Di debutti e riconferme a Primavera dei Teatri

Pitur di Mario Perrotta

Pitur di Mario Perrotta (photo: Luigi Burroni)

Dopo i focus operati su alcuni dei singoli spettacoli presentati a Primavera dei Teatri, al loro debutto, che lo hanno in particolare “illuminato” (“La Prima Cena” di Sinisi e Santeramo, “Namur” di Tarantino / Kismet, “Hamlet Travestie” di Punta Corsara) possiamo ora tirare le fila complessive della quindicesima edizione del festival, che è riuscito davvero a trasportare nel piccolo paesino calabrese una parte significativa del teatro italiano.

Diretto e organizzato da Scena Verticale, il festival sui nuovi linguaggi della scena contemporanea ha ancora una volta rappresentato un assoluto punto di riferimento per meglio comprendere tutti i diversi percorsi che attualmente compie la drammaturgia italiana, diventando al contempo, soprattutto per il Sud, un cantiere di incontri e confronti tra artisti e compagnie di diversa estrazione e generazione.

In questo senso molti sono stati i gruppi e le personalità che hanno scelto volentieri di presentare in anteprima i loro spettacoli, ma non solo. Saverio La Ruina e Dario De Luca, direttori artistici del festival, hanno voluto anche dar luce a diverse realtà calabresi che, seppur in diversi casi ancora acerbe, si sono potute misurare con i numerosi operatori giunti da tutta Italia.

Molti, come abbiamo già detto, gli esordi visti durante il festival e che curiosamente si innestano tutti in progetti a lunga durata composti da varie tappe. Ciò forse nasconde la necessità di voler costruire con il teatro barriere solide all’inconsistenza del nostro tempo, che non può essere decifrata con una sola mossa ma che ha bisogno di più momenti per essere meglio compresa.


Il Va pensiero di Scena Verticale

Il Va pensiero di Scena Verticale (photo: Angelo Maggio)

Due spettacoli tentano, seppur in modi diversissimi tra loro, di compiere l’impresa.
Dario De Luca, con Saverio La Ruina, anima teatrale dei padroni di casa di Scena Verticale, ha proposto “Va pensiero che ancora io ti copro le spalle”, che dopo “Morir sì giovane e in andropausa”, rappresenta la seconda tappa della “Trilogia del fallimento”, suo personalissimo percorso di teatro canzone, che intende raccontare le tantissime contraddizioni del “Paese” Italia.
Qui non dialoga più con un intero ensemble, come succedeva nel precedente, ma con un solo musicista, l’ottimo Paolo Chiaia, parlando di una società che ha perso la sua identità, i suoi valori, sottolineandone a suo parere gli aspetti più evidenti: la mancanza di lavoro, il precariato, una sinistra che non c’è più, gli assurdi modelli della tv.
Molto bravo De Luca a muoversi tra canto e recitazione, ma ora ci sembra venuto il tempo per l’artista di potersi misurare con testi più compatti e persuasivi.

Anche “L’anarchico non è fotogenico” di Quotidiana.com tenta sotto altre forme di compiere lo stesso viaggio. Primo capitolo del progetto più vasto “Tutto è bene quel che finisce bene (tre capitoli per una buona morte)”, qui Roberto Scappin e Paola Vannoni, come De Luca, narrano di un mondo in precario equilibrio, ma lo fanno attraverso brevi dialoghi sincopati, con riflessioni sarcastiche tra il reale ed il surreale in rapida successione.
Vestiti da improbabili cow-boy, sono gli ultimi due eroi rimasti a salvare un mondo in disfacimento, sparando, anziché proiettili, aforismi e battute ai limiti del paradosso, e ancora paradossalmente tutto ciò è espresso con un teatro ridotto ai minimi termini, interrotto solo da piccoli gesti, gli unici rimasti a testimoniare un piccolo momento, forse, di felicità.

