Danae XVII, ludica e visionaria

Dragging the bone di Miet Warlop (photo: Michela Di Savino)
Dragging the bone di Miet Warlop (photo: Michela Di Savino)

Giro di boa per la diciassettesima edizione di Danae, il festival crossmediale diretto da Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani, che sta animando questo scorcio d’autunno milanese: mai una programmazione così ricca.

Evolve Danae, dallo sguardo smaccatamente femminile degli esordi (come casting, drammaturgie e regie) alla dimensione attuale, senz’identità di genere, intendendo per genere anche quello artistico.
Danae fuori dagli schemi per il pubblico, appassionato e fedele, originale anche nelle mise e nella scelta dei colori dell’abbigliamento, al punto da sdoganare definitivamente il viola.

Anche gli artisti si divertono a demolire gli stereotipi. La belga Miet Warlop in “Dragging the bone” è una cometa di capelli senza volto, dalle movenze antropomorfe. Sibilla e sciamana, terrestre ed eterea, porta sul palco le molteplici ambiguità di un metateatro imprevedibile.
“Dragging the bone” è uno spettacolo surreale di forte impatto visivo. Danza, teatro e scultura convivono in una fusione che irride la nostra società aggrappata a profezie e illusioni.
Come natura crea, Miet distrugge. Palloncini bianchi come alieni parlanti, obelischi estratti dal cilindro, gambe componibili, tutto rigorosamente in gesso, interagiscono in pose varie con l’artista prima di finire in frantumi.
Ogni oggetto è scomposto, scorticato, messo a soqquadro. Gesti quotidiani, come pettinarsi o indossare una gonna, diventano svago delirante se le spazzole sono rulli fissati a un supporto al quale avvicinare i chilometrici capelli senza l’aiuto delle mani, o la gonna è un improbabile anello di gesso da incastrare sui giunonici fianchi. Alla Warlop non resta che rotolare verso il pubblico come una palla da bowling verso i birilli, o marciare danzando su una pedana. Ululati starnazzanti e ritmi rock progressivo, note puntiformi, accompagnano una performance visionaria. Trapela l’invito a smaterializzare la realtà, a smascherarla individuandone il punto di rottura che riveli l’essenza delle cose.


Giovani compagnie decollano. I “Dieci miniballetti” di CollettivOCineticO, con quel senso di vertigine, sono l’ennesima prova raffinata di un gruppo, capeggiato da Francesca Pennini, in bilico tra materia e sogno, dove il corpo gioca con l’astrattezza geometrica.

Piccole compagnie crescono. Alessandro Bedosti, con Antonella Oggiano, porta in scena a LachesiLAB (tana minimalista delle Moire) lo spettacolo “Das Spiel”. Sprofondiamo dentro un guscio ovattato. Il silenzio è interrotto da un sottofondo impalpabile di guaiti e cinguettii. È una danza quieta, essenziale, di gesti aperti e solenni, d’attese e sguardi pazienti. Il tema è la malattia. Un corpo è accudito fino a guarigione. “Das Spiel” è un esempio di “slow theatre”, pausa dalle frenesie quotidiane. È un gioco salvifico per i protagonisti, catartico per lo spettatore fagocitato dal perenne stress quotidiano.

I tempi della musica si dilatano, le forme si destrutturano nel suggestivo lavoro di Agon (Giorgio Sancristoforo e Giuseppe Cordaro). “Notturno, audio visual performance con le luci e i suoni dell’acciaieria” di Rubiera è un racconto di ombre e suoni con al centro il lavoro dell’uomo immerso nelle tenebre e nelle fiamme dell’industria pesante.
Le immagini in bianco e nero proiettate sul fondo richiamano un tempo che sembra languire. La realtà evocata, quanto più è concreta tanto più diventa surreale. Si cristallizzano suoni mappati tra acciaio liquefatto e lamine tuonanti, stantuffi e colate, crepitii di fiamme e piogge di lapilli. Questi suoni lancinanti si mescolano nel crogiuolo della fornace. Amplificati o distillati, creano una sinfonia aliena, aerea.
È un anomalo training autogeno per il pubblico, catapultato come nella trama di un film espressionista. Paradossi dell’arte, che trasfigura la fabbrica in spazi per l’interiorità umana e per il microcosmo dell’individualità.

Dall’alienazione al sentimento con Effetto Larsen e il suo “Functions, ovvero il gioco dell’amore”. Se la fabbrica ci rende meccanismi seriali, l’amore ci rende unici.
In un buffo gioco di proiezioni naif, il pubblico interagisce con l’attore Matteo Lanfranchi e con Roberto Rettura, sound producer e musicista. Parole, frasi, video, ritagli di cartoncino proiettati sul fondo con una lavagna luminosa. “Functions” focalizza le relazioni umane, sviscera la nostra identità in uno spassoso gioco di specchi, in cui ci confrontiamo con noi stessi, gli altri e la realtà che ci circonda.

Danae prosegue fino a sabato prossimo. Oggi pomeriggio, domenica 8 novembre, replica straordinaria per “Sante di scena” dei padroni di casa, Teatro delle Moire e Cinzia Delorenzi. Ma la giornata sarà all’insegna della danza contemporanea: si parte con le coreografie geometriche di Marina Giovannini, si finisce con Marco D’Agostin e Francesco Marilungo, autori di una danza anarchica ed eretica.
Domani, lunedì 9, è maratona musicale con l’installazione vivente di Alessandro Bosetti, tra presepi viventi e la poetica di Tino Sehgal. Da martedì 10 a giovedì 12 appuntamento con i tarocchi di Scarlattine Teatro e il loro “Hamlet private”, prima del gran finale con Milena Costanzo e la sua Emily Dickinson (12 e 13 novembre) e dell’epilogo musical grottesco di Nina Madù e le reliquie commestibili (14 novembre).

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