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Vie 2011: i debutti di Delbono, Manfredini e César Brie

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Fratelli KaramazovCésar Brie, Pippo Delbono e Danio Manfredini: è iniziata col botto la settima edizione di Vie, il festival organizzato dal Teatro Stabile regionale dell’Emilia e Romagna, che per nove giorni sta coinvolgendo i teatri di Modena, Carpi, Vignola, Castelfranco Emilia e Rubiera, e che dall'anno prossimo cambierà periodo trasmigrando da ottobre a maggio.

Alla prova di una nuova creazione tre maestri, possiamo ben dire, che Pietro Valenti, direttore del festival, sta sostenendo da tempo e di cui anche chi scrive, più modestamente, in tempi decisamente meno recenti, aveva intuito il sicuro talento.
L'anno scorso proprio insieme a César, nella nostra piccola città, eravamo andati a rivedere il luogo, ora penosamente adibito a garage, che più di trent'anni fa accolse il suo primo spettacolo “A rincorrere il sole”. Tempi eroici, quando Pippo con il fido Pepe ci lasciava sulla segreteria telefonica pressanti inviti per “l'Enrico V” e Danio ci regalava il suo “Miracolo della Rosa”.

Ora li abbiamo qui alle prese con tre lavori ciclopici che, almeno per César e Danio, rappresentano una nuova immaginifica direzione.
César Brie, archiviata con dolore l'esperienza del Teatro de los Andes, si confronta con Mia Fabbri e otto giovanissimi attori italiani, scelti dopo un lungo percorso di formazione, per raccontarci teatralmente uno dei capolavori indiscussi della letteratura mondiale “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij.
Mia Fabbri, Daniele Cavone Felicioni, Gabriele Ciavarra, Clelia Cicero, Manuela De Meo, Giacomo Ferraù, Vincenzo Occhionero, Pietro Traldi e Adalgisa Vavassori vivono, senza mai abbandonare la scena, i loro personaggi: il palcoscenico è spoglio, solo qualche oggetto (corde, manichini, qualche abito appeso); sono loro la scenografia, sono loro, gli attori, l'essenza dello spettacolo. Brie accoglie su di sé la parte degli anziani: è Karamazov il padre, Zosima lo starec e il genitore, annientato dal dolore, del piccolo  Iljuša.

Pare una moda confrontarsi con i russi, ma non lo è; è il nostro tempo, così dubbioso su tutto, che ce lo richiede, che insistentemente ci pone un richiamo, etico morale e spirituale, e Dostoevskij cerca di darci delle risposte.

Lo spettacolo, nella prima parte, attraverso la narrazione ci presenta i protagonisti della storia ed il loro contesto, poi ecco che piano piano scaturisce l'essenza della messa in scena con i suoi nodi drammaturgici e i suoi contrasti.
La passione e l’istinto di Dimitri che si misurano con la ragione e il dubbio di Ivan, che nulla può davanti alle certezze intrise di misticismo di Alekséi. Sono loro i figli che il destino porta a fronteggiarsi con il tirannico padre Fedor, anche attraverso il mefistofelico Smerdjakov. Ci sono poi le donne, Katerina e Grušenka, che muovono le corde della passione. Corde che agitano come marionette tutti i protagonisti dello spettacolo.

Ma è sintomatico come poi, al centro di tutto, per Brie ci sia un personaggio in qualche modo laterale alla famiglia Karamazov, Iljuša, il piccolo martire innocente. Lo strazio del dolore infantile percorre tutto lo spettacolo e lo suggella nel bellissimo finale con quei pupazzi bambini che rimangono in scena, soli muti e immoti.
Li avremmo voluti più vicini allo sguardo dello spettatore, i giovani convincenti protagonisti di questa nuova creazione di Brie, che è solo all'inizio e che senz'altro avrà modo di maturare ulteriormente. Ma già ci ha commosso nel raccontare con semplicità ed emozione una storia molto complessa e senza tempo.

Danio Manfredini ha invece proposto un primo studio sull'Amleto scespiriano, ritraducendolo completamente ed immergendolo in un’atmosfera rarefatta nella quale una gestualità coreografica coinvolge ogni personaggio, togliendo alla messa in scena tutto il naturalismo possibile.
Gli attori, tutti uomini anche nelle parti femminili, coperti da maschere (che a volte sono di impedimento alla giusta emissione delle parole) si muovono in uno spazio scenico completamente vuoto. La luce li rende spettrali come anime in cerca di pace, sorretti solo dal suono multiforme del violoncello di Giovanni Ricciardi.

Un’operazione ardua e coraggiosa sia per gli interpreti sia per il pubblico, a cui è stato proposto solo un piccolo assaggio, e che certo verrà messo a dura ma sicuramente immaginifica prova, poi, con la giusta durata dello spettacolo. Ma certo il progetto è affascinante nella sua scabra quanto ardita proposta, ed è ancora presto per esprimere un giudizio definitivo. 

“Dopo la battaglia” di Pippo Delbono si configura invece come una specie di summa del suo teatro. Il regista, autore e demiurgo, onnipresente in scena, costruisce lo spettacolo come sempre a suo modo, per accumulo, riempiendo lo spazio (che rimanda a Pina Bausch, sua grande ispiratrice) di visioni poetiche espresse con la prosa, la musica, il cinema e la danza .
Il tempo atroce che vive il nostro povero paese, ma non solo, in cui gli umili sono, come sempre, le vittime, viene scandagliato con una forza visiva e visionaria di sicuro effetto, anche attraverso le parole di Artaud, Kafka, Alda Merini, Pasolini, Whitman, Rilke, Alejandra Pizarnik.
Ed è la musica del Macbeth di Verdi, insieme a quella del fido Balanescu, ad accompagnare i momenti più intensi dello spettacolo. C'è perfino ironia in “Dopo la Battaglia”, ironia che Pippo dedica alla madre. C'è tutto e di più: a volte, e lo diciamo con affetto, c'è senz'altro di più. Così a tratti viene da pensare, come fece Dino Risi con Nanni Moretti: “Pippo, spostati che voglio vedere lo spettacolo”. Ma con Pippo, come si sa, non ci sono storie: “Prendere o lasciare”. 

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