Da studio a spettacolo, i risultati alterni dei quattro Scenario 2015

Caroline Baglioni in Gianni (photo: Ilaria Scarpa)
Caroline Baglioni in Gianni (photo: Ilaria Scarpa)

Grazie alla novella unione con la storica compagnia Quelli di Grock il Teatro Litta di Milano quest’anno è diventato una delle sedi della neonata Manifatture Teatrali Milanesi: è qui che abbiamo visto gli esiti conclusivi dei quattro progetti della Generazione Scenario 2015: “Mad in Europe” di Angela Demattè, vincitore del premio, “Gianni” di Caroline Baglioni, vincitore del Premio per Ustica, dedicato al teatro di impegno civile, promosso dall’associazione Parenti della vittime della strage di Ustica, e i due segnalati: “Pisci’ e Paranza” di Mario De Masi e “Homologia” della compagnia Dispensa Barzotti.

Nel darvi il resoconto delle finali, lo scorso luglio da Santarcangelo, avevamo intitolato l’articolo “Vetrina del pensiero debole”, evidenziando l’estrema fragilità contenutistica e formale di molti dei “venti minuti” offerti dai partecipanti alla giuria del Premio, sintomo delle grandi difficoltà che la cultura italiana, e non solo teatrale, sta attraversando ai giorni nostri e che Scenario, insieme anche ai fermenti più innovativi che la agitano, puntualmente è riuscito a monitorare. Compito questo che, nei quasi trent’anni della sua storia, questa benemerita iniziativa assolve con caparbia volontà, messa in discussione ultimamente dalla mancanza di fondi, dovuta alla stolta volontà del Dicastero di annullare il proprio contributo all’associazione che lo gestisce, causa vizi formali, che in qualche modo potevano essere risolti in altra maniera.

La speranza è che queste difficoltà possano essere superate perché davvero il teatro italiano ha ancora molto bisogno di Scenario, della sua capacità di mostrarci in filigrana ciò che urge nell’immaginario delle nuove generazioni, ciò che spinge i giovani a proporlo sul palco e a come farlo, in tutta le sue potenzialità e pure manchevolezze.


La visione dei quattro spettacoli conclusi ci ha confermato da una parte le difficoltà di composizione dei progetti, dal loro partire da 20 minuti di studio per arrivare alla durata prevista di uno spettacolo; dall’altra ci ha mostrato le prospettive di un teatro in fieri, costruito dalle giovani generazioni, che spesso fatica ad innervarsi realmente nei gangli della società che vuole monitorare. Tuttavia sarebbe sbagliato non sottolineare i molti spunti, anche originali, che alcuni degli spettacoli visti possiedono e che possono essere irrobustiti da critiche non banali e condivisibili con gli stessi artisti.

Lo spettacolo vincitore “Mad in Europe” di Angela Demattè, attrice e autrice, che per altro avevamo già molto apprezzato per l’ottimo risultato di “Avevo un bel pallone rosso” (Premio Riccione 2009) e ”Stava la madre”, presentato a Teatri del Sacro 2013, si profonde in un monologo che, tra racconto e interpretazione, vede al suo centro una donna incinta, smarritasi alla sede del Parlamento europeo, dove lavora, e che, nel contempo, ha perso anche tutte le caratteristiche più intime delle sue identità culturali. Non riconosce infatti più la sua lingua madre, i territori esistenziali da cui proviene e che comunque qua e là fanno capolino ancora nella sua mente.

Mad in Europe (photo: Gloria Soverini)

Mad in Europe (photo: Gloria Soverini)

Non sa decidere se accettare il nuovo mondo cosmopolita che le si pone davanti con tutte le sue imperfezioni e contraddizioni o lasciarsi cullare dai ricordi e dalle usanze che l’hanno formata. Per questo parla una strana lingua che le accomuna tutte, imbevendosi di dialetti, ed è anche per questo che lo spettacolo porta significativamente come sottotitolo “Uno spettacolo in lingua originale”.

