Da Valente a Rambert le molteplici Vie della nostra folle precarietà

El loco y la camisa dell'argentino Nelson Valente (photo: Stéphan Thabouret)
El loco y la camisa dell'argentino Nelson Valente (photo: Stéphan Thabouret)

Tre spettacoli che più eterogenei tra loro non potrebbero essere, provenendo da tre mondi ed altrettanti stili diversi: “El loco y la camisa / Il matto e la camicia”, del regista argentino Nelson Valente, “Répétition”, testo immaginifico del francese Pascal Rambert, e “BiT” della coreografa, star del teatro danza europeo, Maguy Marin: a testimonianza che il festival autunnale Vie 15, tra Modena e dintorni, è una delle occasioni che si hanno, in Italia, per curiosare intelligentemente nella drammaturgia più integrante a livello internazionale.
Quest’anno si è infatti spaziato dal giorgiano Levan Tsuladse, all’Opera di Pechino, passando dalla Bulgaria alla Russia al teatro di ricerca italiano più rappresentativo, con Motus e Castellucci in testa.

Partiamo da “El loco y la camisa”, ideazione e regia dell’argentino Nelson Valente, direttore del Banfield Theatre Ensamble di Buenos Aires.
In forma di commedia noir (che nel contesto ci ricorda un mondo familiare che mescola sapientemente Miller, Williams e Bernhard) lo spettacolo narra di una famiglia: in apparenza una quieta e normale famiglia argentina, formata da padre, madre e due figli (un ragazzo assai particolare e una ragazza).
Il figlio, nella sua particolarità e follia, ha il dono di dire la verità, anche quando non dovrebbe essere detta. Sarà questa apparente pazzia a rovinare tutti i legami familiari, quando il fidanzato altolocato della sorella si presenterà per la prima volta a casa per conoscere i futuri suoceri.
La follia avrà però il merito di mettere a nudo la vera e cruda meschinità di una società che si basa soprattutto sull’ipocrisia.

Lo spettacolo, diventato creazione simbolo del teatro indipendente argentino, recitato con garbo e delicatezza da Gabriel Beck, Carlos Rosas, Lide Uranga, Mariana Fossatti, Julio Greco, è ben strutturato in tutti i suoi aspetti, e risulta una creazione rappresentativa di un teatro proposto in forma assolutamente tradizionale pur entrando in modo diretto nei gangli della società che intende fedelmente rappresentare.

Pascal Rambert con “Ripetition” ci trasporta invece in Francia, e in tutt’altro contesto teatrale, proponendo, dopo il fortunatissimo “Clôture de l’amour”, dove per parlare di amore e separazione venivano scandagliate le ultime fasi della rottura di una coppia, una nuova creazione che si concentra questa volta sulla scrittura e la creazione artistica (ma non solo), mettendo in scena quattro attori/personaggi.

Al centro di “Répétition” vi è l’essere umano, e nel contempo l’artista che ha perduto la dimensione del suo compito. Vi si ritrovano i due interpreti di “Clôture de l’amour”, Audrey Bonnet e Stanislas Nordey, affiancati da Emmanuelle Béart e Denis Podalydès.
Lo spettacolo, che mette a dura prova sia gli attori che il pubblico, si esplica in quattro monologhi serrati di 30-45 minuti ciascuno, interrotti da pochissime battute di uno degli altri tre.
Emmanuelle (attrice), Audrey (attrice), Denis (scrittore) e Stan (regista) si scontrano sulla “messa in scena” del loro lavoro e della loro vita. Il piano del racconto dunque mescola sempre il senso profondo dell’esistenza di ogni uomo con quello universale e politico del teatro, affrontando una specie di regolamento di conti dei quattro personaggi che, dopo una vita passata insieme, non capiscono più il senso della loro relazione e del loro mestiere.

Lo spettacolo è rappresentato attraverso una scenografia ai minimi termini, ambientato in una specie di palestra, simbolo di una parola che viene continuamente sollecitata in tutte le sue intersezioni nel gettare poeticamente in faccia a personaggi e spettatori la cruda verità di un mondo che non crede più in niente.

Quando finalmente si farà silenzio, con tutti gli “attori del conflitto” per terra sconfitti, ecco che la poesia muta, aerea entrerà in scena, essa sola e unica vincitrice, sotto forma di una “vera” ginnasta e delle sue stoffe volanti, accomiatando lo spettacolo e il pubblico.

Un testo, un effluvio di parole di poesia bellissima e lancinante che, tra parole dette (e forse non tutte percepite nel loro vero significato) e sovratitoli che scorrono fin troppo velocemente, ha comunque, nella sua fragile e potentissima forza teatrale, una inspiegabile capacità di entrare direttamente dentro lo spettatore, per uno spettacolo che l’ERT fortunatamente produrrà anche in italiano, affidandolo a quattro interpreti di sicura eccezione come Luca Lazzareschi, Anna Della Rosa, Laura Marinoni e Giovanni Franzoni.

In “BiT” di Maguy Marin è invece la danza a farla da padrona in tutte le sue sfaccettature emotive.
In scena sei performer (tre uomini e tre donne): Ulises Alvarez, Kaïs Chouibi, Laura Frigato, Daphné Koutsafti, Cathy Polo, Ennio Sammarco, sulle musiche di Charlie Aubry, si muovono in una scenografia di piani inclinati dove si riverbera un’idea di mondo che rimanda al paradiso e al suo contrario.

“Il bit è una particella infinitesimale del sistema binario. Mi ha affascinato perché ti fa pensare subito a due valori, due significati, anche contrastanti, che convivono, si dividono lo spazio e il tempo: vero e falso per esempio, o bello e brutto” spiega la grande coreografa francese.

E infatti l’inizio è giocoso, anche se i sei protagonisti vivono sempre su piani alquanto scivolosi, tenendosi per mano, uniti in un cerchio come in un apparente infinito sirtaki. Presto la scena muta e la carnalità prende il sopravvento, con amplessi rappresentati con durezza, frati che stuprano e si ammantano di ricchezze, esseri umani che strisciano su pareti inestricabili.
Poi la gioia ritorna, ma solo per un breve momento, perché i sei danzatori, ad uno ad uno, cadranno nel baratro che forse li aspettava fin dall’inizio.

Solo allora ti accorgi che forse i tre spettacoli visti a Vie non erano poi così tanto diversi tra loro, perché tutti e tre – con soluzioni pur eterogenee nel proporsi in scena – restituiscono perfettamente il senso della nostra esistenza, così apparentemente normale e dolorosamente reale nella sua evidente precarietà.

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