Delle Buone Pratiche (e buon governo) del teatro. A dispetto del Fus

Buone Pratiche 2013

Le Buone Pratiche 2013 dal tavolo dei relatori (photo: Oliviero Ponte di Pino)

L’intensa giornata delle Buone Pratiche del Teatro 2013 si è aperta quest’anno a Firenze con i saluti dell’ente ospitante, Fondazione Toscana Spettacolo, e della sua presidente Beatrice Magnolfi.
L’iniziativa, nata nel 2004 e curata da Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino, prende così nuovamente il via con i famigerati timer, che anche in quest’edizione cominciano a correre ed imporsi su discorsi e percorsi. Argomenti complessi, riassunti in interventi di massimo dieci minuti, che si intrecciano nell’incontro del 9 febbraio all’Auditorium di Sant’Apollonia.  

Appena prima dei saluti iniziali emerge il nodo centrale della nona edizione delle Buone Pratiche, una notizia che aleggerà nel corso di tutta la giornata, e non solo per la sua immediata attualità. È infatti solo del giorno precedente l’annuncio degli ulteriori tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo di 20 milioni di euro.

Un po’ rispondendo a questo ‘annuncio’ e un po’ tirando le fila di un discorso ben più ampio sugli ultimi anni e sulla crisi che investe il settore culturale, Beatrice Magnolfi parla della necessità di una “discontinuità”, indotta appunto dallo stato di crisi, da attuarsi nell’ambito della produzione, della programmazione, così come della distribuzione teatrale e, perché no, del pubblico.
A testimoniare questa necessità, la presidente cita come esempi di una discontinuità già in atto la rete della Piattaforma Nazionale della Danza (in previsione della manifestazione toscana del 2014) e iniziative come “Giovani Sì Live!”, o il più recente “Giovani in scena”, progetti volti a favorire un ampliamento e un ricambio fra artisti/operatori/pubblico.

Mentre la diretta streaming conferma i primi spunti di discussione, ampliando il pubblico e rilanciandoli nell’agorà del live twitting, assistiamo a due omaggi-dediche a Renato Nicolini e a Massimo Castri, recentemente scomparsi e qui ricordati da Gallina e Ponte di Pino come maestri del teatro pubblico. Perché se Castri ha sempre intessuto un rapporto strettissimo con quest’ultimo, Nicolini “ci ha fatto capire come la cultura poteva cambiare il volto della città”. Ed ecco quindi lanciare il tema del prossimo incontro delle Buone Pratiche, previsto per l’8 aprile a Milano: “Giù al Nord. Il teatro pubblico e la città”.

Il primo panel della giornata riguarda “Economia della cultura e buon governo del teatro”, ed è moderato da Giulio Stumpo. Dopo aver brevemente rievocato lo scenario degli attuali tagli e la rielaborazione del budget europeo, Fabrizio Arosio (responsabile cultura dell’Istat), riportando i dati raccolti sul pubblico teatrale – numero di biglietti staccati nel corso del 2012 (circa 14 milioni), luoghi di spettacolo dedicati al teatro (15.464, quasi il doppio di quelli dedicati al calcio ad esempio) –, sottolinea come “il valore economico è il settore sbagliato per misurare il valore dell’economia della cultura”.

Un’affermazione ripresa da Lucio Argano (Università Cattolica di Milano) che, accennando alle “barriere” del sistema culturale attuale (la riforma Fornero, l’incidenza fiscale, il rapporto con le banche e la Siae, l’ambiguità dei modelli giuridici e gli eccessi burocratici), invita a spostare il discorso da questi criteri economici a obiettivi più concreti per “rendicontare il lavoro culturale in diverso modo”, anche sul fronte della coopetition.

Dopo l’intervento di Roberto Calari (Legacoop Bologna), che inserisce il rapporto col territorio e la responsabilità sociale come fattori di sviluppo delle industrie creative, il discorso si sposta definitivamente sul nuovo statuto della Siae. “Il nuovo statuto della Siae la trasforma in una società per azioni. Uccide la sua possibilità di essere un soggetto pubblico”: l’intervento di Carlo Testini (Arci) verrà poi arricchito di particolari e retroscena da una rappresentante della Commissione Cultura alla Camera, Emilia De Biasi.

