Darling. Uccidere i cari(ni) secondo ricci/forte

Darling (photo: Pietro Bertola)

Darling (photo: Pietro Bertola)

Piacere della superficie e abuso di potere. Oltre la farsa c’è il ridicolo. Oltre il vero non c’è niente. 

Sovrastati dal canto di gabbiani lontani e funesti, naufraghi ben pettinati si avvicinano lentamente alla scena; con le coperte che coprono giacca e cravatta emergono da un’oscurità che mai più ritroveremo in un Teatro Eliseo acceso da una serie di neon che cadono a pioggia su un grande container posto al centro del palco, elemento scenico decisivo per il cammino degli abitanti di “Darling”, l’opera che Ricci/Forte ha presentato in prima assoluta per Romaeuropa Festival.

Anna Gualdo è il trait d’union, grande madre-regina-vittima della storia, prima maschera imponente e poi corpo docile e impotente, voce fragile e tacchi alti. 
I tre interpreti-performer (Giuseppe Sartori, Piersten Leirom, Gabriel Da Costa) sono i veri testimonial-modelli dell’estetica ricci/fortiana, disperati sempre attenti ad ammiccare verso la ribalta, emblema del fatto compiuto: la vetrinizzazione della società, l’esporsi in vetrina, modi e pose da cartellonistica metropolitana o da spot tv in cui, per citare Vanni Codeluppi, si sconfigge la morte sognando il lusso. Tre interpreti di una certa diffusa idiozia odierna per la quale, la cronaca ci insegna, dopo esserci divertiti un sacco nella notte non dovremmo far fatica alcuna ad uccidere la madre o il padre.

Ricci/Forte ci tengono a farci vedere che del galateo, impiegato a più riprese come metafora del vivere sociale, loro non hanno intenzione di fare uso. Ma certamente di abusarne. E quindi, in un esercizio di condensazione di quel che è la trilogia eschilea, “Darling” diventa un grande calderone pronto a esplodere. L’Orestea è setacciata, smontata, citata, eccitata soprattutto, in un continuo cercare connessioni e cortocircuiti con il presente: prendere di mira status symbol erosi dal tempo, il matrimonio o le convezioni sociali, pescare dalla cronaca la notizia del giorno più prossima alla crudeltà, adoperare con sfacciata disinvoltura una scrittura che rincorre il linguaggio dei social network, cercare nelle storie personali quell’elemento di lacrima che ci riconduce alla commozione collettiva.

Non si riesce ad affondare, per eccesso di stimoli: tra corteggiamenti di corpi è un alternarsi continuo di tragico e farsa. Con tempi televisivi. E il grande container, modulabile, è preda di montaggi-smontaggi, di rifunzionalizzazioni constanti: i corpi ci entrano dentro, ci saltano sopra, vi si appendono, vi si nascondono dietro. E il montaggio-smontaggio interessa tutta la logica dello spettacolo, partendo dai corpi (che continuamente si vestono e denudano), passando per il resto degli elementi scenici (che vanno e vengono senza grande cura d’una possibile cronologia) e transitando per la parola, moltiplicata in più lingue, coro europeo in cui oltre all’italiano si riconoscono il francese, l’inglese, lo spagnolo.

Predomina, nel bene o nel male, una manifesta estetica pop pubblicitaria, tra clamorosi momenti di meraviglia visiva, una certa ripetuta prevedibilità nei nessi causa-effetto, e intermezzi musicali frutto di scelte troppo facili: perché usare i Rolling Stones? Perché usare “Starway to Heaven”?

Quale accezione di ‘darling’ prendere per buona? Caro, amato? O, pericolosamente, carino, di bell’aspetto? 
Nel maltrattamento esibito della dimensione sacra che può essere l’abitare la scena, lasciando alla porta la follia di Oreste, vince la logica dell’intrattenimento, nient’altro che una rincorsa agli armamenti trasferita sul campo culturale. Senza poesia. Senza ascolto dello spazio che li ospita. In fuga dal silenzio. Svago camuffato da tragedia dei nostri giorni. 

E forse il declino del gusto e della decenza dell’Occidente passa per quegli applausi finali, ostentati, tra fan in giubilo, acclamazione di un brand capace di esaltare sé stesso e il mondo che lo elegge a idolo. 
Gli dei li puniranno? Per tracotanza? O per connivenza con i tempi?

Darling
con: Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Piersten Leirom, Gabriel Da Costa
drammaturgia: ricci/forte
movimenti: Marco Angelilli
elementi scenici: Francesco Ghisu
costumi: Gianluca Falaschi
suono: Thomas Giorgi
direzione tecnica: Davide Confetto
assistente regia: Liliana Laera
regia: Stefano Ricci
una produzione: Romaeuropa Festival e Snaporazverein
in co-produzione con: Théâtre MC93 Bobigny/Festival Standard Ideal, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Festival delle Colline Torinesi 

durata: 1h 40”
applausi del pubblico: 3′

Visto a Roma, Teatro Eliseo, il 12 ottobre 2014

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