoro lei è partita da alcune domande sulla memoria, sulle radici, sull’influenza di un grande maestro. Quanto sente ancora legata la sua identità artistica oggi, all’esperienza con il Wuppertal?

Beh, in parte sono ancora nel Tanztheater, perché sono legata anche da un contratto. E quella del Wuppertal è sicuramente una visione del teatro di un certo tipo, dove sono presenti le emozioni, e dove è molto importante il contatto con gli esseri umani nella loro unicità, e non con danzatori dove le identità sono tutte uguali o dove l’identità è un concetto astratto. Mi sento molto legata a questo approccio, ma sono ormai cinque anni che non facciamo più creazioni ed ho cominciato a lavorare a mie coreografie.
A parte “Moving with Pina” – che è stato un omaggio a Pina – ho avuto modo anche di capire, di distaccarmi da questa famiglia e di cercare di mettere a fuoco la mia identità, il mio modo di vedere. Chiaramente è difficile perché la visione di Pina è molto forte, e spesso per risolvere problemi compostivi si fa inconsciamente quello a cui si è abituati, però ovviamente non può funzionare.
Pina era una persona molto istintiva, queste sue scelte drammaturgiche erano legate solo a lei, e solo lei sapeva il perché succedessero certe cose. Non erano formule che potevano essere applicate. Una volta capita questa cosa è interessante mettersi alla prova; la cosa che ho cercato di fare in questo spettacolo è stato trovare metodi diversi da quelli conosciuti fino ad adesso.

C’è quindi uno sguardo diverso al processo creativo.
Sì, credo che se si comincia a lavorare con utenti diversi, anche nella ricerca dei movimenti ad esempio, il risultato sarà diverso. Nella creazione dei movimenti Pina ci poneva di fronte a domande. Se si decide di non fare più questo e si cerca un’altra strada, anche i movimenti inizieranno ad essere diversi. Penso che il materiale creativo sia paragonabile a pietre che si utilizzano per costruire lo spettacolo. Se al posto di certe pietre ne utilizzi altre, anche il risultato penso e spero sarà diverso.

Cristiana Morganti al Funaro di Pistoia

Cristiana Morganti in Jessica and me (photo: Antonella Carrara)

Che ruolo ha l’emozione nel processo creativo?
Quando stai componendo un passaggio e senti un’emozione che ti percorre, è come una prima verifica, un primo segnale che qualcosa sta accadendo. Però è anche un pericolo, se ci si lascia trasportare da questa  emozione e poi si scopre che non funziona. E’ un aspetto sempre da verificare. In generale mi fido della “pancia”, ed è la cosa più importante. A volte però può succedere di provare qualcosa che senti che ti emoziona mentre lo fai, poi lo controlli sul video (perché essendo interprete e autrice uso il video per verificare il mio lavoro) e improvvisamente vedi un’associazione che non avevi previsto, perché l’impatto, a livello visivo, è diverso. A quel punto bisogna capire e scegliere. Però di base penso che l’emozione sia sicuramente un buon segno.

Qual è il suo rapporto con il pubblico? E cosa pensa che il pubblico possa recepire da un suo spettacolo?
Non penso al pubblico mentre creo il materiale, mentre metto insieme le pietre di cui parlavo, perché penso solo a voler esprimere determinate cose. Poi è chiaro che, mentre lo spettacolo prende forma, si deve anche pensare di dare un filo o più fili in mano al pubblico. Cerco soprattutto di non creare momenti in cui il pubblico si senta spiazzato o perso. Direi che ho un atteggiamento di grande rispetto e penso che l’atto teatrale sia un momento di complicità tra pubblico e interprete: se funziona e si crea una vera empatia è la cosa più bella.

In un’intervista Pina Bausch spiegò come i tanti luoghi che aveva visitato influenzassero il suo lavoro. E’ così anche per lei? E che rapporto ha con questo territorio, Pistoia e la Toscana?
Sicuramente il posto dove si crea ha un’influenza. Il materiale però l’ho praticamente creato tutto a Wuppertal, prima di arrivare qui in quest’ultimo mese. Certo, il Funaro è un posto dove ci si sente coccolati, protetti. Venendo tra l’altro da Roma, oltre che da Wuppertal, una città come Pistoia è rilassante, quasi una sensazione di vacanza.

Quale consiglio darebbe ai giovani performer e coreografi italiani?
Negli ultimissimi anni non ho molto seguito la situazione italiana, ma direi senz’altro di andare all’estero. Ci sono molte scuole importanti a Bruxelles, ad Essen, c’è il Centre National de Danse Contemporaine di Anger, in Francia: tante scuole da dove escono i migliori danzatori, con una formazione di alto livello, e poi c’è questo aspetto dell’internazionalità che è un’esperienza sicuramente arricchente. Ovviamente sempre sperando di poter rientrare: l’Italia è un Paese con un potenziale meraviglioso, nonostante sappiamo quale sia la realtà…
 

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