Ecco poi “Discorso Celeste” di Fanny & Alexander, anch’esso parte di un grande progetto, espresso in sei declinazioni, legato appunto al concetto di discorso.
Qui il celeste allude all’aspetto religioso, e per far questo lo spettacolo, arricchito dal bellissimo tessuto musicale di Mirto Baliani, mette in scena “un dialogo surreale e impossibile tra figlio e padre, atleta e allenatore, giocatore e voce guida del gioco”.
Lorenzo Gleijeses incarna qui un avatar composito alle prese con una paradossale domanda sulla fede, e lo fa dialogando con il padre “reale” Geppy.
“Discorso Celeste” ci sembra, pur nella sua efficace costruzione, uno spettacolo un poco chiuso in sé stesso, in qualche modo avaro nel porci domande universali, come invece accade in alcuni degli altri movimenti dell’ambizioso e meritevole progetto.

L’unica vera delusione di Primavera dei Teatri ci è arrivata da “Atridi/Metamorfosi del rito”, della Piccola Compagnia della Magnolia, di cui per altro avevamo parecchio apprezzato qualche anno fa una “Casa di Bernarda Alba” di gustosa e raffinata fattezza.
Nello spettacolo che ha debuttato a Castrovillari, elaborazione e regia di Giorgia Cerutti, le parole di Hofmannsthal, Yourcenar, Eschilo, Sofocle, Euripide, Maraini, Manfridi, Giraudoux, Kane, Sartre e Pasolini servono per comporre uno prolisso pamphlet che dovrebbe essere “una riflessione sui rapporti familiari nell’attimo esatto in cui degenerano, collassano, trasformano la forza proficua dell’amore in incontrollata passione”.
Il tentativo di attualizzare e di metaforizzare la vicenda di Agamennone e Clitemnestra e dei loro figli ci è parso confusionario, arricchito com’è di troppi riferimenti, e proposto attraverso un espressionismo poco risolto nella sua estrema grevità.     

Mario Perrotta del Teatro dell’Argine a Castrovillari ci ha regalato la seconda perla della Triade teatrale dedicata al pittore Antonio Ligabue.
Dopo la bellissima “narrazione con pittura” di “Un bes” in “Pitur”, con grande generosità di mezzi e di intenti, Perrotta si fa accompagnare da sette compagni di avventura che sul palcoscenico creano, attorno alla sua voce, una coreografia di corpi in movimento, dove il bianco la fa da padrone.
Un bianco arricchito da immagini d’epoca e da tenui bagliori dell’arte dello sfortunato pittore che testimonia, nella mancanza di ogni colore e nelle parole che Perrotta riversa sulla scena, tutta l’angoscia dell’esistenza di un’anima in perenne ricerca di un’identità (bellissima, in questo senso, l’ultima scena).
“Pitur” è ancora uno spettacolo fragile, che ha bisogno di essere ulteriormente rodato sulla scena, ma la scommessa di tutto il Teatro Dell’Argine ci intriga e ci piace.  

Infine, molto godibile ci è parsa la nuova fatica dei Sacchi di Sabbia “Piccoli suicidi in ottava rima”.
Qui, alcuni topoi della fiaba, dell’epopea western e della fantascienza sono destrutturati e messi al servizio di quartine di ottonari proposte secondo l’antica formula dei maggi popolari.
L’impresa ci pare bellissima ma ancora non del tutto eroica, ci piacerebbe infatti che venisse portata più all’estremo, e non troppo spesso nascosta sotto una pur pirotecnica messe di invenzioni teatrali, che hanno solo nella parodia, pur piena di grazia, la loro ragione di esistere.  

Come si vede il festival, non per niente conclusosi con “Thanks for vaselina” di Carozzeria Orfeo, una delle migliori esemplificazioni di come un’ottima drammaturgia possa rappresentare con crudo e sprezzante disincanto il confuso momento che stiamo vivendo, anche quest’anno è stato capace di offrirci una ricca e composita panoramica di ciò che il teatro italiano contemporaneo ci può concedere, in tutta la sua varietà di forme e accenti.
 

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