Danza, circo, prosa, figura. Tutti i linguaggi di Concentrica

Mariano Dammacco e Serena Balivo in L'ultima notte di Antonio
Mariano Dammacco e Serena Balivo in L'ultima notte di Antonio

Avete mai notato quanto sono male segnalati i teatri sulle strade italiane?
E’ la prima delle considerazioni che ci accompagna nella serata dedicata dalla rassegna Concentrica alla Piccola Compagnia Dammacco. Insieme alla curiosità, ma anche – occorre ammetterlo – a un po’ di diffidenza sull’argomento trattato: Antonio è un cocainomane o, come lo definisce la compagnia modenese, “un’icona emergente della nostra epoca”.

Perché essere prevenuti? Perché il tema potrebbe essere a rischio “macchietta”, perché i personaggi della tossicodipendenza sono spesso molto riconoscibili nella loro gestualità, nella voce… Mentre il tema è così serio che traslarlo in parodia potrebbe rivelarsi un azzardo. Salvo poi venire amplificato, da una sponda all’altra dell’oceano, in maniera parossistica, dall’ultima impresa del rampollo di Casa Agnelli. Ma questa è un’altra storia.

Ne “L’ultima notte di Antonio” Serena Balivo e Mariano Dammacco ripercorrono l’ultima notte del protagonista. O meglio, ripercorrono le sue tante ultime notti, fino a quella che davvero scriverà la parola fine.

La messa in scena proposta dalla scrittura di Dammacco è un atto d’amore verso i “sofferenti”. Nulla di più lontano dalla parodia, quindi. Nasce dal rispetto e dalla comprensione della sofferenza, senza giudizio, anche quando non la si capisce. Per uno spettacolo che diventa una dolorosa condivisione della lenta e costante caduta di Antonio: il suo progressivo perdere contatto con la realtà e il disperato tentativo di rimanerci agganciato. Un dolore che si ritrova fin da subito, nel racconto del suo funerale, e nelle parole di una compagna che non smette di lasciare aperta la porta alla speranza.

“L’ultima notte di Antonio” è un racconto poetico e grottesco allo stesso tempo. Che ha però il pregio di non cadere nei luoghi comuni. Antonio si denuda davanti a noi, lasciandoci spettatori incapaci di reagire. Di fronte al pubblico è risucchiato, ma nessuno ha braccia da offrirgli. Dobbiamo solo lasciarlo andare. E così rimaniamo lì, sullo scoglio davanti a quel mare che lo accoglierà alla fine, suo unico abbraccio possibile.

La figura alta, dinoccolata e vestita di rosso di Antonio ricorda quella del Cappellaio Matto, mentre Serena Balivo si conferma un talento da cui non si riesce a staccare gli occhi. Beghina e consolatrice. Amante e nutrice. Tutto nei passi incerti e faticosi di una marionetta lasciata senza fili.

Ma la rassegna Concentrica mischia le carte, stupisce il pubblico incrociando i linguaggi e gli stili. Ed è così che propone, nello stesso week-end, anche due compagnie di circo contemporaneo: Fabbrica C e la Cie Zenhir con “Ah, com’è bello l’uomo”.

Zenhir accompagna lo spettatore in un percorso attraverso il cambiamento delle relazioni nella nostra epoca dalla tecnologia sfrenata, con uno sguardo che dal passato (quello di due o tre generazioni fa) si spinge al futuro (cosa ci sarà dopo?). Il tutto con un coinvolgimento iniziale del pubblico, chiamato ad esprimersi su come cominciare lo spettacolo: nudo o vestito?

Dei “20Minuetti” di Fabbrica C viene invece presentato uno studio in cui emerge l’intenzione di unire una narrazione al movimento. La compagnia si domanda: “Può la mancanza di una drammaturgia esplicita portare il pubblico alla ricerca di una drammaturgia più profonda e meno formale?”.

