Cuocolo/Bosetti: il nostro Vercelli-Melbourne A/R

Roberta Bosetti in Festa Dickinson

Roberta Bosetti in Festa Dickinson (photo: cuocolobosetti.com)

E’ l’8 marzo, sono le 9 di sera e mi trovo per la prima volta a Vercelli, città che non conosco, davanti all’ingresso di una palazzina anni ’60, una casa normalissima, in attesa di “entrare a teatro”.
La situazione, un po’ surreale, si normalizza parzialmente all’arrivo di numerose altre persone che animano il silenzioso marciapiede antistante la casa. A ben guardarci si capisce che non siamo i soliti spettatori in attesa di vedere uno spettacolo, né gli invitati ad una festa o gli ospiti di qualcuno. Però potremmo essere tutte queste cose insieme.

Pochi minuti dopo è Roberta Bosetti ad aprire la porta d’ingresso, invitandoci ad entrare. Si forma così la classica coda al botteghino, con il rituale del biglietto e dei cappotti. Stavolta però siamo in fila nel giardino di un’abitazione, il botteghino è l’ingresso e il guardaroba è l’appendiabiti.

Ci invitano a scendere ad un piano inferiore, dove si apre un locale estremamente evocativo a metà strada tra una cantina, un magazzino e una tavernetta, con molte sedie disposte qua e là, alcune intorno ad un grande tavolo di legno, altre posizionate all’interno di micro salottini. Tutt’intorno lampade moderne, mobili antichi e una telecamera di videosorveglianza che ripropone in diretta l’immagine catturata su un piccolo schermo in bianco e nero.


Dentro questa struttura il pubblico cerca il proprio posto, esattamente come a teatro, si siede e inevitabilmente si guarda in giro. Su un lato una porta a vetri si affaccia su un piccolo giardino illuminato.

Roberta Bosetti entra in scena e inizia a muoversi nei piccoli spazi lasciati liberi, tra una sedia e l’altra, tra una gamba e l’altra, tra uno sguardo e l’altro. Racconta del suo rapporto profondo con Emily Dickinson, poi prende una parrucca e la indossa diventando la poetessa. I suoi movimenti sinuosi e precisi ci catapultano in un’altra dimensione, e i piccoli corridoi diventano percorsi infiniti in cui Emily vive con naturalezza emozioni e sensazioni così private che a stento lo spettatore/ospite riesce a reggere lo sguardo con l’attrice.
I 40 minuti della performance “Festa Dickinson” volano via tra le parole; poi Roberta si toglie la parrucca e deve marcare con la voce un “è finito” per sciogliere l’incanto del pubblico ancora immobile, perso nei suoi occhi.

La compagnia Cuocolo/Bosetti

Renato Cuocolo e Roberta Bosetti (photo: iraatheatre.com.au)

E’ un assaggio di quel teatro del pertubante che la compagnia Cuocolo/BosettiIraa Theatre porta avanti da oltre dieci anni in giro per il mondo, cercando e costruendo un rapporto speciale con chi partecipa ai loro spettacoli. Di questo e altro ci hanno raccontato nella videointervista che pubblichiamo oggi.

La compagnia, dallo scorso novembre e fino a giugno, si è stabilita a Vercelli, presso l’abitazione d’infanzia di Roberta Bosetti, per il progetto speciale Vercelli-Melbourne A/R.
Si tratta di una sorta di ritorno (nonostante la compagnia, durante i tour internazionali, ogni tanto si facesse vedere anche in Italia), potremmo chiamarla una permanenza prolungata dopo più di vent’anni di lavoro a Melbourne, dove l’IRAA Theatre è diventata una tra le maggiori espressioni della ricerca teatrale.
Per questa occasione stanno presentando a Vercelli una serie di lavori che fanno della casa il luogo centrale per l’investigazione della domesticità, e di quello che in essa vi è di non addomesticabile.

Renato Cuocolo ci racconta che sono oltre 16.000 le persone che hanno assistito negli anni solo a “The Secret Room”, il loro spettacolo di maggior successo, e che con ognuno sono riusciti a parlare, a confrontarsi, con alcuni perfino a collaborare.

“In giro per il mondo ci sono migliaia di persone che ci riconoscono e ci salutano come vecchi amici” svela Renato, e in effetti non è difficile credergli vedendo il rapporto che si crea con gli ospiti dei loro eventi che, quasi inevitabilmente, si fermano per chiacchierare e condividere sensazioni.
Da qui è cominciata la nostra chiacchierata video, avvenuta sempre in casa, un piano più su, sede di altri loro spettacoli, in una dimensione radicalmente diversa perché proiettata negli anni ‘60, come se il tempo si fosse fermato in quel periodo e, con lui, le emozioni.

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