Di cadaveri e Zombitudine. Dialogo per i morti

Timpano e Frosini in Zombitudine (photo: Gianluca Zonza)

Timpano e Frosini in Zombitudine (photo: Gianluca Zonza)

A volte capita che l’appassionato di teatro, in certi casi chiamato critico, che magari ha seguito fin dall’inizio del percorso un artista, rimanga con qualche dubbio da sciogliere davanti all’ultimo spettacolo. 
Stiamo parlando, e queste giornate non potrebbero essere più propizie, di “Zombitudine”, ultima creazione diElvira Frosini e Daniele Timpano, che in perfetta coerenza prosegue e forse conclude il progetto sulla storia cadaverica del nostro Paese, ospitato dal 2 al 23 novembre al Teatro dell’Orologio di Roma.

Iniziamo dunque dicendo al lettore, che magari verrà a vedervi nella nuova tappa romana, da dove arriva Zombitudine… 
ELVIRA – Stiamo parlando di un lavoro che viene dopo due spettacoli solisti per noi fondamentali, “Aldo morto” e “Digerseltz”, che in qualche modo sono stati la sintesi massima e l’apice di un certo modo di pensare il nostro lavoro. E’ in diretta continuità con quei discorsi, perché infatti  “Zombitudine” è uno spettacolo che parla del presente. L’intenzione è quella sì di concludere un percorso, ma anche di aprirne degli altri, come linguaggio e come contenuti. In questo senso è uno spettacolo di svolta, che contiene in sé probabilmente, in nuce, almeno un paio di spettacoli futuri. 
DANIELE – Di sicuro volevamo fare uno spettacolo semplice, che ad un primo immediato livello di lettura risultasse, nel complesso, chiarissimo, fruibile per qualunque tipo di pubblico, che fosse estremamente denso e insieme estremamente leggero. Anche da un punto di vista drammaturgico volevamo una struttura lineare, “classica”, leggibile, perfino ordinata, apparentemente sconnessa ma in realtà ordinatissima, direi quasi aristotelica, visto che è l’unico nostro lavoro sinora a rispettare le tre celeberrime e desuete unità di tempo, luogo e azione. 

Ma lo spettacolo fa parte di un progetto più ampio.
ELVIRA – Sì, è composto di tre articolazioni principali: il progetto “Walking Zombi” (con la realizzazione di una serie di azioni urbane in ogni piazza in cui portiamo lo spettacolo), il laboratorio “Corpo morto” (finalizzato alla creazione del gruppo di lavoro che realizzerà le “Walking Zombi”, e lo spettacolo “Zombitudine”, dove siamo in scena noi due più una piccola ma significativa partecipazione dei laboratoristi. 
Tutto è finalizzato e costruito intorno allo spettacolo ma la totalità del progetto, quindi le sue finalità e le sue ricadute eventuali sul territorio, andrebbero tenute presenti nell’analisi del lavoro più specificamente teatrale. 

“Gli Zombi siamo noi”, scrivete nel programma di sala, “La zombitudine è la nostra condizione quotidiana”. E’ questo l’assunto da cui partite?
ELVIRA – “Gli Zombi siamo noi” non è un assioma da cui partire, ma la suggestione, l’immagine iniziale da cui siamo partiti noi. Prenderla come una chiave di lettura è semplicistico. Certo, abbiamo volutamente messo insieme nel plot e nella situazione scenica sia i cliché (riconoscibili) di quello che è un mainstream larghissimamente conosciuto (il cinema horror, gli zombi) sia una serie di stereotipi retrò, ingialliti, invecchiati (come il sipario che è alle nostre spalle) del teatro. Poi però nello spettacolo c’è altro, ed il tutto non è così univoco come potrebbe apparire leggendo la presentazione.

Proviamo ad entrare nel merito dello spettacolo incominciando dal bellissimo finale, straziante e tenero, in cui gli zombi li ho visti davvero incombenti, presenti e significanti: Elvira e Daniele, senza più velari di sorta, nel palco vuoto sono stati zombizzati. Hanno vinto gli zombi?

ELVIRA –  Nel finale, più che morti viventi, siamo due viventi moribondi, o due vivi morenti, due tizi che hanno perso qualcosa, anzi due perdenti, ma è anche per noi – e su questo hai pienamente ragione – il massimo momento di tenerezza e intimità, forse empatia, dello spettacolo. 
DANIELE – Il momento più triste del nostro teatro. 
ELVIRA – Se hanno vinto? Non la metteremmo in questi termini, non c’è un vincitore in questo spettacolo, semmai il riconoscersi come tutti sconfitti, in un lento, faticoso ma liberatorio spegnersi.

