Danae XIX. Danze solitarie e visual art in mezzo alla natura

Trophée delle svizzere Rudi van der Merwe e Béatrice Graf
Trophée delle svizzere Rudi van der Merwe e Béatrice Graf

Tante le chicche di questa XIX edizione del festival di teatro, danza e arti performative Danae, diretto da Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani, che ha caratterizzato tre settimane d’autunno milanese, impossibile fare una graduatoria. Con una nota surreale a chiudere l’edizione 2017.

Lascia infatti molti elementi di meditazione lo spettacolo “Trophée” delle svizzere Rudi van der Merwe e Béatrice Graf: colpisce per la propria polisemia e per i tanti linguaggi usati in uno spazio scenico esteso come raramente ci era capitato di trovare.
Visual art e land art, “Trophée” è una ricerca pratica e poetica, un lavoro d’ensemble sulle relazioni tra arte drammatica, coscienza civile e ambiente naturale.

La prima cosa che colpisce di questo lavoro vertiginoso è l’impostazione cinematografica dilatata, senza pareti. Siamo al Parco Nord di Milano, una distesa boschiva di 500 ettari che si trova a settentrione della metropoli, al crocevia con Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo e Bresso. Il palcoscenico è una radura d’erba di trecento metri, delimitata dagli alberi e da un laghetto artificiale ai piedi di un poggio.
Lo sguardo si perde nel vuoto. Aguzziamo la vista. Armati di binocoli o a occhio nudo, cerchiamo progressivamente di decifrare lo spazio amorfo davanti a noi. Campo lunghissimo.

Lentamente si definiscono all’orizzonte tre figure al femminile in abiti barocchi (di Kata Tòth) che avanzano verso una staccionata bianca. Campo lungo, campo totale: le tre figure sono via via meno impercettibili. Campo medio: adesso vediamo progredire anche sagome stilizzate: un albero, un gigante, un elefante. Sono richiami storici e letterari che vanno dal “Macbeth “di Shakespeare all’impresa di Annibale contro i Romani sul fiume Trebbia. Sulla scenografia disegnata da Victor Roy, giganteggia la batteria suonata dal vivo da Béatrice Graf. Echi medioevali dialogano con sibili sordi.
Si materializza l’idea vaga, un archetipo indefinito della guerra. Tre donne con l’elmetto, nascoste da un velo ricamato, avanzano verso un limes posto davanti agli spettatori. È il concetto di rivalità. La staccionata, quella che era una sorta di trincea, diventa un cimitero di croci. La performance si trasforma in una sorta di danza macabra.

“Trophée” è un teatro aereo, immersivo, multisensoriale. Van der Merwe e Graf definiscono un’arte integrale che, pur inserita in un contesto naturale e impressionista, rifiuta l’immagine naturalistica. Le artiste svizzere si servono di media quali la luce, il suono, il vuoto spaziale. I performer Ivan Blagajčević, Claire-Marie Ricarte e Rudi van der Merwe rendono il deserto esistenziale che ci attanaglia e ci aiutano con le loro coreografie (create in collaborazione con Susana Panadès Diaz e Jòzsef Trefeli) a ripensare l’umanità in termini di dialogo e confronto.

Decisamente più ridotto e asettico lo spazio scenico all’Out Off di Milano a disposizione di Yasmine Hugonnet. Che in “Se sentir vivant / Canto primo” propone l’equilibrio di un corpo femminile su un filo di lana, l’irraggiungibile coordinazione tra arti superiori e arti inferiori. Sul suo busto un volto cereo, uno sguardo sfingeo. Ma un libro ai margini del quadrato vuoto della scena, la “Divina Commedia” di Dante, pare aprire nuove possibilità espressive, schiude gli occhi a un orizzonte contemplativo. In questa drammaturgia di respiri, tra mugolii e afasia, spasimi e guaiti, la lettura nuda, assorta nel silenzio, si definisce attraverso una voce in trance lontana dal corpo. Sono echi fuori campo, è pura intuizione. Affiorano separazioni e legami. Vita, morte e amore sono essenze immateriali. La parola ventriloqua, sorprendentemente articolata dalla bocca serrata della performer, oltrepassa le corde vocali ed evoca pensieri di felicità fugace, perduti verso spazi siderali.

In “Le jardin”, allo spazio DiDstudio, Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi si misurano con una natura selvaggia evocata solo da luci, colori e suoni. È un paesaggio in apparenza placido e rasserenante, nella sostanza minaccioso e sinistro. L’Eden, originario anelito all’innocenza e alla felicità, delizia smarrita verso cui siamo costantemente richiamati, qui è un non luogo da difendere con unghie e manganelli, territorio da pattugliare in un’osservazione energica, ritmata, senza tregua. Nasce una danza onomatopeica guardinga, tesa. È un movimento marziale di gambe, piedi, suole e tacchi, cadenzato come un flamenco, tambureggiante come un tip tap. Il duo Panzetti-Ticconi ci guida con incedere militaresco all’esplorazione di uno spazio incontaminato, dove il cinguettio dei passeri e il gracchiare della cornacchia lasciano solo un barlume al ristoro e alla contemplazione. Due anime si cercano e proteggono. Infine cedono fragorosamente a uno spazio che tutto travolge.

Le Jardin

Le Jardin

“Grandmother” di Francesca Foscarini è una danza sofferta che nasce dai ricordi. Con grande versatilità, giocando sui vari tasti dell’emozionalità, la coreografa e danzatrice viaggia a ritroso nella memoria, fruga dentro un legame affettivo. Intanto intreccia il proprio corpo al simulacro di una donna anziana, Animano questo lavoro, illuminato da uno squarcio che non disperde mai la nostalgia di fondo, momenti di rabbia ed energia, tepori solipsistici, e una sensazione impotente di decadimento.

Francesca Foscarini

Francesca Foscarini

Il contraltare di “Grandmother” è la freschezza vivida, istrionica di “A corpo libero”, frammento di danza di una Silvia Gribaudi più che mai beffarda, più che mai capace di giocare con sé stessa e la propria corporeità. Come una soubrette impacciata del varietà, come la diva in disarmo di un tabarin d’antan, Gribaudi incanta e diverte nel suo abitino striminzito, da stiracchiare fin quasi a renderlo sdrucito, prima di trovare la collocazione seduttiva che regala il sorriso mentale e a tratti la risata di pancia. La posa imbarazzata, le smagliature psichiche e somatiche, non frenano il fascino di una ballerina classica, le seduzioni di un corpo molle. La danza del ventre si tramuta in trionfo degli adipociti, disperdendo le menate della vita contemporanea.

I quindici minuti di “A corpo libero”, il loro equilibrio di pieni e vuoti, luci e ombre, sono la metafora più riuscita della leggerezza pensosa di Danae, festival al femminile dove teatro e danza – accomunati da una forte componente emotiva e ipnotica, con uno stile visionario – non rinunciano a uno sguardo sardonico sulla realtà.

Silvia Gribaudi

Silvia Gribaudi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *