Dai Due Mondi l’ambizione di Consigliare i dubbiosi

Danilo Bucchi

Un’opera di Danilo Bucchi

“In un tempo difficile. In un Paese difficile, troppo dimentico di sé, del genio delle sue arti e del suo passato; ma solo da qui chiamato a trarre ogni speranza di futuro”. 
Giorgio Ferrara, direttore artistico del Festival dei Due Mondi, ricorda dalle brochure del programma ciò che dovrebbe essere evidente, ma che spesso passa nel dimenticatoio delle notizie e delle necessità spurie, avvolte dalla tempesta delle precipitazioni umorali del Bel Paese. 
Intanto il sole ha deciso di regalare un week-end dal respiro più aperto a Spoleto, su cui fa capolino dal cielo con speranza. Un buonaugurio, che hanno deciso di accogliere e sostenere gli artisti di strada e le piccole orchestre, che compaiono negli spiazzi girato l’angolo dei palazzi storici, nell’andirivieni del traffico delle persone. 
Si aveva bisogno della promessa di tempo sereno per animare le vie del borgo medioevale, esaltato così nella sua bellezza. Aiutando una giornata dai molteplici eventi come quella di sabato nell’inaugurazione di mostre, prime di spettacoli, inizi di appuntamenti imperdibili come quello delle Prediche da “Le Opere di Misericordia” alla Chiesa dei SS. Domenico e Francesco. “Consigliare i dubbiosi” la prima di esse, per cui è stato chiamato Mons. Rino Fisichella a riflettere insieme ai molti intervenuti. A partire dalla misericordia, e dal valore del dubbio, capaci di consegnare all’uomo anche la curiosità, che è propria dell’amore e di ciò che porta a voler scoprire dell’altro e del mondo, dare delle certezze al futuro.

Principi che sembrano aver ispirato e poter essere linea guida ideale nello svolgersi di una lunga giornata, partita dagli “Sconfinamenti” a cura di Achille Bonito Oliva alla Rocca Albornoziana. Un percorso multimediale d’impatto, che arriva fino all’Era Glaciale di Peter Greenaway, nelle suggestive sale di un luogo che fu anche carcere. 
Gabbie evocate, oltre che dal “The Time Ice”, dalle “Belek [Memorie]” dell’artista turco Ahmet Güneştekin, in uno srotolarsi del tempo che, a partire dal 1909 e dalla repressione armena, traccia, con l’utilizzo di due videoproiezioni – l’una, descrittiva sul muro di fronte, e l’altra, con video d’archivio, sul pavimento – gli atti di sangue in territorio turco. Inevitabilmente, si parla anche del popolo curdo. Nello stupore che si abbiano a disposizione solo dal 2011 delle testimonianze video, per arrivare così fino ai più recenti atti di violenza nel Parco di Gezi di Istanbul. 
Un viaggio, che soffoca nei corpetti di acciaio di figure femminili stilizzate, sostenuti da piedistalli avvolti da tessuto scritto: fanno parte di “Undercover, Underwear, Underworld Troops” dell’artista indonesiana Sri Astari Rasjid.
Ha invece l’ambizione della contaminazione e di maggiore libertà l’incontro tra Danilo Bucchi e Antonio Marras, per una delle Mostre del Comune a cura di Gianluca Marziani presenti a Palazzo Collicola: “Insieme siamo altro”, in una strada di intersezione tra il segno di Bucchi e la materia di Marras.
L'isle des esclaves di Irina Brook

L’isle des esclaves di Irina Brook (photo: Federica Frillici)

Vitalità che esplode in tutto e per tutto nei luoghi di San Simone, chiesa sconsacrata, spazi dall’intonaco scrostato, e per questo capaci di rendere l’idea di una fucina creativa in perenne movimento. E’ il luogo che accoglie “La Trilogie des Iles” di Irina Brook e del suo Dream Theatre, in una residenza creativa che ha portato al primo capitolo, con lo sguardo all’opera di Pierre Marivaux e a “L’Ile des Esclaves”. Una nuova produzione del CRT Artificio di Milano, in collaborazione con Spoleto56, quella de “L’Isola degli schiavi” che, rivolgendo il suo abbraccio alla leggerezza e alla fantasia proprie del teatro ragazzi, parla di un naufragio che porterà a dubbi carichi, però, del dono di nuove certezze… 
La scena si trova alla fine di un percorso lungo le navata centrale dell’ex-Chiesa, su cui si aprono ammiccanti scene-tasselli che sembrano alludere ai prossimi capitoli del progetto. 
Oltrepassato un sipario-separé che evoca il circo, ecco dopo poco allargarsi lo spazio del transetto. Di fronte a noi, sul fondo, un’enorme tela scende, e sembra contenere il colore del cielo in tempesta: dipinta, e ipnotica nella sua presenza, sarà lei a ricevere le traduzioni dei dialoghi in francese che verrano proiettate. Sul pavimento una sottile, e bianca, polvere, che prima richiama l’idea della neve, poi quella della sabbia, e della spiaggia di un’isola, dove cadrà il veliero/aereo dei nuovi ospiti dell’Isola degli Schiavi. 
Lo scenario rimanda ad altri naufraghi, quelli di “Lost” o più precisamente, per chi fosse “series addicted”, al pilota/steward, che si trasforma in un maestro/signore dell’isola. 
Da lui saranno lanciati segni, dubbi, a caccia di certezze in una strada di pulitura interiore, che porterà chi era schiavo ad essere padrone, e poi semplicemente a essere insieme responsabili di se stessi, uniti in amicizia gli uni agli altri. 
La recitazione spumeggiante di tutti gli attori si coagula in un’energia contaminante, in cui col gioco si raggiunge l’ambizione dell’insegnamento.
Sul finale, in una novella Arcadia, dove con un pic-nic si tessono possibilità di nuovi, insperati, amori, c’è da chiedersi se anche in un Paese difficile come il nostro “Consigliare i dubbiosi” potrà portare la misericordia del futuro.

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