Il Deuteronomio della Confraternita del Chianti: la giustizia come tritacarne kafkiano

Giovanni Gioia (photo: Federica Lissoni)
Giovanni Gioia (photo: Federica Lissoni)

Eccolo “Deuteronomio”, atto finale del “Pentateuco”, ultimo di cinque monologhi in cui la compagnia milanese Confraternita del Chianti passa in rassegna il tema della diversità e dello straniero.

«Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni; non sarà messo a morte sulla deposizione di un solo testimone. La mano dei testimoni sarà la prima a levarsi contro di lui; poi la mano di tutto il popolo; così allontanerai il male da te» (“Deuteronomio”, 17, 6-7).
Come nelle pièce precedenti (“Genesi”, “Esodo”, “Levitico” e “Numeri”), è un brano veterotestamentario a dare il la al monologo, brillantemente interpretato al Teatro Verdi di Milano da Giovanni Gioia.
Al centro un italiano immigrato all’estero, un uomo sposato padre di una ragazzina, che vive la propria tranquillità borghese in una villetta a schiera di un paesino mediamente ricco.

Lo stupro e l’assassinio di una bimba figlia di una coppia di vicini porta sconquasso nella vita del protagonista. In scena lo troviamo in tribunale, davanti al giudice, durante l’udienza di un processo. Deve scagionarsi dall’accusa di essere lui il mostro. A girargli le spalle persino la moglie: sospetti e pregiudizi distruggerebbero anche l’amore più inossidabile.

Nel Belpaese abbiamo in buona parte rimosso gli stereotipi che ci hanno perseguitato nei Paesi dove emigravamo a milioni. Lo straniero, adesso, diciamo di averlo in casa: è lo zingaro, l’africano, il musulmano, il poveraccio senza arte né parte che ci ruba il portafogli o la tranquillità.
Eppure anche noi siamo stati poveracci. E quando la avvertivamo sulla nostra pelle, non c’era nulla di più fastidioso, ingiusto e infamante di quella xenofobia anti-italiana che ha prodotto nei decenni una quantità vergognosa di vignette, film hollywoodiani, serial televisivi, libri, barzellette e nomignoli indegni. Si pensi a una frase sui nostri connazionali intercettata a Richard Nixon durante lo scandalo Watergate: «Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso […] il guaio è che non si riesce a trovarne uno che sia onesto».

Pregiudizi che resistono, e non solo in termini di satira. Paradossalmente “Deuteronomio” delegittima questi luoghi comuni nell’atto stesso in cui sembra cavalcarli. La drammaturgia di Chiara Boscaro, il testo e la regia di Marco Di Stefano ci presentano infatti un protagonista da macchietta tendenzialmente tamarro, che canta con stile melodico testi mediamente impegnati su una musica mediamente balorda. Luci da discoteca creano momenti trash spiazzanti rispetto al doppiopetto e alla cravatta regimental del protagonista, all’atmosfera ingessata di un processo. Faccia tosta da guappo non troppo rispettoso della legge, accento caricato che sembra farsi il verso da solo, humour partenopeo, affabilità affettata, doti canore compiaciute, a Giovanni Gioia manca solo un piatto di pasta fumante per personificare compitamente lo stereotipo dell’italiano “mandolino spaghetti e mafia”.

Echi kafkiani caratterizzano il lavoro. Emergono il tema dell’esclusione, un senso d’alienazione, la legge come entità ottusa e imperscrutabile. Una concezione metafisica e psicologica dell’ingiustizia modifica il protagonista, fino a fagocitarlo nei suoi meccanismi perversi. Emerge un rapporto ambivalente con la verità, la dialettica schizofrenica tra l’essere e l’apparire. E siccome alla Confraternita non piacciono gli esiti scontati, avremo un finale a sorpresa, segnato da arbitrio e vendetta.

“Deuteronomio” chiude un percorso triennale tanto ambizioso quanto riuscito della giovane compagnia milanese. Che inserisce il tema della diversità e dell’estraneità all’interno del nesso inestricabile tra memoria e oblio. Nei racconti, nelle manifestazioni, nelle teche, tutto sembra parlare a favore della memoria, la quale, a differenza dell’oblio, gode di una trattatistica persino esuberante. Il merito della Confraternita del Chianti sta nella capacità rara di legare la memoria al presente al mito, superando il polveroso amarcord, a un livello di consapevolezza volto a rinnovare la mentalità corrente e a progettare il futuro.

DEUTERONOMIO pentateuco #5
testo e regia di Marco Di Stefano
drammaturgia di Chiara Boscaro
con Giovanni Gioia
musiche originali di Lorenzo Brufatto e Giovanni Gioia
canzoni di Giovanni Gioia
assistente alla regia Cristina Campochiaro
progetto grafico e visivo di Mara Boscaro
un progetto La Confraternita del Chianti
produzione: Associazione K., SUQ Festival Genova
in collaborazione con Teatro Verdi – Teatro del Buratto e Infallible Productions/Draper Hall (Londra)
progetto finalista E45 Napoli Fringe Festival 2014

durata: 1h
applausi del pubblico: 2’ 30”

Visto a Milano, Teatro Verdi, il 21 ottobre 2017

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