Frosini e Timpano fatti fumetto

Frosini e Timpano fatti fumetto

In che modo si esprimono, nella prima parte, la reiterazione e la leggerezza che contraddistinguono di solito i vostri spettacoli?
DANIELE – Il nostro spettacolo, senza per questo rinunciare alla complessità, vuol essere apparentemente lineare, leggero e comprensibile a tutti, parlare di cose di cui parlano tutti, di discorsi e banalità che ci invadono, che hanno a che fare con tutti, che ci tengono sotto assedio ogni giorno. Naturalmente esiste il rischio che questa leggerezza, specie nella prima parte, sia scambiata per superficialità. La prima parte del lavoro ha infatti una struttura (volutamente) ripetitiva e ridondante, piena (anche) di veloci battute e di (forse) facili riferimenti a Facebook, Smartphone, banche e mutui da pagare, extracomunitari che ci invadono, andare o non andare all’estero, occupazione di teatri… Ma, prese singolarmente, queste cose non significano nulla: è la melma che tutte insieme compongono che è il centro dello spettacolo. 
ELVIRA – Quest’apparente leggerezza sottintende diverse stratificazioni e diversi segni, primo fra tutti il teatro stesso nel quale siamo, con tanto di sipario sbiadito. Noi partiamo dal nostro mondo, quello del teatro, un mondo visto e vissuto nella media come qualcosa di stereotipato, antiquato, mummificato. Partiamo dal teatro come luogo, e come luogo comune nell’immaginario medio italiano, un luogo ammuffito, fermo a 50, 60, 80 anni fa e forse più. Lo stereotipo del teatro. 
DANIELE – Siamo vestiti quasi anni Cinquanta, sbiaditi, vestiamo i panni di chi ci ha preceduto, o forse dei nostri genitori, e tuttavia utilizziamo cellulari e social. Per noi è l’immagine di un Paese che è incagliato, culturalmente e socialmente, e che si è consegnato con indifferenza ad una rassegnazione farcita di pseudo-modernità.

E il finale come si collega a ciò?
ELVIRA – Il finale, nel quale dici di vederci presenti e significanti, è solo il rovescio della medaglia di tutta questa prima parte, nella quale noi, insieme al pubblico, aspettiamo, temiamo, invochiamo l’arrivo di qualcosa o qualcuno che possa rompere lo stallo e il vuoto nel quale ci dibattiamo. 
Se quest’attesa non fosse ripetitiva e claustrofobica non credo avrebbe molto senso. Ciò che ci restituisce senso, significanza, presenza, è la morte stessa, il grande trauma di cui beneficiamo tutti. 
DANIELE – Nella seconda parte mettiamo a nudo il nostro esser morti viventi, o viventi morenti, e in qualche modo ritroviamo il nostro essere umani, il nostro essere destinati alla vecchiezza, e alla fine. E parliamo tutto il tempo di perdita, separazione, odio e frustrazione, paura della morte, morire senza figli… Ma nche nella prima parte siamo seriamente disperati.

Si parla, lo avete accennato anche voi, pure del sistema teatrale.
ELVIRA – Certo, il teatro fa parte della realtà che ci circonda, e ovviamente si parla anche di questo, ma il discorso è più generale, si parla degli ultimi 15-20 anni in cui siamo vissuti…

Sparate a salve contro il nemico; io invece vorrei vedere armi vere, non spuntate, contro gli zombi che ci stanno assalendo. Gli Zombi siamo noi o sono Timpano & Frosini?
DANIELE – Non spariamo nemmeno. Non possiamo sparare. Lo spettacolo parla di un senso di disperata impotenza, che poi è quello stesso senso su cui si chiudeva “Aldo morto”. Siamo disarmati. Noi quanto gli spettatori.
ELVIRA – Lotta disarmata destinata alla sconfitta.
DANIELE – “Zombitudine” riparte da zero, tenta di immergersi nel vuoto definitivo, di costruire qualcosa di vivo a partire dalla tabula rasa del nostro presente. “Zombitudine” è questo vuoto, è il tentativo di ripartire da zero prendendo atto che i nostri meccanismi reattivi sono inquinati, inceppati, e che in mano non abbiamo ancora nulla, se non un inutile chiacchiericcio con cui riempire il tempo prima della fine. 

Devo avere paura di voi o questo non dovrebbe accadere? 
ELVIRA – Non parliamo di paura ma di altro. Di nostalgia, forse. Nostalgia di un’epoca mai vissuta, di un mondo che non torna più e che ci ha prodotti, l’amarezza di una generazione dimenticata, sacrificata, che vive mangiando i propri genitori, non ha la forza di creare il proprio presente e non vede futuro, una generazione che sta comoda anche nella propria disperazione, nella propria “rabbia educata” ma totalmente inutile. 
DANIELE – Se la tua domanda implica “devo poter credere” al fatto che gli zombi arrivino, allora ti rispondiamo che “poterci credere” è per noi un punto focale ma che la risposta è “no”.  Noi non chiediamo e non presupponiamo che “ci crediate”. 

Allora come dovremmo intendere il discorso sui cadaveri e sulla morte?
ELVIRA –  Le mille facce che hanno i minacciosi esseri che arrivano, che non chiamiamo mai zombi, sono le mille facce delle nostre paure, che siamo pronti sempre a scambiare all’istante con altre paure. La sostanza dello spettacolo è il bisogno del nemico, o del cambiamento, la sostanza è la trappola in cui siamo, e da cui nessuno può scappare. 
DANIELE  – È per questo che in scena siamo disarmati, o meglio abbiamo le armi fatte con le nostre dita, come la P38 nel finale di “Aldo morto”…
ELVIRA – In una cosa sola vogliamo che si creda: ai nostri corpi e alle nostre parole che si avviano alla morte, o alla fine; la nostra storia di esseri umani che si aggrappano ad altri esseri umani.

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