Troppo spesso alle giovani compagnie circensi italiane sembra però proprio mancare una base drammaturgica che sottenga in maniera più salda i rispettivi lavori, il che non significa che questa tessitura drammaturgica debba per forza essere esplicita né, allo stesso modo, che l’assenza di una forma drammaturgica sia da sprone al pubblico nel ricrearsi un percorso di fruizione più autonomo.
Quello che invece si evidenzia è, a volte, la mancanza, da parte delle compagnie, di compiere quel rispettoso e necessario sforzo verso il pubblico per proporre lavori più maturi e completi. E questo non per preservare lo spettatore nella sua autonoma ricerca. Quasi che l’ostentato desiderio di ‘libertà’ sia sostituto della mancanza della propria ricerca artistica.
Ma cosa si porteranno a casa gli spettatori in sala? Quale è davvero la funzione del teatro oggi?

Nel tentativo di offrire al pubblico una nuova ‘mappa’ per decifrare linguaggi arriva anche Irene Russolillo con “Map”.
Una piccola luce incontra un corpo: la spalla, la coscia, la mano, scorrendo fino alle dita diventa anello e poi smalto luminoso. Per piccoli spostamenti accarezza il viso, fino a fermarsi sulla bocca, dente brillante, piercing vivido sulla lingua. Il corpo si allontana e la piccola luce diventa un cerchio, trasformandosi via via in una lettera, una “o”. La lettera genera, per assonanza o consonanza, parole che possono apparire solo perché – e finché – il corpo è per loro schermo riflettente. Le mani si devono allora muovere velocemente per far apparire i segni grafici, offrirsi alla luce, incontrarla per far sì che il linguaggio si manifesti.

Irene Russolillo in Map

Irene Russolillo in Map

Questa sorta di nascita della scrittura diventa dialogo con l’entrata di un altro performer, Davide Calvaresi.
Il rapido movimento delle braccia scandisce una conversazione fatta di semplici parole, che piano piano prendono il sopravvento, entrando in un non sense che può aprire a scenari inaspettati.
Il gioco delle parole e della loro apparizione, sui corpi come su fogli di carta mossi dai due performer, continua per sperimentazioni successive finché compare la parola spazio. Con nastro adesivo viene delineata la mappa degli spostamenti sul palcoscenico e disegnato un reticolato di triangoli sul fondale.
Fumo in scena, le lettere impazziscono precipitando in un caos di proiezioni, da cui emergono parole di senso compiuto, frasi che si compongono e scompongono in un eccedere di luce e musica che trascina verso il finale, in cui tutto all’improvviso scompare; resta un cono luminoso a cercare nell’assenza.

Sviluppo ritmico con una progressione da manuale per uno spettacolo che mette al suo centro il gioco con il dispositivo, come gli stessi interpreti raccontano. Input del lavoro è la volontà di incontro tra i linguaggi dei due artisti in scena, Irene Russolillo proveniente dalla fucina ALDES, e Davide Calvaresi, artista visivo con puntate nel mondo della danza.

Nessuna volontà, quindi, di raccontare nulla al di là del gioco con lo strumento, lasciando volutamente la proposta in un “rapporto grafico estetico, leggero e gioioso”. E’ volutamente allontanata anche ogni implicazione emotiva, sottolinea la stessa Russolillo, una decisione presa per permettere la nascita della partitura coreografica dalla necessità del dispositivo scelto. E in effetti è il dispositivo a dominare su tutto, mangiando ogni possibilità evocativa, non rimandando ad altro se non a sé stesso. Il corpo è solo in funzione di schermo di riflessione e la danza emerge solo nel momento in cui la proiezione sparisce. Per il resto si ritrae, cerca di dimenticarsi di sé per potersi reinventare, ma forse senza emozione; senza la necessità di disegnare paesaggi altri perde la strada.
Il tentativo di contaminazione zoppica, lasciando qualcosa di irrisolto. E anche la gioiosità non diventa terreno di complicità con lo spettatore.

