Destinatario sconosciuto all’Elfo. L’amicizia diventa disprezzo

C’è un aspetto che colpisce alle prime battute di “Destinatario sconosciuto”: sono i sorrisi untuosi, gli abbracci affettati con cui i due protagonisti, Martin e Max, si giurano amicizia. E infatti quell’amicizia si sgretolerà, come un castello di sabbia, nel rovello della Storia.
Sorrisi e abbracci sono la trasfigurazione scenica, allegorica, di parole vergate sulla carta. Perché “Destinatario sconosciuto” di Katherine Kressmann Taylor, adattamento e regia di Rosario Tedesco, traduzione di Ada Arduini, con Nicola Bortolotti e lo stesso Tedesco, produzione Teatro dell’Elfo, è in realtà un racconto epistolare. Pubblicato nel 1938 negli Stati Uniti, il carteggio traccia, con sinistra chiaroveggenza, gli eventi che condurranno alla Soluzione Finale.

“Destinatario sconosciuto” è lo scambio di lettere tra un ebreo di San Francisco, Max Eisenstein, e il suo ex socio in affari Martin Schulse, da poco rientrato in Germania. Siamo tra il novembre 1932 e il marzo 1934. Siamo nella concitazione degli eventi che portano Hitler alla guida del III Reich.
Il Nazismo è un’ombra torbida sul destino di Max e Martin. Martin abbraccerà la causa ariana. Il suo fanatismo alimenterà il distacco tra i due amici, si tingerà di efferatezza. Diventerà delitto, disprezzo, odio, vendetta. Il finale, inaspettato, ribalterà i rapporti di forza.

Una storia perfetta sul piano romanzesco, che prende spunto da episodi reali. Una vicenda attuale, dati i rigurgiti xenofobi, fascisti, antisemiti che attraversano l’Europa del terzo millennio. “Destinatario sconosciuto” è un testo che scuote la nostra etica.
La sala Fassbinder al Teatro Elfo Puccini di Milano è scompaginata. Non c’è palco né platea in senso stretto: solo una sorta d’arena rettangolare, tetra. Il pubblico è disposto ai lati lunghi del rettangolo scenico, di volta in volta lambito dagli attori, con i quali entra in relazione.
Il nostro sguardo si modifica. Le luci sono accese anche su di noi. Siamo nello stesso naufragio. Di volta in volta, si formano fasci di chiarore o coni d’oscurità, quadrati-prigione, oppure spazi dilatati. Non c’è soluzione di continuità: siamo assorbiti nei meccanismi della scena. I riverberi illuminano verità scomode. Oppure si eclissano, a evocare il buio della coscienza.


I personaggi indossano abiti eleganti, vagamente d’epoca. Dettagli anacronistici riconducono al presente. Certe posture di Martin evocano fanatismi intramontabili.
Dal magma confuso iniziale, si solidifica una polarizzazione tra i due amici che diventa distacco. Martin manifesta una vicinanza sempre più forte alla politica nazionalsocialista. Ignora la supplica di Max, preoccupato per le sorti della sorella Griselle, attrice teatrale in tournée tra Austria e Germania, incapace di nascondere le proprie radici semite.
Ci poniamo delle domande su Martin: il male albergava da sempre dentro di lui? Se fosse rimasto in America, si sarebbe mantenuto pulito? E la sua, sarebbe stata vera innocenza? Forse non esiste in tutti noi un germe violento capace di esplodere in condizioni estreme, traumatiche?

Una scelta stilistica scandisce la pièce: tre brani musicali cantati a cappella dal coro “F. Gaffurio” del Conservatorio di Milano. Tredici voci bianche femminili, tra i nove e i quindici anni, dirette dal maestro Edoardo Cazzaniga, ci seducono con la loro armonia. Un brandello culturale della città ospitante entra nella composizione scenica. È una forzatura registica, una sovrapposizione innaturale. Eppure il suo impatto estetico ed emozionale è dirompente.
Il cemento drammaturgico sta nella sequenza dei brani scelti: la “Bona Nox” di Wolfgang Amadeus Mozart precede di quasi un secolo e mezzo gli eventi narrati, rimanda a una spensieratezza giocosa ormai perduta; il brano “Bachuri Le’an Tisa” (1942) del cecoslovacco ebreo Gideon Klein, morto durante la Shoah, fu tacciato dai nazisti di “arte degenerata”; infine “Wiegala” è una ninna nanna struggente, scritta dalla poetessa ceca ebrea Ilse Weber poco prima di finire nella camera a gas.
Il reale significato di questi canti delicati, giunti fino a noi attraverso voci cristalline in abiti casual, sta proprio nella pudicizia dell’arte. La musica è così immateriale da non essere contaminata dalle sozzure umane. L’arte vola libera e beffarda. È l’alito della Cultura, sulle rovine delle civiltà.

Generosa la prova degli attori, Bortolotti nel ruolo di Martin, Tedesco nei panni di Max.
Nel 2019 lo spettacolo sarà a Cotignola (17 gennaio); Lugano (per il Giorno della Memoria il 27 gennaio); Bellinzona (28, 29, 30 gennaio) e Firenze (16, 17 febbraio al Teatro Niccolini).

Destinatario sconosciuto
di Katherine Kressmann-Taylor
adattamento e regia Rosario Tedesco
traduzione Ada Arduini
con Nicola Bortolotti e Rosario Tedesco
con la partecipazione del Coro di voci bianche “F. Gaffurio” del Conservatorio di musica Giuseppe Verdi di Milano – Direttore Edoardo Cazzaniga
produzione Teatro dell’Elfo

durata: 1h
applausi del pubblico: 2’ 55”

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 21 dicembre 2018

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