Alla fine di questa prima tranche s’inseriscono due incursioni: quella di Giuliano Scabia, che leggendo i versi del primo coro delle Baccanti ci ricorda l’importanza del rispetto delle regole per la conduzione di un buon governo del teatro; l’altra di Armando Punzo, di passaggio a Firenze in direzione Roma (per le prove dello spettacolo al Palladium). Punzo, anche stavolta, ribadisce la necessità di portare avanti il suo progetto del Teatro Stabile in Carcere a Volterra, contro l’assenza di spazi e risorse.

La seconda tavola rotonda, coordinata da Giovanna Marinelli, punta su “I processi di selezione: nomine, progetti, bandi e bandomania”.
A Ilaria Fabbri della Regione Toscana (l’unica in Italia a non aver mai tagliato fondi alla cultura) segue l’intervento di Alessandro Hinna che rilancia il tema spostando l’accento sul ruolo dell’amministrazione pubblica – che forse “non è più quello di gestore ma di creatore di spazi” – e sull’auspicabile natura processuale della sua selezione, da considerare non più come un momento ma come un atteggiamento permanente.
L’importanza della selezione degli stessi selezionatori emerge sia dall’intervento di Francesca Vitale, che portando come esempio la situazione di una compagnia siciliana denuncia l’incompetenza di alcuni funzionari regionali, sia in quello di Marco Cacciola, che parla invece della situazione milanese e del bando per gli spazi O.C.A.
Oltre a questo, secondo Renato Palazzi bisognerebbe rimettere in discussione i criteri della valutazione qualitativa dei progetti, e dunque della redazione dei bandi atti a valutarla.

Per il panel conclusivo della mattinata, dedicato a “La qualità della programmazione e la distribuzione”, sono convocati sul palco Elio De Capitani (Elfo Puccini), Paolo Magelli (Teatro Metastasio), Marco Giorgetti (Teatro della Pergola), Carmelo Grassi (Teatro Pubblico Pugliese), Angelo Curti (Teatri Uniti), Davide D’Antonio (Cresco) e Gilberto Santini (Amat).
È facilmente intuibile come i punti di vista apportati alla questione della qualità della programmazione siano molto diversi.
Se da una parte infatti le contraddizioni di una realtà come l’Elfo sembrano ben rintracciabili nella frase di De Capitani: “Noi siamo riusciti ad avere l’eccellenza in tutti i settori e nonostante ciò l’Elfo non sta in piedi, questo perché non è stata fatta una scelta politica”, dall’altra ci sono realtà come quella del Teatro Pubblico Pugliese che invece richiama il proprio legame con le amministrazioni locali.
C’è poi il problema della formazione degli stessi curatori. Secondo D’Antonio infatti “il problema della distribuzione è legato all’anzianità” di chi se ne occupa. Un richiamo a movimenti di necessario e inevitabile cambiamento viene esplicitato anche da Curti e Santini, un richiamo a cui però, secondo Giorgetti, dovrebbe seguire una discussione sul “cosa fare”, su come agire insomma nello specifico delle realtà già in essere e in quelle futuribili.

A fare da corollario e da giuntura fra questo terzo panel e il quarto, che chiuderà la giornata, si situano interventi altrettanto eterogenei. Prima due pratiche d’occupazione: il Teatro Valle Occupato e il Teatro Rossi Aperto.
Durante la presentazione della realtà romana e di quella pisana si ricorda anche quanto emerso nel recente incontro delle Buone Pratiche a Catania (Verso Sud, il 26 gennaio scorso) e in particolare la necessità di una distinzione fra l’occupazione che avviene con fini precisi e l’occupazione dovuta invece a una sostanziale assenza di spazi.

Con “Le Buone Pratiche: lavoro, selezione, programmazione e distribuzione” si va dallo sportello del teatrante in crisi, rivolto agli artisti e al suo debutto durante il festival Prosa et Labora, una sorta di collettivo di assistenza e consulenza per artisti lombardi che quest’anno darà vita alla seconda edizione del festival dedicato al tema del lavoro, passando per il nascente Play Festival 3.0.