Le prossime puntate di Concentrica ci proporranno, da domani, nuove sperimentazioni. A partire dalla felice produzione del Teatro dei Gordi, un omaggio originale alla poetessa polacca Wisława Szymborska. “Sulla morte, senza esagerare” affronta, attraverso il teatro di figura, il tema della morte in chiave ironica e divertente attraverso un linguaggio non convenzionale del corpo (domani sera, 1° dicembre, a Lanzo Torinese, il 2 dicembre al Teatro degli Scalpellini di San Maurizio d’Opaglio e il 3 a Torino, al Teatro Vittoria).
A chiudere questa edizione di Concentrica, domenica 4 dicembre, al Cubo Teatro di Torino, l’arrivo del monologo di Caroline BaglioniGianni”, Premio Scenario per Ustica 2015 e miglior spettacolo della rete In-Box 2016.

 

Krapp is a poor man


2 Comments

  • krapp ha detto:

    In riferimento a quanto espresso nella risposta di Fabbrica C a Krapp’s Last Post (http://fabbricac.it/in-risposta-a-krapps-last-post/) vorremmo precisare due cose: 1) quella a cui la compagnia fa riferimento non era, per Klp, una “critica”. La recensione a uno spettacolo ha lo spazio di un intero articolo dedicato e approfondito ed è generalmente destinata a spettacoli nella loro forma finale, conclusa. Avendo Fabbrica C presentato uno studio non abbiamo affrontato una recensione dello spettacolo, semmai è stata un’osservazione di quanto proposto, in una visione più d’insieme di una rassegna. Quindi quelle che voi definite “le nove righe” erano solo un’osservazione di quanto proposto in quella sede. L’articolo, nel suo insieme, era semmai più uno sguardo alla varietà delle proposte di una rassegna in corso.
    2) Se vengono presentati al pubblico spettacoli non ancora ‘pronti’, ma ancora in fase di studio, ci si deve mettere nell’ottica che il pubblico possa commentare anche quei lavori ancora in fieri. Come l’artista si “espone” nel presentarli, si deve essere aperti al confronto del pubblico e anche a eventuali critiche o elogi. Altrimenti meglio aspettare di aver maturato il lavoro e presentarlo solo completo. Al pubblico non può essere mostrata qualsiasi cosa pur di andare in scena. O, se si decide di farlo, si deve accettare anche lo sguardo che ne deriva.
    Buon lavoro!
    Krapp’s Last Post

  • Compagnia Zenhir ha detto:

    Quello che la compagnia Zenhir invece vorrebbe evidenziare è la mancanza, da parte di chi ha scritto l’articolo di compiere quel rispettoso e necessario sforzo verso il pubblico e verso di noi per essere più chiari.
    Quella sera la compagnia Zenhir non ha presentato lo spettacolo “Ah, com’è bello l’Uomo” ma un estratto.
    Sarebbe effettivamente stato corretto da parte vostra specificarlo.
    Lo spettacolo, come è stato creato e lavorato dura 60 minuti; per motivi tecnici quella sera abbiamo potuto presentarne solo 20.
    Immagino che sia inutile specificare la difficoltà di ridurre uno spettacolo che è stato studiato nei minimi dettagli per la sua forma completa e riuscire a mantenere lo stesso livello qualitativo della versione integrale.
    Ciò nonostante siamo usciti dalla sala frustrati perché consci che, limitandosi a ciò che abbiamo mostrato, gli spettatori non hanno portato a casa nulla di quello che riusciamo a dare normalmente con la versione integrale.
    E’ per questo che a fine serata abbiamo caldamente invitato tutti la settimana dopo ad Asti, sempre in occasione della rassegna Concentrica, dove abbiamo presentato “Ah com’è bello l’Uomo”.
    Alcuni sono venuti, voi purtroppo no.
    Speriamo che in futuro abbiate la possibilità di vedere lo spettacolo nella forma integrale (27 Dicembre a Genova e 15-16 Febbraio a Torino).
    In tal caso saremmo ben più interessati ad uno scambio di opinioni sulla drammaturgia proposta.

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