Il Decameron di Mitmacher: se la peste dei nostri anni è l’ignoranza

Photo: Davide Cinzi
Photo: Davide Cinzi

La peste del XXI secolo? È l’ignoranza, la sciatteria con cui usiamo le parole. L’indolenza con cui avviciniamo quello strumento prezioso che è il libro, «estensione della memoria e dell’immaginazione» (J. L. Borges), che tendiamo ormai ad accantonare preferendogli la memoria dei dispositivi elettronici e la civiltà frivola delle immagini.

Curiosa operazione quella di Mitmacher Teatro. Che dopo i successi ottenuti al Piccolo con “Iliade”, torna a Milano per portare in scena, al Teatro Fontana, “Decameron 451” di Giovanni Boccaccio: colui che Pietro Bembo nel Cinquecento considerava la “corona fiorentina” da prendere a modello della scrittura prosaica.

Per attualizzare il “Decameron”, la drammaturga Giovanna Scardoni non lesina i tradimenti: prova a cambiare il finale o i dettagli di alcune novelle; ne “critica” o ridimensiona alcune sfumature misogine; innesta la narrazione in una cornice in cui alla peste nera, che dilagò in Europa a metà Trecento, sostituisce il contesto profilato da Ray Bradbury nel 1951 in “Fahrenheit 451”, seicento anni esatti dopo la scrittura del capolavoro boccacciano.
Sulla scia di Bradbury, Scardoni immagina infatti una società in cui i libri sono illegali e quelli che li possiedono sono considerati sovversivi: il reato è punito con la morte. Il “Decameron”, considerato obsoleto, è tra le opere tabù.
Così tre “uomini-libro” sfidano il pericolo e imparano a memoria le 100 novelle da tramandare ai posteri.


Mitmacher propone a una platea di giovanissimi l’amore per la letteratura, un mondo di luce non ancora offuscato dalla società tecnologica. Indica i libri come evasione, distacco pensante dalla realtà.
Diciamo subito che Scardoni, in scena con Nicola Ciaffoni e Stefano Scherini (quest’ultimo anche regista dello spettacolo) ci impiega un po’ a entrare in medias res. Cincischia, esaspera il gioco metateatrale. I tre sproloquiano, ironizzano, divagano all’inverosimile.

Il merito di Mitmacher è di presentare il “Decameron” come opera “boccacciana” anziché “boccaccesca”. Poco spazio alle novelle licenziose. Molta attenzione, invece, ai contenuti elevati e nobili, alla generosità e alla sagacia con cui è premiata l’intelligenza ed è punita la grossolanità. Di questa commedia umana di fine Medioevo, si selezionano alcune novelle che rappresentano l’uomo nella sua capacità di governare il proprio destino e il mondo, di fronteggiare gli strali di Fortuna, Amore e Morte. Ecco comparire personaggi celebri (Ser Ciappelletto, Cisti Fornaio, Calandrino, Chichibio, Nostagio degli Onesti, Federigo degli Alberighi) e volti meno noti (Madonna Oretta, Filippo Balducci, Madonna Filippa).

I nostri, oltre alle buone qualità da affabulatori, all’ironia capace di affascinare un pubblico di ragazzi, rivelano eccellenti capacità canore. Come quando eseguono a cappella un’aria da operetta nella novella di Chichibio, con una Brunetta civettuola come neppure Boccaccio l’aveva immaginata. Oppure come quando cantano, al sound della chitarra elettrica, la canzone che suggella la novella dell’Isabetta da Messina. Quanti di noi, al liceo, si sono chiesti quale fosse il motivo de «la canzone la quale ancor oggi si canta; cioè “Quale esso fu lo mal Cristiano / Che mi furò la grasta”?».
Tornando al gioco metateatrale che attraversa l’intero spettacolo, se esso si presenta prevedibile per gli addetti ai lavori, resta tuttavia seducente per chi ha poca dimestichezza con il teatro contemporaneo, e lo immagina tedioso partendo dalla stantia lettura scolastica dei testi drammaturgici.

L’operazione Mitmacher è studiata proprio per agganciare gli studenti più scettici. Che finiscono per apprezzarne la lucidità disincantata, la vitalità, la leggerezza buffonesca, la ricercata inconsistenza, l’acuto avvertimento di un mondo fatuo e disinibito.

Soluzioni registiche vincenti sono anche dei brevi filmati scenografati di taglio naturalistico proiettati sullo sfondo che paiono assorbire gli attori, oppure i primi piani degli stessi attori catturati con una telecamera in presa diretta.
“Decameron 451”, è un’operazione aperta, concreta, cangiante, che unisce il comico al drammatico fino alla farsa, e propone le innumerevoli sfaccettature di un’opera tra le più alte della letteratura italiana, mai abbastanza conosciuta e valorizzata.

DECAMERON 451
Di Boccaccio
Drammaturgia Giovanna Scardoni
Regia Stefano Scherini
Con Nicola Ciaffoni, Giovanna Scardoni, Stefano Scherini
Disegno Luci Anna Merlo
Scene Gregorio Zurla
Fonica e video Nicola Ciaffoni
Costumi Chiara Amaltea Ciarelli
Foto Davide Cinzi
Produzione Associazione Mitmacher – Lombardi Tiezzi

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 2’20”

Visto a Milano, Teatro Fontana, il 9 aprile 2018

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