In questo quadro di proposte e iniziative neonate si situa anche la sezione della distribuzione, affidata alla rappresentanza della GASP – Galleria dello spettacolo e della piattaforma in fase di preparazione Terzo paesaggio.
Alla netta prevalenza milanese risponde però la Calabria, con l’appello di Dora Ricca del Teatro dell’Acquario di Cosenza da una parte e con il racconto dell’esperienza di Angela Dal Piaz all’interno del Teatro Comunale di Lamezia Terme.

Salvatore Nastasi

Salvatore Nastasi

Dopo i report dei due incontri preparatori di Ravenna e Catania, si arriva così a uno dei momenti più caldi della giornata: le “Cinque domande a Salvatore Nastasi”, selezionate dagli stessi curatori dell’incontro tra quelle proposte da associati e non. Questioni che racchiudono alcuni dei temi e degli snodi emersi nella mattinata e di fronte alle quali il direttore del Mibac risponde ricostruendo nell’approvazione della Legge di Stabilità dello scorso dicembre i prodromi degli attuali tagli al Fus, e rilanciando verso un’eventuale proposta di “restituzione” dei 20 milioni di euro al Ministro della Cultura prossimo venturo.
Nastasi poi denuncia l’attuale staticità del sistema: “Un sistema completamente ingessato da regole che fino a qualche anno fa anche voi non volevate cambiare”, abbozzando anche qualche (sempre eventuale) proposta, come un limite di anzianità per la direzione degli Stabili, il divieto per i direttori di fare regie nei teatri che si trovano ad amministrare, eliminazione degli attuali criteri d’ingresso ai fondi pubblici, tutoraggio per le compagnie selezionate… insomma molta carne al fuoco e diverse braci da riattizzare che meriterebbero approfondimenti ben maggiori.

Dopo un’incursione di Paolo Rossi, in veste di futuribile e inconsapevole Ministro della Cultura, si arriva a fine giornata con “La formazione del pubblico e il marketing teatrale”. Anche qui vince l’eterogeneità di discorsi e argomenti: dalle esperienze più riuscite di web marketing, come quella del Piccolo Teatro che riesce a vendere il 50% dei suoi biglietti online, a realtà in formazione anche di pubblico, come quella portata avanti dal progetto Armunia e al Festival dei Cerbiatti del nostro futuro diretto da Virgilio Sieni, che ha trovato proprio nel festival livornese terreno fertile e collaborativo per la creazione e l’ideazione della sua prima edizione, tenutasi a Firenze a dicembre.

Buone Pratiche 2013

Le Buone Pratiche 2013 (photo: Rosy Battaglia)

A chiusura delle Buone Pratiche 2013 si arriva a una sorta di corollario di questo discorso, costituito da pratiche in via di formazione, di ripensamento o integrazione.
Monica Amari ci parla di quei “diritti culturali” su cui si fonda il Manifesto per la sostenibilità culturale, campagna per l’innalzamento della quota destinata ai finanziamenti alla cultura all’1% del Pil; mentre Walter Pedullà riassume l’esperienza dello scorso anno di Destini incrociati, e ancora Lisa Cantini ed Elisa Sirianni esplicitano le modalità di lavoro del centro Il Funaro di Pistoia, collegando gli esordi del progetto nel 2003 all’attuale configurazione dello spazio: “E’ stato un processo di crescita organica, la ‘casa’ è arrivata solo in un secondo momento, quando il nostro progetto aveva bisogno di uno spazio più grande. Ogni luogo del Funaro ha un suo perché, questo vale per tutti igli spazi di condivisione così come per le sale di lavoro”.

E se il Funaro si è dotato di un ufficio stampa solo nel 2011, invece la promozione, la ricerca del pubblico e il suo coinvolgimento diretto sono dichiarati alla base dell’ideazione della prima edizione del Torino Fringe Festival, in attesa di vedere che accadrà a Torino dal 3 al 13 maggio prossimi.
La giornata si chiude con la presentazione di tre progetti editoriali per il teatro, uno cartaceo (la Kleis Edizioni) e due digitali: la biblioteca-archivio di Eclap e la casa editrice Cue Press e il suo ideale “libro multimediale”.

Come sempre, tanti (forse perfino troppi) argomenti, di cui si discute ormai da anni, che necessiterebbero poi di tutto il resto dell’anno teatrale per essere approfonditi ed agiti, per un reale buon governo del teatro.
Chi volesse approfondire alcuni degli interventi della giornata potrà consultare il verbale delle Buone Pratiche.
 

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