Il Decameron in videoparty di Elisabetta Carosio, tisana letteraria per esorcizzare il contagio

Elisabetta Carosio
Elisabetta Carosio

Giovanni Boccaccio (1313-1375) cominciò a scrivere il “Decameron” subito dopo la fine della peste che colpì Firenze dalla primavera all’autunno dell’anno 1348. Nel capolavoro del Certaldese, tre ragazzi e sette ragazze, ritiratisi in un luogo ameno fuori della città, raccontarono cento novelle nell’arco di due settimane. Cibo, balli, giochi. Poi, nelle ore più calde del pomeriggio, il momento topico della narrazione.
Le beffe, l’amore, la gentilezza, la cortesia. La natura. I tiri alterni della fortuna. Ma il vero protagonista dell’opera era il motto sagace, l’ingegno e la perspicacia dell’uomo che si adoperava per ribaltare impedimenti e cattiva sorte.

Ai tempi del Coronavirus, l’idea di emulare il genio di Boccaccio è venuta (fra gli altri e per prima) a Elisabetta Carosio, regista genovese di scuola Paolo Grassi, che un mese fa ha fondato il gruppo privato “Decameron – storie e antidoti per una buonanotte”.

Elisabetta, quali sono le particolarità del vostro “Decameron”?
Il “Decameron” è un modo per sopperire alla chiusura dei luoghi di aggregazione culturale. Impossibile fare concorrenza a Boccaccio. Rispetto alla sua epoca, sono cambiati i riti e i tempi della narrazione. Il virus, però, ha determinato una sospensione nelle nostre vite sociali e lavorative. Di qui la mia idea di creare un luogo protetto per far nascere una comunità sociale di amici, provenienti non solo dal mondo teatrale, ma anche da altre realtà.

Quali sono le regole?
Diversamente dall’opera boccacciana, tutti possono proporsi come narratori. Ogni giorno, alle 9.30 del mattino, un re indica il tema che dovrà essere svolto dai narratori, che nel nostro caso sono solo otto, che offrono la propria disponibilità entro le 15.30. Alle 21.30, davanti a una tisana, inizia la narrazione dopo il saluto del re. I temi sono liberi, ma prescindono dal virus e dalle questioni sociali connesse. Intendiamo relativizzare il morbo, il peso della perdita, la sofferenza del mondo artistico, fermo ormai dal 24 febbraio.

Il 24 febbraio, un mese esatto fa, è anche la data di fondazione di questo gruppo. Sei stata tra le prime menti lucide che nel tuo ambiente hanno compreso la minaccia grave e incalzante del virus.
Il mondo dello spettacolo ha reagito male al primo blocco delle attività, proprio perché è arrivato in un momento cruciale della stagione. Anche la mia compagnia, Lumen, stava per debuttare a Milano, a Linguaggicreativi. Dopo l’ulteriore stretta dell’8 marzo, in tanti hanno avuto la sensazione che il teatro stesse affondando come un sottomarino. Si è diffuso un senso d’impotenza, oltre che di preoccupazione. Tuttavia io credo che ciascuno di noi debba farsi portatore di un valore artistico aggiunto, che superi il palcoscenico. L’arte non è un recinto. Questa pausa, inevitabile per tutelare la salute dei cittadini, poteva essere l’occasione per una nuova scansione del tempo.
Il “Decameron” è il tentativo di trasfigurare l’impatto psicologico di questa emergenza per pensare alla salute fisica e mentale di tante persone costrette a stare in casa. Abbiamo colto un’occasione per combattere l’inerzia, riprogettarci artisticamente, trovare nell’arte una forma di esorcismo e di resistenza.

In tanti pensano tuttavia che il teatro in videoparty sia una sorta d’ossimoro.
In effetti la nostra è un’operazione diversa dal teatro. Noi ci proponiamo altri ambiti di condivisione. Io arrivo dall’esperienza Atir a Gratosoglio, Milano, con Serena Sinigaglia. Atir è stato il tentativo riuscito di rifondazione del tessuto sociale del territorio, coinvolgendo vari operatori, non solo del teatro. Il “Decameron” è un’esperienza d’arte contro la paura. Ma non è teatro, lo sappiamo bene. Il teatro vive di presenza, carne e sangue. Non può prescindere dalla relazione diretta, immediata, con lo spettatore. La nostra è una possibilità di ridefinirci per resistere allo stallo.

Entriamo meglio nei dettagli del vostro “Decameron”, allora.
Abbiamo poche regole. Le storie devono concludersi in quindici minuti. Possono essere divise in puntate, compatibilmente con l’alternarsi dei narratori. I racconti devono essere originali, anche pillole di pochi minuti. Gli strumenti narrativi sono quelli congeniali a ogni narratore. I live dalle 21.30 sono momenti di condivisione in presenza per darci la buonanotte davanti a una tisana. Si racconta e si ascolta per piacere. Condividiamo uno stile improntato al rispetto, al garbo, a una leggerezza mai frivola, alla sobrietà. Sono vietati i toni accesi, volgari, irrispettosi. Proviamo a calare nella dimensione contemporanea i valori di cortesia e affabilità tipici della letteratura cortese.

E il presente con i suoi tormenti?
Come in Boccaccio, il “morbo” rappresenta il contorno della vicenda. Ma dopo il preambolo della prima puntata, ce ne siamo distaccati, per tuffarci nelle storie come antidoto al disperdersi della nostra capacità di creare, generare e condividere. Non per questo ci astraiamo dalla realtà. Sappiamo lasciare spazio alla cronaca, quando essa preme con le sue urgenze. Non a caso sospendiamo i racconti durante i discorsi del Presidente del Consiglio Conte.

I temi narrativi?
Devono essere aperti, così da consentire ai narratori qualche possibilità di spaziare. Siamo partiti nella prima giornata con un tema libero, nel solco di Boccaccio. Poi si sono susseguiti argomenti come l’oblio, il tempo, la vergogna, la soglia, il karma, il vizio, la creazione, la luce, il viaggio, il vuoto, gli appetiti, la volontà, l’invisibile. Questo solo per fermarci alle prime due settimane. Amministro il gruppo con Alessandro Barbieri, lighting designer, e Roberto Scarpetti, sceneggiatore e drammaturgo.

Giorno dopo giorno l’interesse per il vostro gruppo sembra aumentare, anziché scemare.
Ormai sfioriamo i tremila membri. La curiosità si è creata dal primo giorno. Le richieste di entrare nel gruppo sono dell’ordine di un centinaio al giorno.

Con il protrarsi dell’emergenza Covid, aumenta il materiale artistico che state accumulando. Potrebbe nascerne un libro?
Ci stiamo pensando. Ma adesso speriamo solo che l’emergenza finisca. Per la salute e il bene di tutti. Mi auguro che ognuno torni quanto prima al modo consueto di esprimere il proprio talento.

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