L’interprete si immerge coraggiosamente in un personaggio ambivalente e complesso, che cerca in modo originale una lingua e una dimensione capace di raccontare il mondo, in profondo cambiamento, che le sta innanzi. Lo spettacolo nel passaggio ad un tempo più lungo ha, almeno per noi, ancora bisogno di essere approfondito, non avendo ancora trovato una sua giusta misura: si perde un po’ la carica emotiva che inizialmente conteneva, in rapporto soprattutto alle problematiche di una madre che deve consegnare il proprio figlio a un mondo che forse non le appartiene ancora, metafora evidente della crisi dell’utopia europea, ma non solo di quella.
E’ forse questo malessere che andrebbe più indagato in profondo, sfrondando anche una scenografia che tende troppo ad ingabbiare lo spettacolo.

Più compatto, nel passaggio da progetto a spettacolo, ci pare invece “Gianni”, in cui Caroline Baglioni diventa tutt’uno con uno zio molto particolare, morto suicida anni prima e che riaffiora prepotentemente nella memoria della protagonista dopo la scoperta di una scatola contenente tre cassette su cui lo zio ha inciso la sua voce.

Era un omone grande e grosso, lo zio Gianni, che a lei bambina faceva paura, pieno di voglia di vivere ma con manie depressive che gli facevano scorrere la vita tra alti e bassi, valicando spesso pendii emotivi insormontabili.

Caroline Baglioni pone in scena tutto il mondo di Gianni, i suoi desideri, le gioie e le tristezze, così “il Bomba” torna a vivere sul palco. Torna quindi a vivere l’anima di un uomo assai particolare, morto molti anni prima e riconosciuto solo da una scarpa: è per questo che Caroline, identificandosi in lui, ne indossa di volta in volta una femminile ed una maschile.
Ed è così che, attraverso una partitura fisica, gestuale, coreografica ben condotta e orchestrata, accompagnata da musiche che vanno dagli Afterhours a Sergio Caputo, da Venditti a Renato Zero, avviene scenicamente in modo plausibile la trasformazione di un materiale vocale, affidato solo ai ricordi, di una presenza che sembrava dimenticata e che forse avrebbe bisogno di una più approfondita “definizione” per diventare ancor più significante.

Ci ha interessato molto, soprattutto per l’evidente lavoro di approfondimento svolto dai suoi due interpreti sui materiali iniziali dello studio presentato a Santarcangelo, il primo dei due progetti selezionati, “Homologia“ di Dispensa Barzotti, dove i giovanissimi Rocco Manfredi e Riccardo Reina, su regia di Alessandra Ventrella, attraverso un teatro senza parole, che usa già in maniera consapevole il teatro di figura, analizza la vecchiaia in modo assolutamente non convenzionale, mettendo in scena la solitudine di un anziano, il cui perenne dormiveglia, nel giorno del suo compleanno, è scosso da ineffabili intromissioni che si mescolano a ricordi lontani.

Homologia (photo: Gloria Soverini)

Homologia (photo: Gloria Soverini)

In un gioco di apparizioni, doppie presenze, consistenze illusorie, lo spettacolo è risolto in modo etereo, impalpabile, anche se sempre la morte sembra incombere, anzi incombe, ma quasi mai attraverso un’atmosfera cupa, ma anzi soffusa di lievità, dove è soprattutto la luce a creare le reali forme del teatro.

Per nulla risolto ci è parso invece, nella ripetitività dei suoi cliché espressivi e tematici, “Pisci e Paranza”, lo spettacolo scritto e diretto da Mario De Masi.
In un non-luogo, cinque esistenze, sempre alla ricerca di una felicità non effimera, si fanno compagnia sopportandosi, accapigliandosi, a volte anche cercando di comprendere vicendevolmente la sofferenza che le accomuna.

Lo spettacolo ha la sua forza soprattutto nella lingua napoletana, che da sola riesce ad esprimere il sentore generale della messa in scena; purtroppo tutto è però risolto in superficie, sia nella costruzione drammaturgica della situazione proposta, sia nel rapporto dei personaggi. Così, alla fine, la disperazione che sembra essere presente in tutte le situazioni che il palco ci offre ha estrema difficoltà ad essere riverberata anche sul pubblico.

Pisci e paranza (photo: Gloria Soverini)

Pisci e paranza (photo: Gloria Soverini)

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